di Francesca Pucci*
C’è un equivoco di fondo quando si parla di parità di genere nelle organizzazioni: si tende a pensare che il cambiamento dipenda soprattutto da norme, policy e obiettivi. Sono strumenti necessari certo, ma non determinano da soli il risultato. La parità non si esaurisce nelle regole formali, ma prende forma nelle condizioni che rendono alcune traiettorie riconoscibili e, quindi, praticabili. È proprio su questo piano che la comunicazione esercita un’influenza decisiva. Non quella istituzionale o dichiarativa, ma quella quotidiana: i modelli che vengono raccontati, i profili che emergono, le storie che circolano dentro e fuori le organizzazioni. È lì che si definisce il perimetro delle opportunità, ben prima che intervengano gli strumenti formali. Se continuano a prevalere gli stessi percorsi di carriera, gli stessi modelli di leadership, gli stessi volti associati al successo, la parità resta un obiettivo astratto. Non perché manchino le opportunità, ma perché non risultano pienamente accessibili. E ciò che non appare accessibile difficilmente viene immaginato come tale.
Il punto, quindi, non è intensificare il racconto della parità, ma intervenire su ciò che viene considerato rilevante. Questo implica smettere di valorizzare esclusivamente i risultati e iniziare a restituire i processi: come si cresce in un’organizzazione, quali passaggi sono richiesti, quali competenze vengono effettivamente riconosciute. Significa, soprattutto, rendere espliciti criteri che spesso restano impliciti, perché è proprio in queste zone che si annidano le disuguaglianze più difficili da individuare e correggere.
C’è poi un livello ulteriore, meno evidente ma altrettanto incisivo: il linguaggio. Le parole non sono neutre, perché contribuiscono a definire ciò che è appropriato, atteso, coerente con un ruolo. Quando il linguaggio resta ancorato a modelli consolidati, anche le traiettorie che se ne discostano faticano a trovare legittimazione. In assenza di legittimazione, la parità resta un obiettivo dichiarato, ma non una pratica diffusa.
In questo senso, la comunicazione non accompagna il cambiamento: lo anticipa o lo frena. Può ampliare le possibilità oppure restringerle. Ma solo a una condizione: la coerenza. Quando ciò che viene raccontato non corrisponde a ciò che accade, il rischio non è soltanto reputazionale. È più profondo: si indebolisce la fiducia e si rende il cambiamento non credibile. Al contrario, quando racconto e pratiche si allineano, si genera un effetto moltiplicatore: i modelli diventano riconoscibili, replicabili e, quindi, reali.
È in questo passaggio che la comunicazione smette di essere accessoria e assume un valore strategico. Non perché racconta la parità, ma perché contribuisce a renderla praticabile, incidendo concretamente sulle scelte, sulle ambizioni e sulle possibilità.”
* Consulente per la comunicazione e le relazioni istituzionali
