Fondazione Marisa Bellisario

LIBERTÀ ECONOMICA FEMMINILE: L’AUTONOMIA FINANZIARIA È ANCORA UNA BATTAGLIA DI CIVILTÀ

di Elena Murelli*

Quando si parla di gender gap, il dibattito si concentra quasi sempre sui numeri dell’occupazione femminile, sulle differenze salariali, sulle carriere rallentate dalla maternità, sulla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Sono questioni fondamentali, naturalmente. Ma esiste una dimensione del divario di genere più silenziosa, meno visibile e proprio per questo spesso sottovalutata: quella dell’autonomia economica reale.

Perché una domanda, apparentemente semplice, oggi merita una riflessione profonda: una donna che lavora è davvero libera di disporre del proprio reddito?

Siamo portati a pensare che avere uno stipendio coincida automaticamente con l’indipendenza economica. Ma non è sempre così. Ci sono donne che lavorano, che percepiscono un reddito e che tuttavia non hanno una piena disponibilità del denaro che guadagnano. Succede quando la gestione economica viene interamente delegata al partner, quando il conto su cui confluisce lo stipendio è condiviso ma di fatto controllato da un’altra persona, quando il denaro diventa strumento di squilibrio anziché leva di libertà.

È qui che si inserisce un tema ancora troppo poco raccontato: la violenza economica. Una forma di controllo subdola, spesso invisibile, che non si manifesta necessariamente con imposizioni esplicite. Più spesso assume i toni apparentemente innocui della quotidianità. “Ci penso io”, “gestisco tutto io”, “facciamo prima così”. Oppure quella frase che tante donne hanno sentito almeno una volta: “Io guadagno di più e quindi gestisco io.”

Non sempre queste dinamiche nascondono un abuso, naturalmente. Esistono organizzazioni familiari basate su accordi consapevoli e libere scelte. Ma il confine tra delega e dipendenza può diventare sottile. Il problema nasce quando quella che sembra una comodità si trasforma in una perdita progressiva di autonomia. Quando una donna non ha più dimestichezza con il proprio denaro, non conosce le entrate e le uscite familiari, non dispone direttamente delle proprie risorse economiche.

A quel punto non siamo più davanti a una semplice abitudine domestica. Siamo davanti a una vulnerabilità concreta. Una vulnerabilità che pesa enormemente nei momenti più delicati della vita. Quando una donna vuole separarsi e scopre di non avere strumenti economici sufficienti per affrontare un cambiamento. Quando una vittima di violenza trova il coraggio di denunciare ma deve ricostruire da zero la propria esistenza. Quando la libertà di scelta esiste solo in teoria, ma non nella realtà quotidiana.

È da questa consapevolezza che nasce il disegno di legge della Lega AS 763, a mia prima firma, che affronta un nodo molto concreto ma simbolicamente potentissimo: la destinazione dello stipendio.

Dal 2018 la normativa italiana prevede giustamente che le retribuzioni non possano più essere corrisposte in contanti in modo non tracciabile, una misura importante contro lavoro nero e irregolarità. Ma permane un vuoto normativo significativo: lo stipendio può essere accreditato su un conto indicato dal lavoratore senza che questo debba necessariamente essere intestato esclusivamente a lui o a lei.

Il principio che proponiamo è semplice: se una donna lavora, il suo stipendio deve arrivare direttamente su un conto intestato a lei.

Non si tratta di criminalizzare i conti cointestati né di interferire nella libera organizzazione delle famiglie. Nessuno mette in discussione le scelte condivise quando sono davvero tali. Il punto è garantire che la condivisione sia una scelta e non la conseguenza di una dipendenza economica.

Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che una norma del genere, da sola, possa risolvere il gender gap economico. Il problema nasce molto prima. Nasce nel mercato del lavoro, nelle minori opportunità occupazionali femminili, nei salari ancora inferiori, nelle carriere frammentate, nei carichi di cura che continuano a gravare in misura sproporzionata sulle donne.

Ma esiste anche un problema culturale che non possiamo ignorare: il rapporto delle donne con il denaro. In Italia l’alfabetizzazione finanziaria resta insufficiente, e il divario di genere è ancora evidente. Troppe donne non hanno ricevuto strumenti adeguati per acquisire sicurezza nella gestione economica e finanziaria. E questo le rende inevitabilmente più esposte.

Perché saper leggere una busta paga, comprendere i contributi previdenziali, utilizzare strumenti bancari di base, conoscere i meccanismi del risparmio non sono competenze per addetti ai lavori. Sono strumenti essenziali di cittadinanza e libertà.

Per questo la Lega ha voluto intervenire anche sul fronte educativo, con un emendamento a firma della collega Senatrice Testor, approvato in legge di bilancio che ha istituito un fondo da 2 milioni di euro per l’educazione finanziaria, non solo nelle scuole per i giovani ma con particolare attenzione all’empowerment e alla consapevolezza economica femminile.

Perché l’autonomia finanziaria non si costruisce solo con le norme, ma anche con le competenze.

Certo, ogni proposta concreta deve confrontarsi con la realtà. C’è chi osserva che l’obbligo di un conto personale potrebbe rappresentare un costo aggiuntivo, soprattutto per persone economicamente fragili. È un’obiezione seria, che merita una risposta pragmatica. Oggi esistono già soluzioni a costo zero per le operazioni essenziali, ma riteniamo fondamentale aprire un confronto con ABI, affinché possano essere individuate soluzioni bancarie accessibili, sostenibili e realmente inclusive.

Perché l’autonomia economica non può diventare un privilegio, ma il nodo vero resta culturale. Per troppo tempo il reddito femminile è stato raccontato come “integrativo”, quasi secondario rispetto a quello principale della famiglia. Una visione che appartiene al passato, ma che in alcuni contesti continua a produrre conseguenze concrete.

Il lavoro di una donna non è un contributo accessorio, non è solo un aiuto alla famiglia, ma deve essere considerato indipendenza, dignità, identità e soprattutto libertà.

La libertà di scegliere se restare o andare via, di costruire un futuro autonomo, di affrontare una crisi senza sentirsi intrappolate, di ricominciare dopo una violenza o di decidere della propria vita senza dover dipendere economicamente da qualcun altro.

Una società moderna non può limitarsi a garantire alle donne l’accesso al lavoro ma garantire anche la possibilità concreta di esercitare la propria autonomia perché la libertà economica non riguarda solo il denaro ma riguarda il potere di scegliere.

*Senatrice, Segretario di Presidenza del Senato, Capogruppo Lega in Commissione Sanità, Affari Sociali e Lavoro

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