di Florinda Scicolone*

«L’Italia presenta uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo. […] Intendiamo lavorare puntando a un riequilibrio del gap salariale…». Sono le parole del Premier Draghi al Senato lo scorso 17 febbraio e conforta alquanto che un Presidente del Consiglio declini il suo pensiero, in modo esplicito, al tema della disparità di trattamento salariale tra uomo e donna in un passaggio del discorso programmatico per la fiducia.

In Italia, quello della parità retributiva è un principio costituzionale, che trova il suo ancoraggio nel primo comma dell’art.37 Costituzione: «la donna lavoratrice ha gli stessi diritti, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore». Fino a oggi, però, la carta costituzionale non ha trovato applicazione. In occasione della prima giornata internazionale per la parità salariale, indetta dall’ONU il 18 settembre 2020, l’OIL – l’Organizzazione Internazionale del Lavoro – ha ricordato che in Italia il minor accesso delle donne a posizioni apicali e il ricorso al part-time involontario sono due dei motivi principali del divario retributivo tra i generi.

Quanto evidenziato da Mario Draghi, pertanto, non solo ossequia il principio costituzionale ma è anche in profonda sintonia con l’orientamento attuale dell’Unione Europea. A marzo 2020, infatti, la Commissione europea ha presentato una strategia per la parità di genere con la quale ha dettato un piano di azione da realizzare entro il 2025 e che vede tra le sue principali priorità il superamento del gender pay gap. Infatti, in ottemperanza di tale priorità, dopo aver concluso una consultazione pubblica in tal materia nel Maggio 2020, lo scorso 4 marzo la Commissione europea ha presentato la proposta di una Direttiva sulla trasparenza salariale per garantire che nell’Unione Europea donne e uomini ricevano la stessa retribuzione per uno stesso lavoro. La proposta della Commissione europea verrà ora discussa dal Parlamento europeo. La proposta di Direttiva prevede che le Imprese con almeno 250 dipendenti dovranno rendere pubbliche all’interno della loro organizzazione le informazioni sul divario retributivo tra donne e uomini che svolgono lo stesso tipo di lavoro. Come si evidenzia, però, i destinatari della Direttiva sarebbero, purtroppo, soltanto le Grandi Imprese.

È opportuno ricordare, a questo proposito, che la Direttiva Europea è un atto normativo vincolante che obbliga gli stati dell’Unione a recepire con Legge affinché entri in vigore nel proprio ordinamento nazionale entro due anni dall’emanazione.

Nel superamento del gender pay gap, la proposta di Direttiva indica, comunque, un notevole passo avanti in tal guisa. In aggiunta al fatto che un Premier autorevole come Draghi abbia espresso l’intento di intervenire in questa materia, conferisce un forte auspicio che in quest’ultimo scorcio di legislatura, finalmente, possa vedere la luce l’approvazione di una delle proposte di legge in merito, attualmente, ferme in Parlamento. Oppure, viceversa, si vedrà il superamento, in parte, di tale gap con una legge di recepimento della Direttiva europea de qua, non appena questa verrà licenziata.

Entrambe le ipotesi, comunque, alimentano una forza propulsiva di speranza che la direzione di marcia verso il final countdown del gender pay gap stia pian piano cominciando.

* Giurista d’Impresa