di Paola Severini Melograni*
Intervista Marco Politi, giornalista e scrittore, esperto di questioni vaticane, si definisce il biografo di tre papi: Giovanni Paolo II, Ratzinger, Francesco. Il suo ultimo libro è “La rivoluzione incompiuta: la Chiesa dopo Francesco”
Ci dovresti illuminare. Aiutaci a comprendere e ad analizzare la prima enciclica di Papa Leone.
Intanto questa enciclica ha un titolo fortissimo: Magnifica Humanitas, che esprime tutta la capacità della Chiesa cattolica, in questo momento, di collocarsi al centro dei grandi processi geopolitici, storici e sociali.
Sicuramente Papa Leone presenta un approccio privo di qualsiasi timore nei confronti delle nuove tecnologie, in un documento che si ispira a una grande attenzione per la dignità dell’essere umano. Tant’è vero che il sottotitolo dell’enciclica è proprio: «Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Leone vuole esprimere un chiaro «no» al dominio delle tecnocrazie e alla manipolazione dell’individuo. Non è un caso che si dica che questa enciclica venga scritta nel tempo dell’intelligenza artificiale, perché essa rappresenta soltanto un aspetto di una situazione storica nella quale grandi problemi come guerre, povertà, emarginazione, migrazioni e profonde diseguaglianze sociali vengono amplificati da questa nuova invenzione.
Il Papa ha voluto che alla presentazione dell’enciclica partecipassero anche due teologhe e un grande esperto di Intelligenza Artificiale: il cofondatore dell’azienda tecnologica Anthropic, in California. Una delle teologhe, l’inglese Anna Rowlands, osservava che dobbiamo renderci conto che l’intelligenza artificiale attraversa tutti gli ambiti della vita: il lavoro, la comunicazione, la società e persino le relazioni e l’amore. Da questo punto di vista, Papa Leone chiede una grande attenzione nei confronti di questi sistemi tecnologici, perché non sono neutri, ma rischiano di favorire chi li ha costruiti e gli interessi di potere che vi stanno dietro.
Scrive Leone: «Piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare i processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli». Qui abbiamo un Papa che entra con grande immediatezza anche nelle questioni della vita quotidiana, perché ricorda che ormai gli algoritmi incidono sul lavoro, sul credito, sull’accesso ai servizi e sulla reputazione delle persone. Tutto questo non può essere affidato esclusivamente a sistemi automatizzati. Bisogna inoltre prestare particolare attenzione all’impressione che questi sistemi siano oggettivi.
Tu sei un grande esperto di temi vaticani: quanto influisce sulla visione del mondo di questo Papa il fatto che si sia laureato in matematica?
Influisce molto la «composizione a mosaico» della sua formazione, perché da un lato è laureato in matematica e dall’altro è un teologo, esperto di diritto canonico. Inoltre, è il primo Papa ad avere un’esperienza internazionale che altri pontefici non avevano avuto, né Paolo VI né Pio XII, per esempio. Papa Wojtyła aveva compiuto molti viaggi, ma è una cosa diversa.
Questo Papa, invece, ha maturato esperienze di governo a livello mondiale fin dal periodo in cui iniziò il suo ministero episcopale in Perù. Si tratta già di una doppia esperienza: nato a Chicago e formatosi in una città che è un crogiolo di realtà diverse — comprese realtà difficili come la criminalità —, ha poi vissuto in Perù non soltanto come missionario, ma anche come vescovo e quindi come cittadino peruviano, dato che possiede una doppia cittadinanza. Inoltre, ha ricoperto incarichi di governo nell’Ordine agostiniano a livello mondiale ed è poi arrivato alla Curia romana, occupandosi della selezione dei vescovi di tutto il mondo.
Abbiamo quindi un Papa con una forte esperienza internazionale. E soprattutto, provenendo dagli Stati Uniti, nessuno può dirgli — come talvolta accadeva con Papa Francesco —: «Tu sei sudamericano e hai dei rancori verso gli yankee», oppure: «Vieni dalla Polonia e non conosci la società statunitense». Lui viene dal centro dell’impero e, proprio per questo, le sue critiche risultano particolarmente efficaci.
Non mostra alcun rifiuto delle nuove tecnologie; sottolinea invece la necessità che esse rimangano sempre sotto il controllo dell’uomo, nel rispetto della dignità umana. Nell’enciclica afferma che è necessaria una grande trasparenza a tutti i livelli di questi processi e che deve esserci sempre qualcuno in grado di rendere conto delle decisioni prese, con il potere e il dovere di motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano.
L’intelligenza artificiale non può diventare una sorta di divinità assoluta che decide della vita delle persone.
Il tema che mi viene in mente è quello del governo: in qualche modo Papa Leone è un manager che ha dovuto affrontare e governare enormi difficoltà. Ce ne hai parlato a proposito della sua esperienza in Perù. Leone sembra conoscere molto bene il mondo di oggi. Quanto potrà influire sui temi internazionali un Papa americano? Noi non ci aspettavamo determinate reazioni, per esempio nei confronti di Trump, e invece lui ha sorpreso tutti. Ti aspetti altre prese di posizione sorprendenti da parte di quest’uomo che sembra avere una visione rara tra i capi di Stato del nostro tempo, ossia la volontà di governare il futuro con uno sguardo alto e non limitato all’immediato?
Tu hai toccato proprio la parola chiave: «uomo di governo». Leone è un uomo di governo che intende governare la Chiesa e, al tempo stesso, collocarla all’interno dei processi sociali e geopolitici dell’epoca contemporanea. Francesco diceva spesso: «Non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca».
Negli Stati Uniti, in questo momento, c’è un presidente che rivendica poteri molto ampi, arrivando anche a scavalcare il Congresso e a mettere in discussione quel sistema di pesi e contrappesi che regola i rapporti tra presidente e Parlamento, presidente e ordine giudiziario, presidente e università, presidente e mezzi di informazione. Al tempo stesso domina una ristretta élite di grandi baroni della tecnologia, che rivendicano una piena libertà d’azione in nome del profitto e dell’ottimizzazione dei propri sistemi tecnologici. Leone è contrario a questo assolutismo e ritiene che oggi sia fondamentale il ruolo del governo, della politica e dello Stato. Per questo sostiene che tali processi debbano essere controllati.
Sono necessari anche organismi indipendenti da certe dinamiche plutocratiche, perché non è possibile che il cambiamento venga governato esclusivamente da forze tecnocratiche che finiscono per presentare tutto come un processo inevitabile. Questo porterebbe al loro dominio e finirebbe per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità tecnologiche. Da questo punto di vista, Leone afferma con grande lucidità che questi soggetti sono ormai potentati privati, spesso transnazionali e dotati di un enorme potere. Per questo è necessaria una rinnovata capacità di controllo e di intervento da parte dei governi.
Francesco lo aveva già preannunciato alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, quando fu invitato al G20 in Puglia. Già allora il Papa argentino parlava della necessità di una regolamentazione dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. Leone riprende oggi quel tema con grande forza.
Marco, vorrei tornare a fare un piccolo salto indietro e tornare a un tema che ha interessato la Chiesa per tutto il Novecento: il rapporto tra scienza e religione. È stato finalmente riabilitato il pensiero di Teilhard de Chardin, che aveva in qualche modo anticipato il mondo di Internet e degli algoritmi. Leone, su questo tema, ha posto dei punti fermi, delle indicazioni chiare?
Dobbiamo ricordare che, in questo percorso di ridefinizione del rapporto tra religione, Chiesa e mondo scientifico, è stato importante, anche dal punto di vista simbolico, il fatto che Giovanni Paolo II abbia riconosciuto gli errori commessi nel processo a Galileo. In questa stessa linea si colloca anche il Grande Giubileo del 2000, durante il quale Papa Giovanni Paolo II volle che la Chiesa pronunciasse un mea culpa per gli errori e gli orrori commessi nei confronti degli scienziati.
Leone riprende oggi tutta la tematica del rapporto tra Chiesa e scienza senza alcun timore nei confronti delle novità tecnologiche, ma sottolineando la necessità di governarle. Questo è il fulcro della sua enciclica e il criterio fondamentale con cui misurare la nostra vita sociale, soprattutto nell’epoca degli algoritmi. «La dignità fondamentale di ogni persona», scrive Leone, «non si acquisisce e non si merita. Non ha bisogno di essere dimostrata». È una dignità che deve essere difesa in modo assoluto.
Per questo è significativo che alla presentazione dell’enciclica fossero presenti anche degli scienziati. Ricordiamo, ad esempio, la partecipazione del cofondatore di Anthropic. È necessario che vi siano scienziati disposti a dialogare con il resto della società, con la Chiesa cattolica e con le altre religioni. Gli stessi scienziati hanno bisogno di interrogarsi su dove determinati processi possano condurre e sui possibili effetti negativi che possono generare.
Per concludere con la domanda delle 100 pistole: cosa ti aspetti ora da Leone?
Mi aspetto che continui su questa strada. Leone, in questo primo anno fino al termine del Giubileo, si è ambientato. Ma proprio lo scontro con Trump, che ha avuto — o che gli è stato imposto — ha mostrato che è capace di alzare la voce con grande determinazione per difendere alcuni principi. Inoltre, il viaggio in Africa lo ha aiutato a sciogliersi nei rapporti: è diventato più spontaneo, più immediato.
Leone è un Papa molto attento a ciò che sta accadendo oggi nel mondo. Anche da questo punto di vista, nell’enciclica ci sono parole molto chiare contro la politica di potenza, contro la febbre ideologica di dividere il mondo in “buoni” e “cattivi”, contro la corsa al riarmo e contro l’influenza dell’industria degli armamenti. E soprattutto afferma con forza che, nell’era nucleare e dei nuovi mezzi di distruzione di massa, non esistono “guerre giuste”. Sono parole importanti.
Sappiamo che il Papa non può cambiare il corso degli eventi con una semplice dichiarazione. Tuttavia, la Chiesa può entrare nel dibattito contemporaneo e certamente continua a riscuotere l’attenzione di una parte significativa dell’umanità. È già accaduto con Giovanni Paolo II durante l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e dell’Inghilterra. Accade anche oggi, nel momento in cui Papa Leone denuncia l’attacco israeliano e americano contro l’Iran e invoca la necessità di arrivare alla pace, affinché il mondo non si divida ideologicamente in buoni e cattivi, ma ritrovi spazio per il dialogo, la diplomazia e il multilateralismo.
*Scrittrice e giornalista radiofonica e televisiva
