di Marina Rubini*
L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo: nel 2025 la speranza di vita ha raggiunto 81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne; oltre un quarto della popolazione ha più di 65 anni e l’età media supera i 47 anni. Gli ultracentenari sono ormai oltre 23.000, di cui circa l’83% donne. Siamo campioni di longevità, eppure rischiamo di trasformare questa conquista in un problema, anziché nella straordinaria opportunità che è.
Eppure proprio le donne, che vivono più a lungo, sono al centro del paradosso: rappresentano la maggioranza dei caregiver familiari e la spina dorsale del sistema di cura informale italiano. Secondo il rapporto OIL-Federcasalinghe 2025, il valore economico del lavoro di cura non retribuito raggiunge i 473,5 miliardi di euro, pari al 26% del PIL, e le donne ne sostengono il 71%. Sono loro a reggere la c.d. “sandwich generation” poiché chiamate a sostenere allo stesso tempo figli che ancora studiano e genitori anziani non autosufficienti. Questo doppio carico spiega in gran parte il gap occupazionale femminile, soprattutto dopo i 50 anni.
La silver economy, o Longevity Economy, è però anche una grande opportunità: non solo spesa sanitaria e pensioni, ma un ecosistema di consumi, servizi, innovazione e nuovo valore. Le stime più recenti del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali (2026) quantificano l’impatto sul prodotto interno lordo delle attività rivolte agli over 50 in quasi 715 miliardi di euro, circa un terzo del PIL. Circoscrivendo il perimetro agli ultra65enni, il contributo resta intorno ai 363 miliardi, vale a dire circa il 17% del PIL. Anche in chiave europea la dimensione è di prim’ordine, con un mercato della longevità che vale migliaia di miliardi di euro e milioni di posti di lavoro.
Non si tratta solo di consumi: dentro questi numeri ci sono assistenza domiciliare innovativa, tecnologie per l’invecchiamento attivo (silver tech e AgeTech), turismo accessibile, housing intergenerazionale, formazione continua e nuovi modelli di welfare.
È qui che si chiude il cerchio della “nuova economia della cura”. Lo stesso lavoro che oggi grava in modo invisibile sulle donne può diventare un settore riconosciuto e remunerato con servizi domiciliari qualificati, piattaforme di assistenza, professioni della cura valorizzate e non più relegate all’informalità. Trasformare oltre 470 miliardi di valore sommerso in occupazione regolare, competenze certificate e nuove imprese significa, allo stesso tempo, alleggerire il carico sulle donne e far emergere una filiera economica oggi nascosta.
Le donne hanno infatti sviluppato competenze trasversali di cura, relazione, gestione della complessità e resilienza che sono strategiche in questo paradigma. Imprenditrici, manager e professioniste over 50 stanno già reinventando il settore: dalle piattaforme di telemedicina pensate per le esigenze delle donne anziane, alle comunità di co-housing intergenerazionale, fino a modelli di welfare aziendale inclusivi.
Questa esperienza è una risorsa preziosa anche nei consigli di amministrazione. Le quote di genere, introdotte dalla legge Golfo-Mosca (legge 12 luglio 2011, n. 120) e innalzate ai due quinti dalla legge di bilancio 2020 (legge 27 dicembre 2019, n. 160), hanno aperto i board alle donne, ma il vero salto è riconoscere il valore dell’esperienza proprio dove si decide la rotta di lungo periodo. Un’azienda che si rivolge a un mercato che invecchia ha bisogno al proprio tavolo di chi quella transizione la conosce da vicino poiché capace di comprenderne i rischi non immediati, avere una visione strategica oltre il ciclo trimestrale e mostrare attenzione alla sostenibilità sociale del modello di business. La diversità di genere e di età in consiglio è dunque un vantaggio competitivo, perché porta nei processi decisionali punti di vista che intercettano prima i bisogni di una popolazione che cambia.
La Fondazione Marisa Bellisario riconosce da anni le imprese che hanno compreso questo valore ossia che investono in formazione continua e in politiche di conciliazione che non penalizzano le donne nella fase centrale della carriera. Sono realtà che dimostrano come valorizzare il talento femminile maturo generi maggiore retention, innovazione e capacità di leggere i bisogni di un mercato che invecchia.
Affinché questa transizione sia colta davvero servono però scelte coraggiose. La Strategia Nazionale per la Parità di Genere 2021-2026 ha posto le basi, ma alla sua scadenza è necessaria un’accelerazione sulla “longevità attiva al femminile” tramite sia un riconoscimento contributivo più generoso del lavoro di cura, per ridurre il gender gap pensionistico che penalizza pesantemente le donne, sia investimenti mirati nella silver tech, con bandi dedicati a startup e PMI a prevalenza femminile nonché un welfare di comunità territoriale, con incentivi alle imprese che promuovono invecchiamento attivo e mentorship intergenerazionale.
Marisa Bellisario ci ha insegnato che il talento non ha genere né età. Oggi l’Italia ha bisogno di donne che, proprio grazie alla loro esperienza sul campo, aiutino il Paese a invecchiare non solo meglio, ma anche più produttivamente. Non è un atto di generosità verso le donne: è un atto di intelligenza collettiva verso il futuro del Paese. Le donne infatti possono allungare la vita utile dell’Italia intera.
Consigliere di amministrazione BNL BNP Paribas e Mondadori
