Fondazione Marisa Bellisario

LA VIOLENZA ECONOMICA DIVENTERÀ REATO: COSÌ SI VEDRÀ CIÒ CHE FINORA È STATO INVISIBILE

di Valeria Santoro*

Nella Relazione della Commissione femminicidio le linee d’azione su riconoscimento giuridico, prevenzione e autonomia economica

La violenza economica è a un passo dall’ingresso nel Codice penale. La proposta di inserirla nell’articolo 572 sui maltrattamenti in famiglia segna una novità rilevante, destinata a cambiare il modo in cui questa forma di abuso viene riconosciuta e perseguita. È il cuore della prima Relazione sulla violenza economica di genere approvata all’unanimità dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio: un passaggio che per la prima volta la definisce come violenza autonoma e strutturale.

Il documento, oltre 200 pagine basate su 93 audizioni, individua tre direttrici di intervento: penale, sociale ed economico. Tra le 14 proposte, la più incisiva è l’inserimento della violenza economica nella fattispecie dei maltrattamenti, colmando un vuoto normativo che finora ne ha limitato le possibilità di riconoscerla. L’obiettivo è rendere perseguibili comportamenti spesso invisibili ma in grado di incidere profondamente sulla libertà personale.

La presidente della Commissione, Martina Semenzato, ha sottolineato come questa violenza sia tra le più subdole e meno indagate, capace di esercitare un controllo pervasivo sulla vita delle donne, riducendone autonomia e possibilità di uscire da relazioni abusive. La sua natura poco visibile contribuisce, appunto, a renderla difficile da riconoscere, sia per le vittime sia sul piano giudiziario.

La relazione mette in luce come la violenza economica si manifesti in comportamenti diffusi nella vita di coppia: impedire di lavorare, gestire in modo esclusivo il denaro, negare l’accesso a risorse personali o scoraggiare l’autonomia finanziaria. Per contrastare queste pratiche, viene proposta anche l’introduzione dell’obbligo di versamento dello stipendio su conti intestati direttamente alle lavoratrici.

Accanto al piano penale, un ruolo centrale è attribuito alla prevenzione. L’educazione finanziaria di genere viene indicata come leva strategica e dovrebbe diventare obbligatoria nei percorsi scolastici, dalla scuola all’università, oltre che nei luoghi di lavoro. Acquisire competenze economiche significa saper leggere una busta paga, comprendere contratti e gestire risorse: strumenti essenziali per ridurre la vulnerabilità e rafforzare l’autonomia. La Commissione propone inoltre di potenziare l’accesso alle misure di sostegno già esistenti, come il reddito di libertà e il microcredito, attraverso strumenti informativi dedicati, e di vincolare una quota di risorse ai centri antiviolenza per favorire il reinserimento lavorativo delle vittime.

Il riconoscimento normativo si inserisce in un percorso già avviato dalla giurisprudenza: una recente pronuncia della Cassazione ha richiamato la Convenzione di Istanbul, includendo la violenza economica tra le condotte rilevanti nei maltrattamenti. Tuttavia, senza una previsione esplicita, il fenomeno resta difficile da individuare e perseguire.

I numeri confermano l’urgenza. Secondo i dati ISTAT riportati nella Relazione, il 40% delle donne in Italia ne è stata vittima, eppure solo una minima parte la riconosce come tale e ancor meno la denuncia. Non è un fenomeno separato dalle altre forme di violenza: la ricerca di Surviving Economic Abuse documenta che nel 95% dei casi di femminicidio l’innesco è proprio la violenza economica. Si tratta di una violenza che si consuma prevalentemente in ambito familiare (ma non solo) e che incide direttamente sulla possibilità di scegliere e autodeterminarsi.

La relazione segna dunque un cambio di prospettiva: la violenza economica non è solo privazione di risorse, ma esercizio di potere attraverso la dipendenza finanziaria. I prossimi passi saranno decisivi: trasformare le proposte in legge, rafforzare l’educazione economica e sostenere i servizi territoriali.

*Scrittrice e Giornalista MF- Milano Finanza

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