Intervista a Cristina Smurra, co-Founder e proprietaria BioSmurra
Il ritorno alla terra: Lei e sua sorella Marina avete scelto di restare in Calabria per trasformare l’azienda di famiglia in un modello biologico. Quanto coraggio serve per scommettere sul settore primario e quali ostacoli, come donna, ha dovuto abbattere in un mondo tradizionalmente maschile?
Dopo gli studi universitari fuori regione, le nostre radici ci hanno riportate a casa. Il forte legame con la Calabria e con la nostra città di Corigliano-Rossano ha spinto entrambe a costruire, scommettere e investire, in modo totalizzante, tutta la nostra energia nella terra d’origine, partendo da quell’angolo di paradiso che è la valle del Colagnati e che rappresenta il senso stesso della nostra famiglia e di nostro padre.
Dopo oltre 20 anni, abbiamo la consapevolezza che il nostro ritorno alla terra, nato dal desiderio di scommettere sull’agricoltura praticata secondo i rigidi dettami del metodo biologico, non abbiano nulla a che fare con il coraggio bensì con la folle incoscienza che ci ha sempre contraddistinte. Quell ‘incoscienza che, ogni giorno che passa, ci fa sentire che stiamo contribuendo, nel nostro piccolo, a realizzare qualcosa che sa di buono, onesto, vero e concreto.
In seguito alla prematura scomparsa di nostro padre per un brutto male, per noi è stato naturale modificare il modo di coltivare il nostro agrumeto. Dall’integrato siamo passate al biologico, perdendo tantissimo quantitativo e ottenendo un prodotto esteticamente imperfetto, non contemplato dai canali della Grande distribuzione e da tutti coloro che ad essa si rivolgono come sbocco principale.
Il creare dal nulla rapporti reali che durano nel tempo – nonostante le criticità dovute ai tempi della logistica e al cambiamento climatico – ci ha permesso di vivere e di far vivere di agricoltura e con dignità tutti coloro che collaborano con noi, direttamente o indirettamente. Non sarebbe stato possibile se fossimo rimaste nei canali ufficiali, “drogati” da incentivi e progetti eccessivi rispetto ai reali bisogni delle aziende.
Nessun compromesso e nessuna voglia di bruciare le tappe, forzando le cose. Da sempre tracciamo il nostro percorso con piccoli e ripetuti passi, per non perdere l’essenza. Forse è in questo che ci distinguiamo da un approccio prettamente maschile: non dobbiamo dimostrare niente a nessuno e abbiamo un solo dovere verso noi stesse e verso tutti coloro che credono in noi, ci accordano la loro fiducia e garantiscono il proseguimento di un cammino comune.
Le “Clementine Coraggiose”: dietro le vostre clementine c’è un impegno che riguarda la biodiversità e il rifiuto dello sfruttamento. In che modo il vostro approccio produttivo si fa strumento di denuncia contro il caporalato?
In questi anni abbiamo virato sempre più convintamente verso un’agricoltura compatibile e rispettosa dell’ambiente, degli insetti, delle falde acquifere, dell’aria e della salute di chi lavora con noi e di coloro che consumano i nostri prodotti. Nei nostri campi, che da oltre 20 anni non vedono l’utilizzo di pesticidi e chimica, abbiamo praticato la biodiversità. Differenziando la varietà dei frutti, proteggendo le piante autoctone ereditate, realizzando siepi, utilizzando il meno possibile mezzi meccanici per di tutelare il sottosuolo. Siamo state sentinelle del nostro territorio, “pretendendo” che la bellezza e la salubrità dei luoghi venissero rispettate anche dagli altri. Abbiamo fatto squadra con piccole realtà che hanno fatto la nostra stessa scelta, premiandole e inserendole nel nostro percorso. Purtroppo, non sempre siamo riuscite nel nostro intento e questo nonostante ci fossimo esposte denunciando presso le sedi competenti ogni comportamento inaccettabile. Spesso ci siamo sentite tradite dalle Istituzioni ma non ci siamo mai tirate indietro o voltate dall’altra parte ogni qualvolta ci imbattevamo in situazioni di sfruttamento e degrado. Abbiamo un rischiato, mettendoci la faccia e agendo concretamente ma lo reputavamo necessario. È l’indifferenza delle persone perbene che crea i mostri, l’ignoranza che consente i soprusi.
Noi, apparteniamo a un’altra categoria!! Quello che vogliamo è mettiamo in pratica è garantire lavoro continuativo e regolarmente retribuito, anche quando non ce n’è bisogno e si potrebbe risparmiare perché le lavorazioni sono state effettuate. Anzi, è proprio in quel momento che continuiamo ad esserci, perché mutui, le bollette, le esigenze delle famiglie, vicine e lontane, non vanno in pausa.
Agricoltura e solidarietà: BioSmurra collabora attivamente con realtà sociali come l’Associazione Don Bosco. Come si coniuga il profitto aziendale con la missione di sostenere le fasce più fragili della comunità?
Il profitto aziendale si coniuga con la missione di sostenere le fasce più fragili della comunità, essendoci. Senza far rumore ma concretamente. Capire, prima che ti venga chiesto, che puoi essere utile. Questo, naturalmente non significa sostenere atteggiamenti parassitari o di stupida furbizia ma dare risposte vere a tutti coloro che incrociamo nel nostro percorso e che dimostrano di meritarselo. A quanto ci credono quanto noi e possono contribuire alla stabilità della nostra azienda. Il sogno dev’essere comune e prepotente affinché funzioni. Ci dev’essere reciprocità. La maggiore soddisfazione è sentire i nostri collaboratori parlare al plurale del contesto aziendale. Ricevere i ringraziamenti dei consumatori per quei frutti, talvolta bruttini, che arrivano sulle loro tavole e che, ne sono consapevoli, rappresentano molto altro. I tempi sono cambiati. Le situazioni di disagio e il divario economico crescono e noi siamo consapevoli di essere state fortunate. Grazie a chi ci ha dato fiducia abbiamo potuto inseguire il nostro sogno e ci siamo salvate. Per questo è giusto restituire, anche se con piccoli gesti, simboliche a silenziose azioni condivise non solo a livello locale.
Filiera corta e territorio: Dalla Calabria a tutta Italia tramite i GAS e Filiera Futura. Perché è fondamentale il rapporto diretto con chi consuma per salvare la piccola agricoltura dalle logiche della grande distribuzione?
È fondamentale riuscire a intercettare direttamente i consumatori, per poter resistere, attraverso il riconoscimento di un prezzo reciprocamente giusto e per poter vivere ed investire, in un comparto molto aleatorio, come quello connesso al modo agricolo. Il clima, le speculazioni, la burocrazia, la rigidità del sistema del mondo del lavoro in agricoltura, la concorrenza sleale, l’ipocrisia a livello istituzionale, delle associazioni di categoria che aleggiano e i prezzi che non coprono troppo spesso neanche le spese sostenute, fanno sì che sia facile cadere. Le conseguenze possono essere disastrose. O si molla e si svende il sacrificio di una o più vite, legate a storie familiari un tempo solide, o ci si trasforma in pessimi predatori più che imprenditori. Il tutto assecondando logiche distributive, quelle della grande distribuzione, che non tutelano gli attori veri di un settore strategico come quello agricolo, soprattutto per il nostro Paese.
Il valore della “cura”: Si dice che le donne abbiano una naturale propensione alla cura. Nel vostro caso, questo si traduce in attenzione al paesaggio e alle relazioni umane. È questo il segreto per un’economia davvero sostenibile?
Come già detto, l’attenzione verso i luoghi che ci ospitano e verso le relazioni non sempre semplici o scontate costruite in questi anni, è stata e tutt’ora è, la nostra vera forza. La cura, i sacrifici, le arrabbiature, i sorrisi, gli impegni e le strette di mano, hanno fortificato la nostra storia personale ed aziendale. Non siamo mai venute meno ai nostri principi e alla parola data, anche se per qualche istante abbiamo vacillato. A volte ci siamo dovute fermare, analizzare, discutere al fine di ripartire con maggiore consapevolezza rispetto all’importanza del nostro piccolo grande percorso, da cui dipendono svariate persone. Non so se le donne, per antonomasia, abbiano una naturale propensione alla cura. A volte, non siamo meglio degli uomini quando scimmiottiamo i loro modi di agire e di pensare, assecondando ciò che andrebbe osteggiato con tutta la forza, quella sì, che ci contraddistingue.
E che peccato quando ci distraiamo…. potremmo fare la differenza!
Messaggio alle future imprenditrici: In occasione della Giornata della Donna, quale consiglio darebbe alle giovani calabresi che hanno un sogno imprenditoriale ma sono frenate dal contesto o dalla mancanza di servizi?
Il messaggio che perlomeno io, Cristiana, darei alle giovani donne calabresi e non solo a loro, è quello di credere in sé stesse sempre. Di non delegare ad altri il proprio futuro ed i propri sogni. Di essere autonome economicamente, senza accettare compromessi di nessun tipo, per ottenere ciò che desiderano. Capire quali sono le proprie passioni e perseguirle. Mettersi in gioco ogni qualvolta si presenta l’occasione, misurando la propria capacità di adattamento. Di non scoraggiarsi quando le cose non vanno. E’ normale che si cada e ci si rialzi. È la vita! E quella non fa sconto a nessuno, soprattutto quando si è disposti a barattare i propri valori per cose che non contano nulla. In un mondo fin troppo globalizzato, l’assenza di servizi non rappresenta un vero ostacolo. A volte l’autenticità dei luoghi e le opportunità maggiori, nascono proprio là dove ci sono carenze strutturali. Sono la determinazione, la caparbietà, la creatività e il pragmatismo che fanno la differenza. In ultimo sono i sogni prepotenti che aiutano ad alzare quell’asticella che ognuno di noi deve provare a fissare, per avvicinarsi il più possibile a chi desidera essere.
