Fondazione Marisa Bellisario

I MOTIVI DEL NO

di Chiara Braga*

L’efficienza del sistema giudiziario è una leva decisiva per la competitività e la capacità del Paese di attrarre investimenti. Ma è anche il metro con cui misurare il grado di civiltà e di rispetto dei valori della convivenza, dei rapporti tra individui, tra i cittadini e lo stato e tra i poteri dello stato. Il diritto è nato qui: sono stati i Romani i primi a dirci che regole condivise avrebbero garantito forza, pace e sviluppo.

E questo è anche il motivo perché l’amministrazione della giustizia ci sta così a cuore e perché quello del prossimo 22 e 23 marzo sarà un appuntamento importante per il nostro Paese, pur sapendo che non cambierà in nulla il suo funzionamento. Ma è per le vere ragioni sottese a questa riforma costituzionale che invitiamo le elettrici e gli elettori a votare NO.

L’ammodernamento della giustizia è in forte ritardo, nonostante le leve importanti attivate dal PNRR: solo una parte limitata delle risorse destinate alla digitalizzazione è stata effettivamente utilizzata, il processo telematico è spesso bloccato e il Ministero della Giustizia opera con circa 12.000 lavoratori precari, senza certezze di stabilizzazione. La carenza strutturale di personale è aggravata dai continui tagli di bilancio, ai quali il Ministro Nordio non si è mai opposto.

Intanto la giustizia penale e il sistema penitenziario sono ormai vicini al collasso. Il moltiplicarsi delle fattispecie di reato, tipico dell’approccio di populismo penale del governo Meloni, non ha prodotto maggiore sicurezza, ma ha alimentato un clima di emergenza permanente senza investimenti in prevenzione, assunzioni e servizi. Le carceri sono sovraffollate, con condizioni disumane, mentre la giustizia minorile viene snaturata in senso punitivo, compromettendo i percorsi educativi e di reinserimento.

In questo contesto si inserisce la riforma costituzionale sulla separazione delle magistrature – più che sulla separazione delle carriere – presentata in modo del tutto fuorviante come “riforma della giustizia” e che in realtà non avrà alcun effetto sul miglioramento della giustizia. Si tratta invece di una scelta che inciderà profondamente sull’equilibrio dei poteri, approvata con una forzatura parlamentare e senza un confronto autentico in Parlamento, in contrasto con la natura stessa delle norme costituzionali. E anche il ricorso anticipato nei tempi al Referendum appare come un atto di arroganza politica da parte della maggioranza, più che come una garanzia democratica.

La Costituzione definisce la magistratura come un ordine unico, parla di un giudice terzo e imparziale, ma non richiede la separazione delle carriere per assicurare la terzietà del giudice, che dipende invece dalle garanzie processuali, dal contraddittorio nel processo e dalla qualità delle motivazioni delle decisioni assunte. I dati dimostrano che non esiste alcun appiattimento dei giudici sulle tesi dell’accusa. Al contrario, la riforma rischia di produrre una pubblica accusa più forte e meno orientata alla ricerca della verità processuale, indebolendo le garanzie dei cittadini. E come succede in altri ordinamenti il passo successivo sarà assoggettare al controllo del Governo i pubblici ministeri, con tutto ciò che ne consegue in termini di indipendenza e autonomia.

Lo sdoppiamento del CSM, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare e il ricorso al sorteggio per la selezione dei componenti togati, oltre a essere un unicum per un organo di autogoverno, mortificano il principio della rappresentanza e rendono più debole la magistratura, senza alcun beneficio per la qualità della giustizia. A ciò si aggiunge l’assenza di una seria attenzione alla rappresentanza di genere e alla qualità delle competenze.

Il vero obiettivo politico della riforma è allora evidente: sottoporre la magistratura al controllo dell’esecutivo, minandone l’autonomia e l’indipendenza, stravolgere la separazione e l’equilibrio tra poteri dello Stato.

Quello che emerge è un disegno preoccupante: un altro colpo alla Costituzione che si somma al disegno del premierato e all’autonomia differenziata perseguiti da questa maggioranza. Un modello di potere senza limiti e contrappesi che segna un pericoloso crinale per la democrazia.

L’indipendenza della magistratura non è un privilegio corporativo, ma una garanzia per i cittadini e per lo Stato di diritto. Per questo è indispensabile difenderla come bene pubblico e assicurare, in vista del Referendum, una campagna informativa corretta, trasparente.

*Deputata della Repubblica Italiana

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