Fondazione Marisa Bellisario

DONNE & POTERE, 80 ANNI DOPO IL PRIMO VOTO

Il 10 marzo 1946 viene approvato il decreto che permette alle italiane non solo di votare ma anche di essere elette. Una rivoluzione. Oltre duemila di loro furono elette in quelle amministrative che chiamarono al voto più di 5.700 Comuni. Il rapporto tra Donne e Potere trova una prima e ufficiale consacrazione.

Noi iniziamo a parlarne 25 anni fa, con la prima edizione di Donna Economia & Potere. Un accostamento esplicito allora ai limiti della follia o dell’utopia. Non è così oggi. Di potere si parla ma ancora assai di rado come attributo femminile e soprattutto quasi mai nell’accezione che noi gli diamo: come servizio e responsabilità. Il potere di fare, di cambiare, di innovare.

In questi 37 anni abbiamo incoraggiato il cambiamento, dato visibilità a traguardi e primati, accompagnato e favorito la nascita e il rafforzamento di una nuova leadership femminile. Sono stati compiuti tanti e ampi passi avanti ma lo squilibrio resta ampio, le posizioni di potere ancora saldamente in mano maschile. Una questione di tempo, certamente, ma anche di volontà. Non la nostra, anche se a volte fatichiamo ad ambire a una posizione di potere per quella sindrome dell’impostore che non riusciamo a scrollarci di dosso. Mi riferisco piuttosto alla volontà di non cedere il passo di molti uomini, alla loro capacità di fare lobby e serrare i ranghi in difesa delle posizioni di comando ma anche a un’organizzazione del lavoro e della società che spesso e volentieri ci impone un passo indietro. Una questione complessa insomma ma che non cambia il risultato: progressi troppo lenti e la necessità di forzare il corso naturale del cambiamento. Le quote di genere sono state e restano questo: un incentivo forzoso affinché si imprima un’accelerazione. Che abbiano ancora senso, che servano ancora, sono i numeri a dirlo, è la mappa del (mancato) potere in ogni ambito del vivere civile.

La politica, prima di tutto. In Italia ci sono 6.578 sindaci e 1.194 sindache, poco più del 15%, che sale al 20.5% nei comuni con oltre 100mila abitanti. Nei Consigli e Giunte regionali, la presenza femminile supera di poco il 27%, due appena le Presidenti di Regione donna, in Umbria e Sardegna. Le leggi esistono, le raccomandazioni pure ma il caso più recente della Campania dimostra che il modo per aggirarle si trova. Non va molto meglio in Parlamento, con 32,8% deputate e 36,6% senatrici. Abbiamo una premier, traguardo storico, ma Presidenti di Camera e Senato uomini, sei ministre su 24 ministeri, 5 sottosegretari, uomini alla presidenza del Consiglio. Il punto poi sono i progressi, anzi dovrei dire i passi indietro. In Italia, la quota di donne elette è calata per la prima volta dalla XIII legislatura, oltre 3 punti percentuali alla Camera, e lo stesso è accaduto in Europa, con l’arretramento di 1 punto rispetto alla passata legislatura. A livello globale, il 2024 è stato l’anno con più elezioni della storia: 3,6 miliardi di persone al voto con il risultato del minor tasso di crescita della rappresentanza femminile degli ultimi 20 anni, racconta la Bbc. Oggi le donne nel mondo occupano il 27% dei seggi parlamentari e solo 13 Paesi sono vicini al 50%. Il potere femminile in politica e nel mondo non avanza, è evidente.

Solo il 15% delle ambasciate italiane è guidato da una donna, a livello europeo meno di un terzo dei diplomatici di alto grado; nella diplomazia Ue, sono donne il 32% dei diplomatici e appena il 25% dei capi missione, percentuale in crescita ma ancora lontana dalla parità. Per la Farnesina, il 2024 è stato l’anno con la maggiore presenza femminile nei ruoli di vertice e dal 2026 il nuovo concorso diplomatico – più aperto, interdisciplinare e digitalizzato – dovrebbe allargare la base dei candidati anche alle donne. Lo speriamo.

Autorità indipendenti: sono 11 e 8 – dalla Consob alla Privacy all’Anticorruzione – sono guidate da uomini. In questi giorni si è aggiunto un Presidente vicario per la Consob. Vicario, appunto, fino all’elezione del prossimo. Speriamo che sia femmina, aggiungerei…

E poi ci sono settori come la sanità, la giustizia, l’istruzione dove lo squilibrio appare ancora più forzato vista la maggioranza femminile alla base. Sono quasi il 57% le donne nella magistratura ma tra i 416 magistrati con incarichi direttivi, 3 su 4 sono uomini. Due Mele d’Oro arrivate ai massimi vertici – Marta Cartabia e Margherita Cassano, insieme anche a Silvana Sciarra – dimostrano che molti baluardi sono stati espugnati ma la leadership della giustizia continua a essere maschile.

Nel Servizio Sanitario Nazionale, solo il 23,6% dei Direttori Generali è donna, il 22,9% tra i primari.

Sono donne l’81,5% degli insegnanti nelle scuole statali, il 75% delle docenti di ruolo, eppure su 85 Atenei italiani, le rettrici sono 17 (circa il 20% del totale) e il 21% le donne alla guida degli enti di ricerca pubblici.

Economia. Partiamo ancora una volta dal pubblico. Per le partecipate statali, su 621 componenti degli organi sociali uscenti nel 2025, le donne erano 204, pari al 32,8%. Va meglio nelle controllate direttamente dal MEF (41,1% nelle partecipate dirette, 28,2% nelle indirette). Nelle 12 società partecipate direttamente dal MEF quotate e con strumenti finanziari quotati, i CEO sono tutti uomini. Una sola donna AD, in Terna, e due Presidenti, in Poste ed Enav, è il magro bilancio. Non va meglio nel privato, tra le 50 aziende a maggiore capitalizzazione quotate alla Borsa di Milano, gli uomini ricoprono posizioni apicali in 48 casi su 40, con una presenza femminile pari al 4%. Tra i 10 maggiori gruppi bancari, una sola AD, la Mela d’Oro Elena Goitini, alla guida di BNL. Tra le 19 società tecnologiche italiane presenti nell’Euronext Tech Leaders, solo Tatiana Rizzante, AD di Reply, un altro Premio Bellisario. Le dirigenti arrivano appena al 22%.

Chiariamolo. Avere una donna al vertice non è un gesto simbolico o politicamente corretto, non è un segno dei tempi ma una scelta strategica. Secondo uno studio di S&P Global, nei due anni successivi alla nomina di una donna alla guida dell’azienda, il valore delle azioni aumenta in media del 20%. L’87% delle aziende Fortune 500 con una CEO donna ha registrato profitti superiori alla media. Secondo una ricerca dell’EIEF, le donne in posizioni apicali mostrano una migliore gestione del rischio, una governance più solida e una crescita più stabile. Basta? Avere più donne alla guida è una questione di performance e di futuro. Le donne in posizioni apicali sono meno spinte da dinamiche di ego e più attente agli impatti reali. Non frenano l’innovazione ma la guidano con logica, inclusione e senso del possibile. Investono meglio, ascoltano di più i team, valorizzano idee e persone.

Media. Secondo il report ‘Women and leadership in the news media’ redatto ogni anno dal Reuters Institute – 240 testate in 12 mercati e cinque continenti – le giornaliste rappresentano il 40% della forza lavoro ma detengono il 24% dei ruoli editoriali di vertice. Attualmente, in Italia c’è una sola direttrice di quotidiani, Agnese Pini, ancora un Premio Bellisario. Testate come il Corriere della Sera, la Repubblica, Il Sole 24 Ore, La Stampa, Il Giornale, non sono MAI stati guidati da una donna. MAI. Va meglio nelle agenzie di stampa, che mostrano un quasi pareggio (43% vs 57%) – anche qui una Mela d’Oro, Rita Lofano – molto peggio nei Tg nazionali dove le donne che comandano sono pari a zero (due nella storia dei Tg nazionali: Monica Maggioni e Ida Colucci rispettivamente al Tg1 e Tg2, neanche a dirlo, due Premio Bellisario). Cosa e come racconta un giornalismo così? Purtroppo è una domanda che in pochi si fanno. La narrazione parziale influenza le percezioni sociali, normalizzando disuguaglianze, rafforzando stereotipi. Pensiamo al giornalismo di guerra. Grazie a un numero maggiore di inviate – anche qui, due le Mele d’Oro, Stefania Battistini e Gabriella Simoni- è cambiato anche il modo di raccontare i conflitti.

Mi fermo qui per oggi ma ci sarebbero tanti altri numeri e considerazioni. Una su tutte: la leadership – come le quote per le quali tanto mi sono battuta – è uno strumento di cambiamento, non un punto di arrivo. Il potere femminile serve, in ogni ambito. Riflettiamoci.

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