Che ancora ci sia tanto da fare per raggiungere la piena parità lo ripetiamo da decenni. È evidente e sono i numeri a parlare. Quelli del divario occupazionale e del gap salariale, quelli della scarsa presenza femminile ai vertici, dalle istituzioni all’economia fino alle università. Ma in questi giorni arriva palese la conferma che tutti gli sforzi legislativi ma anche tutto l’impegno da parte delle aziende per riequilibrare l’asimmetria trovano un convitato di pietra molto ingombrante. Mi riferisco agli stereotipi, ai pregiudizi, alla misoginia che, inutile nasconderlo, continua ad annidarsi in buona parte della società, non solo italiana. Tanti, troppi gli indizi che rafforzano un dubbio assai pesante: le buone prassi, un’organizzazione del lavoro più equa, gli incentivi per aver più donne al lavoro, gli interventi sul welfare quanto possono incidere se poi il potere – politico, mediatico, culturale – continua a dare pessimi esempi e a ribadire una visione subordinata delle donne?
Pensiamo allo scontro Trump-Meloni. Potrò essere accusata di faziosità ma credo che in tante come me abbiano pensato che ad alimentare le frasi e i post offensivi nei confronti del nostro Paese e della sua premier sia stato anche il genere di Meloni. Nell’universo mentale e valoriale del presidente americano ogni voce dissenziente è da tacitare malamente, siamo d’accordo. Ma se il dissenso, la non accondiscendenza, la testa alta viene esibita da una donna, l’entità dello sgarbo raddoppia. E merita le parole sprezzanti e vergognose che abbiamo letto: “mi fa pena”, “mi supplica” ma anche “she’s beautiful” non sono parole neutre. Nel senso che sono terribili e svilenti in generale ma hanno proprio una connotazione di genere che le rende ancora più insopportabili. E purtroppo non hanno suscitato quell’alzata di scudi necessaria da parte delle donne, delle femministe “dure e pure” e delle parlamentari di sinistra. Ci voleva uno tsunami ma non l’ho visto. Nelle sue risposte dure e a tono – consapevolmente o meno – Giorgia Meloni non ha solo ribadito che l’Italia non giocherà mai un ruolo di vassallo dell’America, non ha solo segnato un punto per l’orgoglio patrio ma ha ribadito che a una donna al potere bisogna tributare lo stesso rispetto che a un uomo. Anzi di più. E, anche in questo caso, si è persa l’occasione per un applauso liberatorio, liberi da ideologie. Lo meritava.
Andando a ritroso di qualche giorno, lo scenario è il Parlamento italiano. Dove un deputato del M5S ha apostrofato la premier dicendo che nei rapporti con Netanyahu e Trump invece di rialzare la schiena «ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda». E invece delle scuse, il suddetto deputato, il segretario del movimento Conte ma anche a destra l’oramai celeberrimo per le sue uscite misogine, il generale Vannacci, hanno risposto che non c’era alcun sessismo in quell’affermazione. Al danno, la beffa. Consumatasi non al bar, non in un contesto privato e informale e non da parte di un privato cittadino nell’esercizio, seppur male impiegato, della sua libertà d’espressione. Le parole hanno un peso, doppio quando a esprimerle è un rappresentante delle istituzioni.
Ritornando a questi giorni, le frasi infelici di uno scrittore, Michele Mari nei confronti di un’altra scrittrice – per giunta impossibilitata a difendersi, Michela Murgia – ci cui stigmatizza la bruttezza: «Era intransigente e violenta, perché era brutta. E sfogava così la sua rabbia». Almeno in questo caso, l’autore ha avuto il buon cuore di smentire. Vero o no, è lecito pensare che, pur ignorando i dati delle vendite, la popolarità di Murgia non sia paragonabile a quella di Mari. L’invidia verso le donne si sfoga così, anche dove la cultura si dovrebbe fare. Prendere di mira il corpo di una donna non è che uno dei tanti dispositivi di controllo maschile dello spazio pubblico e del diritto femminile di esserci e contare ad armi pari. Gli insulti basati su parametri estetici denigrano il corpo ma minano la psiche, la sicurezza in sé stesse. Eppure, la bruttezza non ha mai impedito a un uomo di occupare spazio nel mondo…
Vi ricordate quello che è rimasto agli onori delle cronache come il “Sofa-gate”? Era il 2021, ad Ankara, durante l’incontro ufficiale tra l’Unione Europea e il governo turco. Nel salone dove si svolge la riunione tra il premier Erdogan e i rappresentanti delle due più importanti istituzioni europee – Ursula von der Leyen e l’allora Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel – vengono predisposti solo due “posti d’onore” sotto le bandiere di UE e Turchia. Le sedie vengono occupate dal padrone di casa e dal belga Michel, mentre von der Leyen viene costretta ad accomodarsi su un divano laterale. Non uno sgarbo istituzionale ma la volontà politica di ribadire una gerarchia di genere.
I casi, gli esempi di una misoginia che resta intatta, e si gonfia all’inverosimile di fronte al “potere” delle donne, sono all’ordine del giorno. Sono per le strade, sui social, sui quotidiani e in televisione. Il punto però è quando il contesto è la Casa Bianca, i rapporti diplomatici, il Parlamento italiano o quello europeo. Perché lì il potere prende forma e sostanza, lì la “scalata” femminile diventa tangibile e lì ogni manifestazione di misoginia acquista peso e diventa monito ed esempio. Non crediate che essere arrivate al vertice vi metta sullo stesso piano di un uomo. Non pensiate che la parità di cui credete di essere incarnazione sia una roba seria. Nonostante il ruolo, i titoli di studio, i successi, i voti ricevuti, rimanete un gradino sotto perché donne. Ed è nel vostro esser donne, e quindi diverse, che sapremo colpirvi. Non cedendo il passo, ridicolizzando la vostra foga oratoria, il vostro corpo o abbigliamento, sottolineando che non è quello il vostro posto. Destinate a essere fuori posto e fuori tempo.
C’è tanta strada da fare, dicevamo, e il fronte culturale resta forse il più pervicace perché anche il più impermeabile alle leggi, alle regole e alle “punizioni”. Il punto allora è non arretrare. Le donne in prima linea, come Giorgia Meloni, e noi con lei in ogni posizione di potere. Tenere il punto e la testa alta, non cedere il passo, non prestare il fianco. È faticoso, terribilmente, ma ne varrà la pena. Per noi e per tutti i sacrifici fatti per raggiungere posizioni che per un uomo sono il naturale compimento di un’agevole carriera e per noi invece una sfiancante corsa a ostacoli. Ma ne vale la pena soprattutto per quelle che verranno dopo di noi. Perché il cammino per la parità non è che una staffetta e ora è il nostro turno.
