Fondazione Marisa Bellisario

L’IRAN E LE DONNE SACRIFICATE DALLA GEOPOLITICA DEGLI AFFARI

di Rita Lofano*

Le prime a sfidare il regime degli ayatollah sono state loro.

Ragazze. Studentesse. Sedicenni.

Quando Mahsa Amini morì nel settembre 2022 dopo essere stata arrestata dalla polizia morale per il velo “indossato male”, le strade dell’Iran si riempirono di giovani donne che gridavano “Donna, vita, libertà”. Furono loro ad aprire la crepa nel sistema teocratico: tagliarono i capelli nelle piazze, tolsero il velo davanti alle telecamere, sfidarono apertamente il potere religioso.

Molte di loro pagarono con la vita.

Nika Shakarami, sedici anni, scomparve durante una manifestazione a Teheran dopo aver scritto a un’amica che la polizia la stava inseguendo. Il suo corpo fu ritrovato giorni dopo in un obitorio, con gravi ferite alla testa.

Aveva sedici anni anche Sarina Esmailzadeh, una studentessa che pubblicava video sui social sulla sua vita quotidiana. Partecipò alle proteste e fu uccisa durante la repressione.

E poi Hadis Najafi, vent’anni. In un video diventato virale si raccoglie i capelli prima di entrare nella manifestazione. Verrà colpita e uccisa dalle forze di sicurezza.

Quelle immagini fecero il giro del mondo. Per qualche settimana sembrò che la rivolta delle donne iraniane potesse cambiare la storia del paese.

Poi arrivò la brutale risposta del regime. Alcuni rapporti basati su testimonianze di medici, personale degli obitori e fonti interne parlano di oltre 30.000 morti nella repressione più recente. Corpi trasportati di nascosto, sepolture di massa e cadaveri scomparsi dai registri ufficiali.  Molte delle vittime erano giovanissime. Ragazze come Nika e Sarina.

Eppure oggi, mentre tutti i riflettori sono puntati sull’Iran, quelle donne sembrano scomparse.

Il dibattito internazionale è concentrato altrove: nucleare, missili, droni, equilibri energetici, nuova guida suprema.

Mojataba Khamenei, secondogenito e figlio prediletto dell’Ayatollah Ali Khamenei è il terzo capo supremo nella storia della Repubblica islamica. Un’eredità dinastica che sfida la storia. Un segnale di resistenza.

Trump assicura che la guerra finirà presto. I mercati sembrano credergli.

Gli obiettivi di Washington sono chiari: allontanare l’arma nucleare iraniana, colpire il suo arsenale missilistico e il sistema di finanziamento al terrorismo internazionale a partire dai proxy (Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Houthi in Yemen).

Per il governo di Netanyahu, la sicurezza a lungo termine passerebbe attraverso un obiettivo più radicale: il cambio di regime, il collasso del regime teocratico. Uno scenario che richiama gli errori dell’Iraq o della Libia. Il capo della Casa Bianca, pur stigmatizzando la nomina di Khamenei junior, evoca ripetutamente il “modello Venezuela”, aprendo ad una figura interna al sistema.

Intanto la guerra continua, e con essa crescono le pressioni economiche. Iran significa petrolio (è uno dei principali fornitori della Cina). Colpire l’Iran significa quindi colpire una delle fonti di approvvigionamento di Pechino. Negli ultimi mesi diversi paesi chiave per l’energia cinese sono finiti nel mirino del capo della Casa Bianca: il Venezuela, la Nigeria e ora l’Iran. Tre pilastri energetici su cui il Dragone aveva costruito una parte della propria sicurezza nazionale.

Ma il prolungarsi della guerra rischia di destabilizzare i mercati energetici globali e far salire i prezzi del greggio (nello stretto di Hormuz transita un quinto del petrolio e gas a livello mondiale). Uno scenario anche politicamente problematico per il presidente degli Stati Uniti che a novembre dovrà affrontare il voto di metà mandato.

Washington ha tutto l’interesse a una conclusione rapida del conflitto.  Il problema è che l’Iran non è il Venezuela. Il sistema della Repubblica islamica è molto più ideologico e radicato. I Guardiani della Rivoluzione restano il vero centro di potere.

In questo scenario, le donne che avevano scosso il regime dalle fondamenta sono sparite dal racconto. Le immagini delle piazze, dei veli bruciati, delle studentesse che sfidavano la polizia morale sembrano appartenere a un’altra stagione. Le donne non si vedono. Ancora una volta sono state sacrificate alla logica patriarcale e alla geopolitica degli affari.

*Direttore AGI Agenzia Giornalistica Italia

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