di Monica Lucarelli*
Il mondo che osserviamo nel maggio 2026 non è solo un pianeta attraversato da conflitti; è un teatro in cui la “grande strategia” resta un monologo maschile. Se analizziamo la realtà con le lenti della geopolitica — quella vera, che non si accontenta delle cronache ma scava negli interessi profondi degli attori — emerge un dato che non è solo una questione di pari opportunità, ma di efficacia nell’esercizio della potenza: ai tavoli dove si decide della guerra e della pace, le donne sono ancora delle “invitate”, non delle protagoniste.
Secondo i dati delle Nazioni Unite, rappresentiamo appena il 7% dei negoziatori e il 14% dei mediatori. In nove negoziati su dieci, la voce femminile è assente. Per chi è abituato a leggere il mondo attraverso le categorie della geopolitica, questo non è solo un gap sociale, ma una miopia strategica.
Oggi la guerra è tornata a essere, piaccia o meno, una dimensione strutturale del nostro tempo. Non è più solo lo scontro cinetico sui confini dell’Ucraina o nelle faglie del Medio Oriente; è una guerra totale che si muove lungo le rotte energetiche, nelle catene di approvvigionamento e nei flussi migratori. È una competizione per l’egemonia che investe la psiche delle popolazioni e la stabilità delle istituzioni. Eppure, continuiamo a interpretare questa complessità con una grammatica novecentesca, fondata esclusivamente su deterrenza e capacità militare. Una grammatica scritta dagli uomini per gli uomini.
Il limite di questo approccio lineare è la sua parzialità. La geopolitica ci insegna che uno Stato è forte quando la sua percezione del mondo è aderente alla realtà. Ma se la leadership che guida i processi decisionali è omogenea e maschile, lo sguardo resta inevitabilmente monco. Si tende a riprodurre lo stesso schema interpretativo: l’attacco, la difesa, l’escalation. Si sottovaluta quella sicurezza umana che è, invece, il presupposto fondamentale per ogni proiezione di potenza duratura.
La storia e i dati ci dicono che quando le donne partecipano ai processi di pace, gli accordi hanno il 35% di probabilità in più di reggere all’urto del tempo. Non è buonismo: è analisi del reale. La presenza femminile introduce variabili che la leadership maschile spesso ignora: la tenuta del tessuto sociale, la gestione delle risorse profonde, la capacità di mediare non solo tra eserciti, ma tra società.
Il linguaggio stesso della crisi — fatto di obiettivi, risposte e muscoli — tradisce una visione competitiva che oggi fatica a gestire la natura ibrida dei conflitti moderni. Se la guerra cambia, se si espande nelle economie e nelle identità, non possiamo pensare di governarla restando ancorati a un modello di potere che esclude la metà della popolazione mondiale dai luoghi della decisione.
La Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza ONU, già nel 2000, indicava la strada. Ma a distanza di oltre vent’anni, la resistenza dei modelli di potere consolidati resta il principale fattore di instabilità. Perché il punto non è se le donne siano “più buone” o “meno inclini” alla guerra. Il punto è che la loro esclusione produce un deficit di analisi. Una leadership che non sa integrare la prevenzione con la gestione, o lo sviluppo con la sicurezza, è una leadership destinata a fallire la lettura del presente.
La guerra non è un destino cinico e baro, ma il risultato di calcoli e decisioni politiche. La qualità di queste decisioni dipende dalla pluralità degli sguardi che le generano. Finché la responsabilità resterà confinata in uno spazio maschile e ristretto, continueremo a produrre le stesse risposte parziali a crisi sistemiche.
Rompere questo monopolio linguistico e decisionale è il vero nodo politico del 2026. Non è solo un atto di giustizia verso le donne: è l’unico modo per restituire alla politica internazionale la capacità di comprendere, e quindi di governare, il caos del nostro tempo.
*Assessora alle Attività Produttive e alle Pari Opportunità Roma Capitale
