di Monica Mosca*
Questo vuole essere un omaggio a una donna straordinaria, una donna di 95 anni che da mezzo secolo ogni giovedì scende in piazza a chiedere giustizia, e memoria. Si chiama Estela Carlotto ed è nota in tutto il mondo per la sua battaglia contro quella che il diritto internazionale ha riconosciuto un crimine contro l’umanità: la strage dei desaparecidos in Argentina.
Era il 1976 quando Estela manifestò per la prima volta, con il suo pañuelo bianco annodato a mo’ di foulard, a capo de “las abuelas de Plaza de Mayo”: sono trascorsi cinquant’anni, ma quelle nonne, quelle che sono rimaste, si ritrovano ancora davanti alla Casa Rosada, il palazzo del governo a Buenos Aires. La loro è una protesta commovente e incessante: chiedono di riabbracciare i nipoti che gli squadroni militari del generale Jorge Rafael Videla, insediatosi con un golpe sanguinario, rapirono negli anni della sua scellerata dittatura.
Quella dei desaparecidos è piaga che non si rimargina perché all’appello mancano decine di migliaia di persone: del totale allucinante di 30 mila scomparsi, finora sono stati ritrovati solo 1500 corpi e las abuelas hanno rintracciato 140 nipoti vivi e ormai adulti.
Voglio ricordare la battaglia interminabile di Estela per due motivi: uno di cronaca e l’altro personale. La prima ragione è che l’attuale presidente Javier Milei, con impeto negazionista, nell’anniversario dei cinquant’anni del golpe militare ha deciso che è ora di piantarla con tutte queste “lamentele”, che il tempo della memoria deve finire e ha tagliato del 40% i fondi destinati a qualunque ufficio o programma si occupi di desaparecidos. Per intenderci, in Argentina i crimini compiuti dalla dittatura sono ancora perseguiti, così come continua l’attività di ricerca e identificazione delle vittime: ora però la pretesa di giustizia si fa miraggio e lo scenario oscuro. Avvocati licenziati, uffici chiusi, declassamenti: addirittura la Segreteria dei Diritti Umani, organismo del governo preposto a seguire tutti gli affari per questo crimine, ha perso peso istituzionale, risorse umane, finanziamenti. Stessa sorte per L’Archivio della Memoria e per tutti gli ex centri clandestini di detenzione, diventati musei.
La seconda ragione, personale appunto, è che io con la mia famiglia in quegli anni terribili vivevo in Argentina. Abitavamo proprio a pochi passi dalla grande villa del presidente Videla, vedevamo le auto della scorta entrare dal cancello sul quale era issata la bandiera nazionale azzurra e bianca. I miei fratelli e io eravamo bambini e non capivamo ciò che accadeva: come ho raccontato su Il Giornale, i militari in mimetica e con il mitra a ogni angolo di strada ci sembravano garanzia di libertà e sicurezza. Potevamo uscire di casa senza paura, pensavamo. Finché una mattina, mentre ci accompagnavano a scuola in auto, fummo testimoni di un episodio che ci costrinse a fare domande, e a sapere. Sull’immensa Avenida del Libertador, in pieno centro di Buenos Aires, c’era un grande camion fermo sul ciglio della carreggiata: aveva il portellone dietro aperto, da cui fu calata una rampa di metallo. Il nostro autista dovette fermarsi. Non posso dimenticare come ci guardò: si girò verso di noi, seduti dietro, e il suo sguardo gelido ci sfidava a non fiatare. Alcuni militari fecero salire un’auto sulla rampa: potemmo vedere chiaramente che a bordo c’era una coppia, un uomo e una donna molto agitata. La vettura scomparve in pochi secondi, il portellone si chiuse e il camion si mosse lentamente.
I desaparecidos sparivano così, anche inghiottiti come Geppetto nella pancia della balena. Nessuno parlava, tutti fingevano di non vedere nemmeno. Le persone rapite venivano torturate, le donne violentate e infine i corpi sepolti in fosse comuni o gettati con pesi alle caviglie nel Rio de la Plata.
Nel 1977, la polizia militare ha strappato a Estela Carlotto il marito, rapito per venti giorni e ritornato distrutto nel corpo e nel cervello, senza riprendersi mai più; la figlia Laura, sequestrata incinta, e il genero, entrambi spariti. Estela era una maestra che il destino ha trasformato in leonessa: quando seppe che la figlia aveva dato alla luce in prigionia un bambino, decise che il solo scopo della sua vita sarebbe stato ritrovarlo. Come presidenta delle nonne di Plaza de Mayo, l’ha cercato per 36 anni: Ignacio, questo il suo nome, riconosciuto dopo un test del Dna, era stato dato in adozione da uomini dello Stato. Oggi è un musicista e condivide con la nonna la battaglia per i diritti umani.
Fra i numerosi riconoscimenti internazionali, Estela ha ricevuto anche una laurea ad honorem in Italia, dall’Università degli Studi di Roma Tre. Mi piace pensare che le amiche della Fondazione Bellisario, primedonne speciali, non vogliano dimenticare un’attivista, madre e nonna come lei, che con generosità e coraggio si è caricata sulle spalle il peso di una strage vergognosa. Una donna gigantesca.
*Giornalista
