Fondazione Marisa Bellisario

LE VERE SFIDE DELLA GIUSTIZIA

di Francesca Nanni*

Viste le condizioni e le difficoltà degli uffici requirenti, in particolare la disastrosa condizione degli organici del personale amministrativo chiamato a effettuare obbligatoriamente una serie di adempimenti sempre più complessi e con un nuovo strumento informatico lento e inadeguato, l’unica riforma approvata è quella sulla separazione delle carriere fra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, indicata come la panacea di tutti i mali mentre ritengo sia ininfluente rispetto alle disfunzioni attuali, alcune delle quali, come l’acritica, eccessiva adesione del pubblico ministero alle ipotesi formulate dalle forze dell’ordine, circostanza spesso segnalata dai difensori, sono destinate probabilmente ad aumentare. Proprio dalla sostanziale inutilità della riforma in oggetto a correggere le attuali pesantissime carenze deriva il dubbio che si tratti di un intervento con un carattere prevalentemente punitivo.

Stiamo sprecando tempo e risorse, senza contare il clima di gravissima tensione che porta a radicalizzare le posizioni e che ostacola un sereno dialogo e un corretto svolgimento del lavoro, a scapito di altre riforme, volte a esempio a una equilibrata opera di semplificazione e armonizzazione delle procedure, a una migliore organizzazione degli uffici oltre a un potenziamento degli strumenti necessari per garantire l’effettività della pena intesa innanzitutto come possibilità di fornire risposte definitive in tempi certi e adeguati e di assicurarne l’esecuzione.

L’effettività della pena, spesso a torto contrapposta a esigenze garantistiche o alla funzione rieducativa costituzionalmente garantita, presenta un legame indissolubile con la verità processuale il cui accertamento in tempi adeguati, oltre a costituire il presupposto indispensabile per l’applicazione della sanzione, dovrebbe restituire fiducia nella legge e rafforzare indirettamente la sicurezza dei cittadini.

Ma, alzando lo sguardo, anche altre considerazioni ci inducono a riflettere sull’importanza del concetto di verità, per noi operatori verità processuale, in un contesto in cui i mezzi di comunicazione, quelli tradizionali e soprattutto quelli informatici, hanno quasi cessato di veicolare informazioni ma, fra loro interconnessi in quello spazio opportunamente indicato come rete globale, formano proprie verità, spesso fra loro contrastanti, alla ricerca di veloci adesioni e consensi.

Nel nostro ambiente le conseguenze quanto a perdita di credibilità e generale disistima sono disastrose per tutte le categorie e, nei casi più eclatanti, si possono tradurre in una delegittimazione generale del sistema come strumento di composizione dei conflitti, condizione alla base di alcuni pericolosi fenomeni di devianza.

Lo scenario fin qui conosciuto, già così complesso e frammentato, è destinato ad avviarsi verso un ulteriore pericolo di confusione in futuro con l’introduzione delle nuove tecnologie, in particolare l’intelligenza artificiale le cui prime, limitate applicazioni nel nostro settore hanno evidenziato notevoli rischi e necessità di attento controllo. Le prospettive sono incerte soprattutto in mancanza di un orizzonte di senso, nel nostro caso un limite comune riconosciuto e accettato dai vari operatori, particolarmente utile per muoversi in una società complessa e disordinata.

Concretamente occorre poi domandarsi anche se i magistrati italiani siano preparati a interpretare e applicare i rapidi progressi della scienza e della tecnologia, con il rischio di finire ostaggi, o addirittura vittime del sapere tecnico e scientifico e gravi ripercussioni sui diritti degli imputati e, di nuovo, sulla credibilità del processo.

Di fronte a queste temibili sfide nel breve periodo vedo proporre solo separazioni e tensioni mentre tutti gli operatori dovrebbero essere impegnati a rinnovare l’idea della giustizia come valore, in quanto tale in grado di superare la semplice idea di piacere o convenienza dei singoli e capace di costituire un parametro orientativo utile a contrastare lo smarrimento contenutistico che caratterizza il nostro periodo. In altri termini dovremmo tutti essere preoccupati di come salvare il senso unico e profondo del nostro lavoro: nell’accertamento trasparente, libero da condizionamenti e faticoso della verità processuale assicurare un punto di equilibrio fra la garanzia dei singoli, intesa come sostanziale rispetto della loro dignità, e le esigenze della collettività, anche e soprattutto rinunciando ad effimeri vantaggi e superando i propri limitati ed egocentrici orizzonti

*Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Milano

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