Fondazione Marisa Bellisario

GUERRA, PACE E RESPONSABILITÀ ETICA DEL MONDO NEI CONFRONTI DELL’IRAN

di Amir Amin Sharifi*

Nel dibattito pubblico si sente spesso affermare che «la guerra è sempre negativa». A prima vista questa affermazione appare umana ed etica, poiché nella storia dell’umanità la guerra è sempre stata accompagnata da morte, distruzione, sfollamento e sofferenza. Tuttavia, se ripetiamo questa frase in modo assoluto, senza considerare le condizioni storiche, politiche ed etiche, rischiamo di perdere di vista la complessità delle realtà del mondo.

La realtà è che, per rispondere alla domanda se la guerra sia giusta o sbagliata, bisogna prima chiedersi: tra quali parti si combatte, in quali circostanze e con quali obiettivi? Nella storia politica del mondo la guerra non è sempre stata la stessa. Talvolta è stata uno strumento di aggressione e dominio, altre volte l’ultima risorsa per difendere la libertà, la dignità umana e il diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Anche nella tradizione della filosofia politica e del diritto internazionale questo tema è stato ampiamente discusso. In questo contesto è stata elaborata la teoria della «guerra giusta». Secondo questa teoria, la guerra può essere moralmente giustificabile solo quando sono presenti alcune condizioni fondamentali. In primo luogo, che l’obiettivo sia la difesa di un popolo contro l’oppressione o l’aggressione; in secondo luogo, che tutte le vie pacifiche siano state precedentemente tentate; infine, che il fine ultimo sia l’instaurazione di una pace duratura e giusta, e non l’espansione della violenza o del dominio.

Per questo motivo, in condizioni normali la guerra dovrebbe rappresentare l’ultima opzione: una scelta che viene presa in considerazione solo quando diplomazia, negoziati e pressioni politiche non riescono più a fermare la continuazione dell’ingiustizia e della violenza.

La storia contemporanea offre diversi esempi di situazioni simili. La lotta globale contro la Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale, ad esempio, non fu soltanto un conflitto di potere tra Stati, ma la risposta a un regime totalitario e criminale che distruggeva la libertà, la dignità umana e perfino il diritto alla vita di milioni di persone. In quel contesto molti filosofi e uomini politici ritenevano che la resistenza militare non fosse soltanto legittima, ma anche necessaria.

Questo dibattito diventa ancora più rilevante quando si osserva la situazione di paesi governati da regimi repressivi e privi di responsabilità politica: governi che non riconoscono nemmeno i diritti più elementari dei propri cittadini e che considerano ogni protesta civile una minaccia alla propria sopravvivenza.

In tali circostanze, sorge una domanda fondamentale: se un governo chiude ogni strada a riforme pacifiche, se risponde alle proteste civili con la violenza e se viola sistematicamente i diritti fondamentali del proprio popolo, la comunità internazionale e gli stessi cittadini devono semplicemente attendere un cambiamento graduale?

Se un governo spara contro il proprio popolo, se ogni protesta pacifica viene repressa con la violenza, se i diritti fondamentali dei cittadini vengono ignorati e il diritto all’autodeterminazione viene negato, quale dovrebbe essere la risposta del mondo? Il silenzio e l’osservazione passiva fino al massacro? Oppure un’azione concreta a sostegno della libertà?

La risposta non è semplice. Tuttavia la storia dimostra che, in alcune circostanze, il mantenimento dello status quo può risultare più distruttivo del cambiamento.

Negli ultimi decenni l’Iran si è trovato ad affrontare una sfida di questo tipo. Da anni la società iraniana chiede il diritto all’autodeterminazione, libertà civili, stato di diritto e un sistema politico responsabile di fronte ai cittadini. Poiché l’attuale governo religioso non solo non garantisce queste condizioni ma le considera una minaccia alla propria sopravvivenza e le reprime duramente, negli ultimi anni si sono verificate numerose proteste diffuse in molte città del paese. A queste manifestazioni hanno partecipato diversi settori della società: studenti, lavoratori, donne e ampie fasce della popolazione.

La risposta delle autorità è stata spesso non il dialogo o la riforma, ma la repressione. Le restrizioni alla libertà di espressione, gli arresti di attivisti civili, la repressione delle proteste di piazza e il controllo dell’accesso alle informazioni fanno parte della realtà che molti iraniani hanno vissuto negli ultimi anni.

In questo contesto molti cittadini iraniani sono giunti alla conclusione che riforme graduali all’interno della struttura politica attuale non siano possibili. Questa percezione di stallo politico ha reso sempre più centrale il dibattito sul futuro del sistema politico del paese e sulla possibilità di una transizione verso un nuovo ordine istituzionale.

In numerose città e villaggi dell’Iran molte persone invocano un nome come possibile guida per una fase di transizione: il Principe Reza Pahlavi. Per una parte della società iraniana il suo nome rappresenta il simbolo di un possibile percorso di cambiamento. Per alcuni egli rappresenta il legame con la storia contemporanea dell’Iran e la possibilità di un ritorno a una monarchia costituzionale parlamentare, un sistema nel quale il potere politico è limitato dalla costituzione e dalle istituzioni democratiche.

Gli slogan che si ascoltano in alcune manifestazioni riflettono questi sentimenti politici. Lo slogan «Javid Shah» per molti non rappresenta semplicemente un riferimento a una persona o a un periodo storico, ma esprime una protesta contro il sistema attuale e la richiesta di un cambiamento profondo della struttura del potere.

Secondo coloro che lo pronunciano, questo slogan esprime diversi messaggi: che il popolo iraniano ha ormai superato questo sistema politico e non lo considera più legittimo; che molti cittadini aspirano a un sistema politico secolare; che, sulla base della propria esperienza storica, alcuni preferiscono una monarchia parlamentare. E, infine, che molti guardano ai principi proposti dal Principe Reza Pahlavi per una transizione politica fondata su quattro pilastri: l’integrità territoriale dell’Iran, la separazione tra religione e politica, l’uguaglianza dei diritti dei cittadini e il diritto di scegliere liberamente il proprio destino.

Allo stesso tempo bisogna ricordare che la società iraniana è complessa e pluralista. Esistono opinioni diverse sul futuro politico del paese. Alcuni sostengono una monarchia costituzionale, altri preferiscono una repubblica secolare, mentre altri ancora sperano in riforme all’interno della struttura esistente.

Ciò che accomuna molte di queste posizioni è il desiderio di porre fine alla repressione politica e di costruire un sistema nel quale i diritti fondamentali dei cittadini siano garantiti.

In questo contesto anche il ruolo della comunità internazionale è oggetto di ampio dibattito. Molti iraniani ritengono che il mondo non debba rimanere indifferente alla situazione dei diritti umani in Iran. Dal loro punto di vista, il sostegno politico e diplomatico alle richieste del popolo iraniano può rafforzare la società civile e contribuire a ridurre le pressioni interne.

Secondo molte testimonianze provenienti dall’interno del paese, nonostante le restrizioni a internet, una parte della popolazione osserva con speranza le azioni militari degli Stati Uniti e di Israele contro le infrastrutture militari del regime, interpretandole come un possibile passo verso la fine del sistema politico attuale.

Allo stesso tempo molti iraniani sottolineano che l’obiettivo finale di qualsiasi cambiamento deve essere la pace, la libertà e la stabilità. Essi non vogliono che, nel periodo successivo a un eventuale conflitto, il futuro politico dell’Iran venga determinato dai resti del regime attuale o dalle grandi potenze internazionali. In diverse manifestazioni, sia all’interno sia all’esterno dell’Iran, alcuni manifestanti hanno espresso gratitudine verso Trump e Netanyahu per il sostegno contro il regime degli ayatollah e hanno indicato il Principe Reza Pahlavi come guida legittima per una fase di transizione.

L’esperienza storica dimostra che una pace duratura nasce quando si combinano alcuni elementi fondamentali: lo stato di diritto, istituzioni democratiche, il rispetto dei diritti umani e la partecipazione reale dei cittadini alla determinazione del proprio destino politico. Senza questi elementi, anche dopo la fine di una guerra rimangono le condizioni per nuove crisi.

Per questo motivo la discussione sul futuro dell’Iran non dovrebbe limitarsi alla questione del potere politico. Ciò che conta è la costruzione di un sistema capace di guadagnare la fiducia dei cittadini, garantire i loro diritti e guidare il paese verso sviluppo e stabilità.

Molti iraniani sperano che un giorno il loro paese possa intraprendere questo percorso: un percorso nel quale l’Iran non sia più teatro di conflitti politici e militari, ma diventi un paese prospero, libero e stabile nella regione. Un futuro di questo tipo sarà possibile solo quando dialogo, razionalità e rispetto della dignità umana sostituiranno violenza e repressione.

Molti iraniani sperano di poter vivere un giorno in un paese in cui libertà di espressione, giustizia e benessere non siano un sogno, ma una realtà quotidiana.

Un paese in cui nessun cittadino venga perseguitato per le proprie opinioni o per proteste pacifiche.

Un paese che utilizzi le proprie immense risorse per lo sviluppo e il benessere dei cittadini invece che per l’ostilità verso il mondo o per attività terroristiche.

Un paese in cui le leggi religiose non dominino la vita pubblica e in cui le persone siano libere di esprimere le proprie convinzioni.

Un paese unito, sviluppato e aperto al mondo, capace di costruire relazioni internazionali basate sulla libertà e sul rispetto, come avveniva prima del 1979 durante il periodo della monarchia Pahlavi.

E un paese capace di svolgere un ruolo costruttivo nella pace e nella stabilità della regione.

In questa prospettiva, l’Iran potrebbe diventare non solo per gli iraniani ma per l’intero Medio Oriente una fonte di stabilità e cooperazione.

Lunga vita all’Iran e agli iraniani. Javid Shah.

*Presidente dell’Associazione Voice of Integrity (VOI)

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