di Iside Castagnola*
Negli ultimi anni il rapporto tra adolescenti, social network e affettività è cambiato in modo radicale. Non si tratta soltanto di nuove tecnologie o di nuove piattaforme digitali, ma di un mutamento profondo del modo in cui i ragazzi costruiscono la propria identità, vivono le relazioni sentimentali e cercano approvazione. È un fenomeno che ho avuto modo di osservare da vicino nella mia attività come componente del Corecom Lazio e del Comitato nazionale Media e Minori, oltre che nella mia esperienza di avvocata impegnata nella tutela dei minori.
«Non vedo cosa ci sia di sbagliato nello scambiare con il mio ragazzo le mie informazioni personali, dargli la mia password, fargli controllare come vado vestita. Gli scambi tra quelli della nostra età non sono mica più le poesie di Leopardi, come era per la vostra generazione. La sera gli mando foto intime, perché non dovrei?». Sono parole che non dimentico. Le pronunciò una ragazza durante uno degli incontri nelle scuole dedicati al contrasto del cyberbullismo e alla promozione di un linguaggio nonviolento. Una testimonianza che racchiude bene il disorientamento emotivo e culturale di tanti adolescenti di oggi.
Nelle aule scolastiche, molto spesso al fianco della Polizia Postale, ho incontrato centinaia di studenti. Ragazze e ragazzi intelligenti, fragili, immersi in una dimensione digitale che per loro rappresenta la normalità. In questo contesto, ciò che viene percepito come prova d’amore — condividere password, inviare fotografie intime, accettare forme di controllo da parte del partner — rischia di trasformarsi in una trappola. Molti giovani non comprendono che questi comportamenti possono diventare l’anticamera di violenze psicologiche, ricatti, umiliazioni pubbliche e revenge porn.
Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto la scarsa consapevolezza dei rischi della rete o della tutela della privacy. Dietro questi comportamenti si nasconde qualcosa di più profondo: una crisi dell’autostima e della percezione del proprio valore. Troppo spesso le ragazze, ma non solo loro, finiscono per misurarsi esclusivamente sul terreno dell’apparenza estetica e della prestazione. Il bisogno di essere accettati e desiderati prende il sopravvento sulla capacità di riconoscere e difendere i propri confini emotivi.
La rete amplifica tutto questo. I social media costruiscono modelli irraggiungibili, alimentano la ricerca compulsiva del consenso e trasformano la vita privata in esposizione continua. Un “like” sembra valere più di un dialogo autentico; l’immagine conta più della profondità delle relazioni. In questo scenario, i ragazzi crescono spesso senza strumenti adeguati a distinguere tra amore e possesso, tra libertà e controllo, tra condivisione e perdita della propria dignità.
Ma durante questi incontri nelle scuole, non meno disarmante è il confronto con molti genitori. Madri e padri raccontano la loro difficoltà a dire “no” ai figli. Che si tratti dell’ultimo modello di smartphone, di un motorino, di un capo firmato o di qualsiasi altra richiesta, emerge una paura diffusa: quella di perdere il rapporto con i ragazzi attraverso il rifiuto. È come se molti adulti cercassero di comprare l’affetto dei figli attraverso concessioni continue, rinunciando al proprio ruolo educativo.
Questa fragilità educativa produce conseguenze profonde. La mancanza di autorevolezza priva i ragazzi di un elemento essenziale per la crescita: il confronto con il limite. Non imparano che i desideri richiedono impegno, sacrificio, pazienza. Non imparano a gestire la frustrazione. E così, quando nella vita incontrano un rifiuto — soprattutto sul piano sentimentale — possono reagire con rabbia incontrollata, incapaci di accettare che non tutto sia immediatamente disponibile o dovuto.
Per questo motivo, quando si parla di educazione digitale, non possiamo limitarci a rivolgere l’attenzione ai più giovani. È necessario coinvolgere le famiglie, aiutare gli adulti a comprendere il mondo in cui vivono i loro figli, accompagnarli fuori da quel senso di smarrimento che troppo spesso li paralizza. Non basta vietare o controllare: serve costruire dialogo, presenza, ascolto.
La scuola può e deve avere un ruolo decisivo. L’educazione all’affettività, al rispetto reciproco e all’uso consapevole dei media dovrebbe entrare stabilmente nei programmi scolastici, non come intervento occasionale affidato alla buona volontà di associazioni e operatori, ma come parte integrante del percorso formativo. Allo stesso tempo, è fondamentale promuovere una vera alfabetizzazione digitale che non si limiti all’uso tecnico degli strumenti, ma insegni il valore della responsabilità, della privacy e della dignità personale.
La sfida educativa che abbiamo davanti riguarda l’intera società. Non possiamo lasciare soli i ragazzi in un mondo che corre più veloce della loro maturità emotiva.
Da pochi giorni ho un’importante responsabilità come Garante Infanzia e Adolescenza di Roma Capitale: il mio incarico sarà sempre caratterizzato da grande spirito di servizio. Con il supporto delle donne della Fondazione Bellisario, spero di poter contribuire a costruire una società più attenta ai diritti, alla crescita e alla serenità dei nostri bambini e adolescenti.
*Avvocata esperta in mediazione familiare e tutela dei diritti dei minori, Garante Infanzia e Adolescenza Roma Capitale
