di Filomena Greco
C’è stato un tempo in cui la medicina pensava di poter curare tutti allo stesso modo. Oggi sappiamo che non è così.
Sappiamo che donne e uomini possono avere sintomi diversi, risposte differenti alle terapie, percorsi di malattia non sovrapponibili. E sappiamo anche che ignorare queste differenze ha prodotto, negli anni, diagnosi tardive, cure meno efficaci e troppe disuguaglianze silenziose.
La medicina di genere nasce da una consapevolezza semplice ma fondamentale: mettere davvero la persona al centro significa riconoscerne le differenze, non cancellarle.
Per questo non si tratta di un tema per specialisti o di una questione “di settore”. È una sfida culturale, sanitaria e politica insieme. Perché una sanità moderna non può essere costruita su modelli standardizzati, ma deve saper leggere i bisogni reali delle persone.
Pensiamo alle malattie cardiovascolari nelle donne, ancora oggi tra le principali cause di mortalità femminile, spesso diagnosticate troppo tardi perché i sintomi possono essere diversi da quelli tradizionalmente riconosciuti. Oppure agli effetti collaterali dei farmaci, più frequenti nelle donne proprio perché, per molti anni, la ricerca clinica è stata condotta prevalentemente su campioni maschili.
La medicina di genere, allora, non è una medicina “per le donne”. È una medicina più giusta, più efficace, più umana.
Da donna del Sud e da rappresentante istituzionale della Calabria, sento particolarmente forte il dovere di portare questo tema al centro del dibattito pubblico. Perché nelle realtà più fragili le disuguaglianze sanitarie diventano ancora più evidenti e spesso colpiscono soprattutto le donne, le famiglie e le aree interne.
Parlare di medicina di genere significa parlare anche di prevenzione.
Vuol dire investire nella diagnosi precoce, nell’educazione sanitaria, nella raccolta dei dati e nella formazione del personale medico. Vuol dire costruire una sanità capace di anticipare i bisogni e non soltanto di intervenire nell’emergenza.
L’Italia ha già compiuto passi importanti con l’introduzione della medicina di genere nel Servizio sanitario nazionale e con il Piano nazionale dedicato. È stato un cambio di prospettiva significativo, che ha finalmente riconosciuto il valore delle differenze nella prevenzione, nella diagnosi e nella cura.
Ma oggi serve qualcosa di più, serve uno sforzo ulteriore, soprattutto nei territori: occorre tradurre questi principi in strumenti concreti, accessibili e vicini ai cittadini. In questa direzione, l’istituzione di Osservatori regionali sulla medicina di genere può rappresentare un passo importante per monitorare i dati, promuovere la ricerca, sostenere la formazione e contribuire alla costruzione di politiche sanitarie più attente ai bisogni reali delle persone.
Le Regioni possono e devono fare la loro parte. La sanità territoriale, la medicina di prossimità, la prevenzione e l’ascolto rappresentano il luogo in cui questa visione può diventare realtà.
Credo che una buona politica debba avere il coraggio di occuparsi anche di costruire un sistema sanitario più vicino alle persone, capace di riconoscere le differenze per garantire davvero pari diritti e pari opportunità di cura.
Perché la salute riguarda tutti, ma non tutti vivono le stesse condizioni. E una società più giusta si costruisce soprattutto mettendo al centro la persona, i suoi bisogni e il diritto a cure appropriate, tempestive e accessibili.
*Consigliere Regione Calabria
