Fondazione Marisa Bellisario

MILIARDI PER IL BENE COMUNE, POCHE DONNE AL COMANDO: IL PARADOSSO DELLE FONDAZIONI BANCARIE

di Arabella Mocciaro Li Destri*

Gestiscono oltre un miliardo di euro l’anno a favore delle comunità. Difendono i principi di equità e pari opportunità. Ma nei loro organi di governo le donne restano una minoranza. Un’anomalia che vale la pena raccontare.

Più di un miliardo di euro erogati nel 2024. Oltre 22mila progetti finanziati in tutta Italia. Settori di intervento che vanno dall’istruzione alla salute, dalla lotta alla povertà educativa allo sviluppo delle competenze digitali. Le Fondazioni di origine bancaria – ottantasei enti privati senza scopo di lucro nati dalla trasformazione delle storiche Casse di Risparmio – sono oggi uno degli attori più influenti del sistema di welfare italiano. A fronte di una missione che invoca esplicitamente equità e pari opportunità tra i propri principi fondativi, la domanda che la Fondazione Bellisario non può non porre è diretta: quante donne siedono ai loro vertici?

Il quadro si sta lentamente evolvendo. La governance delle Fondazioni di origine bancaria — consigli di indirizzo, consigli di amministrazione, collegi dei revisori — è stata storicamente un territorio a prevalenza maschile, specchio fedele della cultura dei territori che le espressioni della rappresentanza locale sono chiamate a riflettere. I loro statuti prevedono che gli organi di governo siano composti da “una rappresentanza qualificata delle realtà locali”: enti pubblici, università, associazioni di categoria, organizzazioni della società civile. Un meccanismo nobile nella sua logica di radicamento territoriale, ma che ha a lungo riprodotto le asimmetrie di potere già presenti in quelle stesse realtà.

Il paradosso è stridente. Le Fondazioni di origine bancaria, come ricorda il quadro normativo che le disciplina fin dalla legge Amato del 1990, hanno tra le proprie finalità istituzionali “l’utilità sociale e la promozione dello sviluppo economico del territorio”. Nel catalogo degli interventi che esse sostengono rientrano esplicitamente “equità” e “pari opportunità”. Finanziano progetti per l’inclusione, per l’empowerment delle fasce deboli, per la riduzione delle disuguaglianze. E tuttavia per decenni hanno faticato ad applicare a sé stesse i principi che promuovevano verso l’esterno.

Negli ultimi anni, tuttavia, la situazione è iniziata a cambiare. La spinta è venuta in parte dall’esterno — la stagione delle quote nei consigli di amministrazione delle società quotate ha prodotto un effetto culturale più ampio — e in parte dall’interno, con alcune Fondazioni che hanno anticipato il cambiamento senza attendere obblighi di legge (come dimostra, ad esempio, il caso della Fondazione CRT di Torino, in cui sia Presidente sia Segretario Generale sono donne e, altresì, i cui organi collegiali mostrano una presenza femminile molto rilevante). È d’uopo sottolineare, con viva soddisfazione, che l’Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio (ACRI) ha incluso la diversità di genere tra i temi di attenzione per il buon governo degli enti associati. Ma la strada verso una rappresentanza equilibrata è ancora incompleta, e la velocità del cambiamento varia enormemente da territorio a territorio, riflettendo le culture locali tanto quanto le normative nazionali.

C’è però una ragione in più per cui il tema merita oggi un’attenzione rinnovata, che va al di là della giustizia rappresentativa. Le Fondazioni di origine bancaria stanno attraversando una trasformazione profonda nel loro modo di operare: da erogatori passivi di fondi a soggetti attivi di governance del welfare territoriale, capaci di progettare su orizzonti pluriennali, costruire reti tra attori diversi, sperimentare soluzioni innovative. Questo salto richiede competenze composite, visioni plurali, capacità di ascolto dei bisogni più difficili da intercettare. Competenze e capacità che la ricerca ha abbondantemente dimostrato essere distribuite senza riguardo per il genere — e delle quali un sistema che esclude o sottorappresenta le donne si priva.

Le Fondazioni sono, per loro natura, enti più agili delle pubbliche amministrazioni e più liberi dai condizionamenti di breve periodo del mercato. Possono permettersi di sperimentare. Possono essere — e alcune già lo sono — laboratori di una governance davvero plurale, capace di portare al centro le voci che troppo spesso restano ai margini. Sarebbe una coerenza necessaria, prima ancora che una scelta strategica: chi si propone come presidio dell’equità nelle comunità che serve non può governarsi secondo logiche di esclusione.

Per la Fondazione Bellisario, che da trent’anni lavora perché il merito femminile trovi il riconoscimento che merita ai vertici della vita economica e istituzionale italiana, le Fondazioni di origine bancaria rappresentano un interlocutore privilegiato e una frontiera ancora aperta. Un miliardo di euro l’anno per il bene comune merita di essere gestito con il contributo di tutte le intelligenze disponibili. Nessuna esclusa.

*Professore ordinario Scienze economiche, Aziendali, Statistiche, Past Presidente SIMA-Società Italiana di Management

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