di Francesco Bove*
La verità scomoda che nessuno vuole dire: mancano i soldi!
Pazienti che aspettano mesi per una visita specialistica, anni per un intervento di protesi d’anca o di ginocchio. Un problema costante con crescente frustrazione, al moltiplicarsi di task force, decreti, piattaforme digitali e commissioni parlamentari, tutte impegnate a cercare soluzioni gestionali a un problema che ha una sola, semplice, brutale radice: mancano i soldi!
Il dibattito pubblico sulle liste di attesa in Italia è inquinato da una narrazione fuorviante. Si parla di “inefficienze organizzative”, di “inappropriatezza prescrittiva”, di “mancata digitalizzazione”, di “agende bloccate”. Tutte questioni reali, ma tutte secondarie rispetto al nodo principale. La verità — che politici di ogni colore faticano ad ammettere perché porta con sé conseguenze finanziarie impopolari — è che il Servizio Sanitario Nazionale italiano è strutturalmente sottofinanziato rispetto alle aspettative di salute della sua popolazione. Non è un problema di come si distribuisce l’offerta. È un problema di quanta offerta ci si può permettere. E la risposta, oggi, è: troppo poca.
Quindi una sanità che per distribuire equamente le proprie risorse non può rispondere al criterio che nel ’79 diede il via al Servizio Sanitario Nazionale con il “tutto a tutti”. Oggi è sempre più evidente che la verità dovrebbe portare ad una trasformazione : “a tutti ma non per tutto”.
I numeri che non mentono: il sottofinanziamento strutturale del SSN
Nel 2024, la spesa sanitaria pubblica in Italia si attesta al 6,3% del PIL, un valore nettamente inferiore sia alla media OCSE (7,1%) che a quella europea (6,9%) e il gap con la media dei paesi europei si traduce nell’esorbitante cifra di oltre 43 miliardi di euro annui. Un vuoto di risorse enorme, che si accumula anno dopo anno e che spiega — meglio di qualsiasi altra variabile — perché il sistema fatica a stare dietro alla domanda di salute.
Le conseguenze cliniche: i dati sulle liste di attesa
Questi numeri non sono astratti. Si traducono, nella pratica quotidiana degli ambulatori e delle sale operatorie, in attese insostenibili che incidono direttamente sulla salute dei pazienti.
Secondo i dati del Ministero della Salute, l’attesa media per una visita specialistica nel SSN ha superato i quattro mesi nel 2023. Per esami diagnostici come risonanza magnetica e TAC si può arrivare anche a dodici mesi. Per interventi chirurgici non urgenti, come protesi d’anca o operazioni per ernia, i tempi di attesa variano da sei mesi a oltre un anno a seconda della Regione.
Non è un problema di offerta: sfatiamo il mito
Le liste di attesa non dipendono da “agende bloccate” o “malgestione amministrativa”. Queste concause esistono, ma sono fattori aggravanti, non la causa principale.
La logica è elementare: se aumenti il budget, puoi assumere più personale, aprire più sale operatorie, allungare le ore di ambulatorio, pagare il lavoro straordinario dei professionisti. Se tagli o congeli il finanziamento, non puoi fare nulla di tutto questo, indipendentemente dall’efficienza organizzativa del singolo ospedale.
Serve coraggio politico, non algoritmi
Le soluzioni tecniche — piattaforme di monitoraggio, razionalizzazione delle agende, lotta alle prescrizioni inappropriate — hanno una loro utilità marginale. Ma nessuna di esse può sostituire ciò che manca davvero: il finanziamento adeguato del sistema.
Il SSN non ha bisogno di “aiutini” una tantum, ma di una visione riformatrice coraggiosa e condivisa: un piano straordinario di investimenti strutturali, una revisione dei modelli organizzativi, il superamento delle disuguaglianze regionali e una rinnovata attenzione alla dignità e sicurezza del personale sanitario. La maggioranza dei Paesi Europei virtuosi lo sa. È ora che lo sappia anche l’Italia.
Se il problema del finanziamento è insormontabile, la problematica è fare scelte coraggiose su come distribuire il finanziamento: a tutti ma non per tutto.
*Specialista in Ortopedia e Traumatologia, Presidente Fondazione AILA
