di Martina Semenzato*
«Nessuna donna deve scegliere tra libertà e diritti». È questo il mio messaggio inviato alla Fondazione Bellisario in occasione della Giornata internazionale dell’8 marzo: fare della libertà delle donne una condizione concreta, misurabile e accessibile. Diritti che sono una responsabilità quotidiana, un tema da affrontare tutti i giorni concretamente. Ed è il senso del risultato raggiunto dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio – che ho l’onore di presiedere – approvando all’unanimità lo scorso 15 Aprile 2026 la prima Relazione sulla violenza economica di genere dedicata a questo tema in Italia, e successivamente il 22 Aprile 2026 sulla Dimensione digitale della violenza contro le donne.
Due importanti documenti con un unico obiettivo: lavorare a tutela e a servizio delle donne.
Non più auspici, ma oltre due anni di lavoro (2023-2026), 135 audizioni e 34 indicazioni operative, finalizzate a delineare uno scenario futuro capace di favorire un cambiamento strutturale e culturale nella società.
Per la Relazione sulla violenza economica di genere la Commissione ha svolto un ampio e articolato ciclo di 93 audizioni confluite in un documento di circa 200 pagine con 14 proposte operative, una base conoscitiva fondamentale per il Legislatore e per tutti gli operatori del settore che a vario titolo sono chiamati a contribuire nella lotta alla violenza contro le donne. Indichiamo una strada fatta di interventi concreti.
È importante normare la violenza economica e dare un inquadramento normativo autonomo e specifico nel Codice penale. Inserire nel Codice penale – in particolare nella formulazione del reato di cui all’art. 572 codice penale (maltrattamenti in famiglia) – il concetto di “violenza economica” quale modalità di integrazione del reato, codificando un indirizzo della giurisprudenza di legittimità ancora poco diffuso tra i giudici di merito.
È una priorità riconoscere giuridicamente la natura coercitiva del controllo economico, che limita la libertà della vittima: introdurre la fattispecie autonoma di “controllo coercitivo” volta a punire la condotta di monitoraggio ossessivo del partner anche in relazione alle spese familiari di minimo importo. Escludere i reati di cui agli artt. 570 c.p. e 570-bis c.p. dall’area applicativa della causa di non punibilità ex art. 131-bis codice penale (violazione degli obblighi di assistenza familiare).
E ancora, l’accesso gratuito alla difesa legale per le vittime; gli strumenti immediati di sostegno, come un fondo di emergenza; le misure per garantire indipendenza, come l’accredito diretto degli stipendi sui conti intestati alle lavoratrici, l’investimento sulla prevenzione e sull’educazione, principalmente finanziaria, per una maggiore consapevolezza patrimoniale e in direzione di una responsabilità condivisa nelle scelte economiche.
La Relazione sulla “Dimensione digitale della violenza contro le donne” è un’inchiesta avviata dalla Commissione a partire da settembre 2025, in risposta a gravi fatti di cronaca che hanno coinvolto chat, forum e piattaforme online sessiste, dove venivano condivise e commentate foto rubate di donne, comprese attrici, influencer, politiche e giornaliste, ma anche la creazione di contenuti espliciti utilizzati a scopo di estorsione.
Il percorso della Commissione è stato immediato e operativo, in quanto sede privilegiata e competente. Con un corposo elenco di soggetti auditi (n. 42) tra cui Polizia Postale, gestori, aziende, piattaforme, professionisti e Istituzioni competenti, ma anche le donne e gli uomini implicati nelle vicende. Nelle conclusioni finali della relazione, sono 20 le proposte operative.
La violenza virtuale è una minaccia reale, il fenomeno è in crescita, le conseguenze sono profonde e devastanti sulla vita fisica, psicologica, economica e professionale delle vittime. Gli abusi digitali corrono nel web: molestie, stalking, minacce, revenge porn, deepfake, deepnude, sextortion e odio online. La necessità di regolamentare questo spazio virtuale ha posto al centro del dibattito la gestione dell’identità digitale, la responsabilità delle piattaforme e la trasparenza degli algoritmi.
Nelle conclusioni finali, segnalo la proposta di introdurre una fattispecie di reato che punisca la diffusione di contenuti sessualmente espliciti generati con sistemi di Intelligenza Artificiale (deepnude). Come ricorda il messaggio del flash mob “Non con la mia faccia” promosso dall’Associazione Giornaliste Italiane, significa rifiutare che il volto o l’identità di una persona vengano usati per scopi contrari alla dignità e alla verità dopo i recenti casi.
Si punta, inoltre, a rafforzare le sanzioni per la sextortion e a introdurre misure come il divieto di accesso a internet per chi è agli arresti domiciliari per reati digitali; il potenziamento della educazione digitale, dell’uso consapevole dei media e della cultura della parità di genere; il daspo digitale; l’anonimato in rete e identificazione dell’utente legati all’identità digitale certificata; l’estensione a tutte le piattaforme dell’obbligo della registrazione del codice “hash”; maggiori poteri di “enforcement” dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) nei confronti di grandi piattaforme non stabilite in Italia e l’istituzione di un punto di contatto unico per il contrasto della violenza digitale di genere tra le diverse autorità competenti.
Altro risultato, il dato politico. Il voto unanime delle relazioni non ha solo un valore simbolico ma dimostra l’attenzione crescente del Parlamento a non sottovalutare più la violenza economica e quella digitale ma a integrarla come nodo centrale nelle politiche di contrasto e prevenzione a favore delle donne.
*Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere
