di Daniela Pavan*
Dalla solitudine alla solidità: un percorso di empowerment al femminile. Strumenti, tecniche, visioni per essere guidare il cambiamento
Si chiama “L’Imprenditrice Consapevole – Dalla Solitudine alla Solidità” ed è il percorso info-formativo promosso dal Comitato Imprenditoria Femminile della Camera di Commercio di Vicenza in collaborazione con la Fondazione Marisa Bellisario. Un cammino pensato per imprenditrici e libere professioniste del territorio, costruito non come una sequenza di lezioni teoriche, ma come un’alternanza di teoria e laboratorio: ad ogni appuntamento, novanta minuti suddivisi tra una lezione frontale, presentata da un’associata del Veneto della Fondazione Bellisario, e un workshop operativo, gestito da Daniela Pavan, coordinatrice tecnico-scientifica del progetto. Il percorso ha avuto i primi due incontri a maggio, con Carlotta Vazzoler, e a giugno con Mariacristina Gribaudi, e riprenderà a settembre con gli ultimi tre appuntamenti, fino alla chiusura di novembre.
Il 28 maggio abbiamo parlato di leadership con Carlotta Vazzoler, Consulente HR Luxury Hospitality e referente per la delegazione Venezia della Fondazione Marisa Bellisario. Tema dell’incontro: gestire collaboratori e fornitori senza stress, lavorando su inclusione e gioco di squadra. Carlotta Vazzoler ha scelto di raccontare l’evoluzione della leadership attraverso tre figure femminili provenienti da ambiti diversi – impresa, management e cultura – ma accomunate dalla capacità di innovare ed ispirare: Marisa Bellisario, Luisa Spagnoli e Gianna Nannini.
“Tutte e tre sono rimaste fedeli ai propri valori”, ha sottolineato Vazzoler. “Hanno costruito fiducia intorno a sé, mantenuto coerenza tra visione e azione, valorizzato le persone e le differenze. Attraverso il dialogo, l’ascolto e gesti spesso semplici ma significativi, hanno saputo creare legami e senso di appartenenza”.
Dai modelli ai modi concreti di esercitare la guida di un gruppo. “Esistono diversi modi di essere leader”, ha spiegato. “Possiamo essere leader prudenti, orientati a proteggere il gruppo e a dare stabilità; leader equilibrati, capaci di mediare e di adottare quella che chiamiamo helicopter view, la capacità di distaccarsi dall’emotività del momento per osservare il contesto nel suo insieme e prendere la giusta decisione; oppure leader visionari, capaci di indicare una direzione chiara e di guidare il cambiamento”. Proprio per questi ultimi, ha aggiunto, lo storytelling diventa uno strumento prezioso: “Il buon leader lo utilizza per infondere fiducia nei momenti di incertezza e per celebrare ogni traguardo come parte di un percorso più ampio, mantenendo viva la motivazione”. La sintesi del suo intervento è arrivata in chiusura: “La leadership lascia un segno duraturo quando crea opportunità, genera fiducia e apre nuove strade per chi verrà dopo. In fondo, è la capacità di immaginare ciò che ancora non c’è e di renderlo possibile insieme agli altri”.
Alla parte frontale è seguito il laboratorio condotto da me, che ha trasformato i contenuti dell’intervento in un’esperienza diretta. Perché la leadership non si impara ascoltando, si scopre provando. Compito del laboratorio, infatti, non è definire quale sia lo stile giusto, ma aiutare le partecipanti a riconoscere quello che già usano, spesso senza accorgersene. L’avvio è stato affidato a un veloce icebreaking per alzata di mano – dal concerto degli ultimi sei mesi alla macchina da scrivere alla serie TV su Luisa Spagnoli, fino alla domanda “a quale leader ti ispiri?” – per sciogliere il gruppo e collegarlo, con leggerezza, ai temi appena ascoltati con Carlotta.
Il cuore del workshop è stata l’attività “Stinky Fish”, una tecnica che invita a tirare fuori ciò che di solito si tace. Il pesce che puzza è la difficoltà che teniamo nascosta: più la lasciamo lì, più diventa ingombrante. Tiriamola fuori, insieme. Su un post-it arancione ciascuna ha scritto una difficoltà incontrata nel proprio ruolo di leader; su uno verde un’azione, un rituale o una mossa che adotta per superare un ostacolo. Ho chiesto alle partecipanti una frase per biglietto, non un tema: la sintesi obbliga a mettere a fuoco ciò che conta. I post-it sono stati poi raggruppati per affinità in cluster – un affinity mapping che ha fatto emergere i temi ricorrenti, dalla difficoltà a delegare alla paura di non essere ascoltate. “Quando vedete che la vostra fatica è anche quella della vostra vicina, succede qualcosa: smette di essere un limite personale e diventa un tema su cui lavorare insieme”. La restituzione ha trasformato le esperienze individuali in una mappa condivisa di difficoltà e di soluzioni utili.
Come strumento da portare a casa, le partecipanti hanno ricevuto il “diario della leadership”: un taccuino per continuare, dopo il workshop, a spacchettare le difficoltà quotidiane e annotare le piccole mosse che funzionano. “Non portate a casa una teoria, ma uno strumento da usare lunedì mattina”, ho detto alle partecipanti. Il diario serve a non lasciare che i problemi restino una nuvola confusa: scriverli è già il primo modo per renderli affrontabili. Un primo assaggio del metodo che accompagna l’intero percorso: pochi strumenti, molto pratici, per uscire dalla sala sentendosi più capaci e consapevoli.
Il secondo appuntamento, giovedì 11 giugno, ha portato in aula Mariacristina Gribaudi, AD di Key Line e Presidente dei Musei Civici di Venezia, con un intervento dedicato al mindset dell’imprenditrice e al tema di trasformare la crisi in opportunità. Il messaggio di fondo è stato netto. “Per fare impresa oggi, soprattutto da donne, non serve un set di competenze già perfette in partenza”, ha affermato Gribaudi. “Serve un modo di stare nelle situazioni: nelle proprie capacità, nelle squadre che non ci somigliano, nei territori scomodi del dubbio e nelle emergenze che non danno preavviso”.
Il suo speech si è articolato attorno a tre angolature concrete. La prima è l’autostima. “L’autostima imprenditoriale non è autocelebrazione: è la capacità di riconoscere con lucidità ciò che si sa fare bene e di metterlo a disposizione di un progetto”, ha spiegato. “Quando lavori in squadra su obiettivi che richiedono competenze diverse dalle tue, l’autostima non vacilla: si trasforma. Diventa la fiducia di poter imparare in corsa e di lasciare spazio agli altri senza sentirsi diminuite”.
La seconda angolatura è il mettersi in discussione. “Fare impresa significa, prima o poi, accettare di non essere più la persona più competente nella stanza”, ha osservato. “Uscire dalla comfort zone non è uno slogan motivazionale: è una pratica quotidiana. E mettersi in discussione non è un attacco al proprio valore, ma il modo in cui quel valore si aggiorna”. La terza riguarda l’errore come capacità di adattamento. “L’errore, soprattutto nei momenti di emergenza – e a Venezia l’emergenza è quasi una condizione strutturale – non è un fallimento personale”, ha sottolineato. “È il segnale che il contesto è cambiato più velocemente del piano. La competenza che fa la differenza non è non sbagliare, ma adattarsi: riconoscere lo scarto, correggere la rotta, trasformare l’imprevisto in una nuova informazione utile”.
Anche in questo modulo, alla lezione frontale è seguito il laboratorio guidato da me, costruito proprio attorno al tema dell’errore. Parliamo tantissimo di resilienza, ma raramente ci alleniamo a starci dentro davvero. L’obiettivo era non analizzare il fallimento in astratto ma partire da un inciampo professionale vero, ancora un po’ fastidioso. A ciascuna partecipante è stato chiesto di scrivere su un post-it rosa un errore del proprio percorso professionale che ha avuto un impatto reale, senza l’obbligo di condividerlo ad alta voce. “Dare un nome all’errore, su un foglietto, è già un primo modo per smettere di esserne in balìa”, ha osservato.
Per allenare lo sguardo flessibile che serve davanti agli imprevisti, ho proposto due esercizi di taglio creativo. Il primo, “Magic Trash”, ha chiesto alle partecipanti di accartocciare il post-it con l’errore e di gettarlo in questo magico cestino rosso, osservando il fatto che non siamo sole a sbagliare, l’errore è parte del percorso di ciascuna di noi, l’importante è che ci insegni qualcosa. Il secondo è stato un gioco del tris rivisitato: invece dei classici simboli, ognuna ha costruito il proprio “tris” di modi personali per affrontare l’errore, mettendo a fuoco le strategie che già usa, magari inconsapevolmente.
Il laboratorio si è poi aperto alla “saggezza della sala”, chiedendo a ciascuna partecipante di condividere il proprio miglior approccio per affrontare gli errori, scoprendo così che chiedere aiuto e ascoltare gli altri non è un segno di debolezza: è una competenza imprenditoriale. Come regalo finale, le partecipanti hanno portato a casa “La mia bussola Ikigai”: uno strumento che incrocia quattro direzioni – ciò che amo, ciò che so fare, ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò per cui mi pagano – per ritrovare la propria rotta nei momenti di incertezza. Quando l’errore ci disorienta, la bussola serve a ricordarci dove stiamo andando. Dalla solitudine del singolo errore alla solidità di una riflessione condivisa: esattamente la traiettoria che dà il titolo al percorso.
Il progetto “L’Imprenditrice Consapevole”, che risponde a un’esigenza concreta del tessuto economico vicentino, è nata in seno al Comitato Imprenditoria Femminile guidato dalla presidente Ilaria F. Tabone, in stretta sinergia con l’Ufficio Studi della Camera di Commercio di Vicenza, nelle figure di Diego Rebesco e Sandra Costa. Fondamentale è stata l’analisi di un’indagine condotta nel 2025 tra le imprenditrici e le professioniste del territorio: i dati hanno evidenziato come la solitudine e l’assenza di punti di riferimento siano tra i principali ostacoli nei momenti decisivi della vita aziendale. Da qui la scelta di andare oltre la formazione tradizionale, offrendo un percorso dinamico che alterna approfondimenti teorici a workshop operativi.
Il cuore del progetto risiede nella combinazione sinergica tra competenze tecniche e soft skill: l’imprenditoria femminile, spesso, risente maggiormente della solitudine decisionale rispetto a una reale lacuna di competenze hard. Per offrire un supporto concreto, il percorso adotta un approccio modulare in tre fasi: si inizia dal Sé, focalizzandosi su intelligenza emotiva, gestione dell’errore e resilienza; si prosegue con la Relazione, potenziando networking, alleanze strategiche e comunicazione efficace; si approda infine alla Concretezza, con approfondimenti su finanza, pricing e gestione del cash flow. L’obiettivo è fornire alle partecipanti strumenti immediatamente applicabili, trasformando la solitudine in una solida consapevolezza professionale.
L’interesse riscontrato sin dall’avvio è stato notevole, tanto da rendere necessaria la creazione di una lista d’attesa. Per far fronte all’elevata richiesta, l’organizzazione ha ampliato la disponibilità oltre i 25 posti a incontro, inizialmente previsti, permettendo così la partecipazione di 32 imprenditrici e libere professioniste già dal secondo appuntamento.
L’iniziativa è realizzata con il coordinamento del PID di Vicenza e le figure di Francesca Vitetta, Elisabetta Feltrin, Olivia Viviani e Maria Corà.
Con i primi due moduli il percorso ha posato le sue fondamenta – la leadership e il mindset. Dopo la pausa estiva, “L’Imprenditrice Consapevole” riprenderà con ulteriori tre appuntamenti: il 24 settembre “Oltre la solitudine”, dedicato alla costruzione di reti e alleanze con Elena Appiani, fondatrice di Rete 33 e referente Fondazione Marisa Bellisario Veneto; il 22 ottobre “Il potere delle parole”, sulla comunicazione verso il cliente guidato da me; e il 12 novembre “Libertà finanziaria”, su pricing, cash flow ed educazione finanziaria con Flavia Dian, formatrice.
*Innovation Designer | International Marketing Consultant | Adjunct Professor Business School IPAG nei campus di Nizza e Parigi e la Venice School of Management dell’Università Ca’ Foscari Venezia
