Fondazione Marisa Bellisario

L’ARTE, LA POLITICA E LA GUERRA

di Fernando Miglietta*

L’arte è politica? Certamente l’arte e la guerra sono in antitesi, così come la creatività e la distruzione. Sono l’immagine della vita e della morte, dell’esistenza e della negazione. La luce contro il buio, la bellezza contro la bruttezza, la gioia contro l’orrore.

Ciò nonostante, quando l’arte si è confrontata con il potere, con l’azione distruttiva dell’uomo, non solo ha saputo esprimere il suo diritto a esistere ma ha sempre mutato il suo orizzonte creativo, svelando la sua metamorfosi di libertà, contro ogni dittatura e oscurantismo.

L’Arte è destinata, dunque, a mutare forma, a trasformarsi in sintonia con le culture che l’attraversano; la sua metamorfosi è arte del divenire, è grido di speranza, urlo identitario, è resistenza contro ogni negazione. È progetto altro, conquista di nuove spazialità, forme e linguaggi. Al di là dello stile, l’Arte è azzeramento dogmatico, coscienza critica; è rivoluzione, pensiero di un futuro diverso.

Ora, ancora una volta, la guerra, lo scenario apocalittico, la prospettiva di un mondo capovolto, rendono, da una parte, l’Arte sempre più apparentemente fragile per la debolezza intrinseca, dall’altra, prepotentemente forte, per la sua capacità appunto di rinascere sotto altra forma: è questa l’Arte, legata ai Valori (e non alla guerra), alla Democrazia e alla Libertà.

La scelta autonoma dell’Ente la Biennale di Venezia e del suo presidente Pietrangelo Buttafuoco di favorire la riapertura del padiglione della Russia, di cui è proprietaria sin dal 1914, alla prossima Biennale d’arte, riapre la vecchia e mai sopita querelle e pone, ancora una volta, interrogativi sull’autonomia dell’arte e sul ruolo dominante della politica e delle azioni di governo.

Molteplici le voci che si sono manifestate contrarie a questa decisione, dalla lettera di ventidue ministri europei che chiedono alla Biennale un passo indietro, al Ministro Alessandro Giuli contrario alla partecipazione del padiglione russo, che verrebbe aperto in contrasto all’opinione del Governo italiano e nonostante la critica dell’Ue che minaccia di ritirare i fondi di due milioni di euro alla Biennale. E ancora, un’istruttoria, dall’esito imprevedibile (commissariamento?) che, dopo aver registrato le mancate dimissioni del rappresentante del MIC nel consiglio di amministrazione, la consigliera Tamara Gregoretti, prevede di controllare se le modalità di allestimento del Padiglione abbiano violato le restrizioni internazionali dovute ad invasione dell’Ucraina.

Dunque, una Biennale d’arte mai così sotto processo per l’edizione che dovrebbe aprire a maggio e che registra, accanto al caso della partecipazione del padiglione russo, anche le forti pressioni per la chiusura dei padiglioni dell’America, di Israele e dell’Iran.

Una decisione, la scelta di riaprire le porte agli artisti russi, con l’intento di ospitare voci del dissenso, che secondo Buttafuoco rientra nell’autonomia statutaria della Biennale e non viola il sistema di sanzioni internazionali. Ma non per il Ministero della cultura che valuta la decisione, se pur legittima, non praticabile proprio per la portata geopolitica, e senza un coordinamento preventivo con il governo in un momento così delicato a livello internazionale.

Interferenze legittime o, dinanzi alle singolari ingerenze della politica e dei governi, intromissioni gravissime che ledono l’autonomia della cultura e la libertà dell’arte?

Ma quale significato potrebbe mai avere l’esclusione della Russia, della sua cultura, da un confronto internazionale che proprio a Venezia, città simbolo e crocevia di incontri memorabili, può ritrovare nuovi e significativi momenti di dialogo e di riflessione proprio sui rapporti tra arte e politica in un momento così cruciale per il conflitto bellico tra Russia e Ucraina?

Dovremmo forse cancellare la letteratura, la poesia, l’arte, l’architettura russa con la rimozione di figure come Dostoewskij, Majakovskij, Kandisky, Malevic, Tatlin, e tanto altro ancora? Al contrario, siamo certi che qualunque sarà la proposta della curatela del padiglione russo, di fatto potrà rappresentare l’occasione per un confronto non solo d’arte. Anche se alcune anticipazioni sul padiglione, espresse dalla Federazione russa per la cooperazione culturale internazionale – si parla di censura come strumento necessario a preservare un ambiente sano nella comunità creativa – disorientano e fanno riflettere.

E così anche il tema dei rapporti arte-politica si colora nefastamente dell’oscurantismo della guerra.  Naturale, quindi, chiedersi in che misura si può parlare oggi di un’arte della libertà.

La libertà è estetica? Quali sono le forme della libertà?  Quanti nel mondo educano alla libertà? La cultura e l’arte possono vivere e svilupparsi senza la libertà? L’Arte, la cultura, la politica, possono non interrogarsi sulle esigenze di un mondo profondamente cambiato negli ultimi anni?

La sfida per tutti è, dunque, il dialogo, un diverso dialogo che esalti l’arte, la cultura, il pensiero creativo, e allontani la guerra, i conflitti, elaborando, finalmente, l’alfabeto di una nuova alleanza, un’alleanza di libertà capace di restituire al mondo fondamento di Valore e Visione politica.

Allora, alla domanda se “l’arte è politica?”, noi rispondiamo convinti che, quando l’Arte la manifesta, difende soltanto il suo diritto ad esistere.

Continui pure il Presidente Buttafuoco e la Biennale nell’impegno di apertura verso un’arte della libertà, l’unica che può farsi forma e spazio creativo del dissenso, luogo di incontro e dialogo delle culture.

Ecco la sua rivoluzione: una metamorfosi che richiama all’etica come all’estetica, alla pace e alla solidarietà, alla tutela dei diritti dell’umanità e all’abbattimento dei confini e delle mostruosità deliranti.

*Architetto, critico d’arte

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