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DONNE, GIOVANI, SUD E CASA: LA SCOMMESSA DI MELONI PER RILANCIARE IL CONSENSO

di Valeria Santoro*

Donne, giovani, Mezzogiorno, casa. È attorno a queste quattro direttrici che si stanno costruendo le misure della “fase due” del governo guidato da Giorgia Meloni. Interventi che indicano una scelta precisa: intervenire dove il sistema Italia mostra le sue fragilità più evidenti e, insieme, dove l’azione pubblica può generare un ritorno politico immediatamente leggibile. E che arriveranno il primo maggio, in una data simbolo.

Per le donne, il cantiere aperto riguarda innanzitutto la proroga – o possibile stabilizzazione – dell’esonero contributivo per le assunzioni a tempo indeterminato di lavoratrici svantaggiate, in scadenza a fine anno. Una misura che si inserisce nel solco del Programma nazionale “Giovani, donne e lavoro”, finanziato con risorse europee, e che punta a ridurre uno dei divari più persistenti: il tasso di occupazione femminile, tra i più bassi in Europa. A questo si affiancano strumenti indiretti, come il rafforzamento del welfare aziendale: crediti d’imposta per servizi legati a genitorialità ed educazione, e la portabilità delle prestazioni in caso di cambio di lavoro. Non un intervento sul salario in senso stretto, ma un ampliamento del perimetro del reddito disponibile.

Per la questione giovanile il nodo è analogo. Il bonus per le assunzioni degli under 35, in scadenza il 30 aprile, potrebbe essere esteso o reso strutturale. Anche qui il problema è noto: incentivi efficaci nel breve periodo, ma troppo spesso discontinui per incidere in profondità. In linea con questa strategia di rilancio, l’obiettivo del governo è superare la logica dell’emergenza, puntando a rendere queste misure sempre più stabili e strutturali. Non si tratta solo di favorire nuove assunzioni, ma di accompagnare le imprese nella creazione di lavoro di qualità e duraturo, abbattendo progressivamente quelle barriere all’ingresso che per troppo tempo hanno frenato il potenziale delle giovani generazioni.

Interventi mirati anche sul Mezzogiorno. Le misure già finanziate – dal rafforzamento degli incentivi nella Zona economica speciale unica ai programmi per l’autoimpiego come “Resto al Sud 2.0” – vengono integrate in una strategia più ampia: ridurre i divari territoriali e, al tempo stesso, sostenere la crescita complessiva. In questo caso, l’intervento non è solo sociale, ma apertamente economico: senza un aumento dell’occupazione nel Sud, il potenziale di sviluppo del Paese resta inevitabilmente compresso.

Quanto al Piano casa, dopo gli annunci fatti in estate al Meeting di Rimini e qualche rinvio nel corso dell’anno, il programma che dovrà portare alla realizzazione di 100mila alloggi in dieci anni si prepara finalmente a vedere la luce. Il decreto conterrà interventi su case popolari ed edilizia sociale.

Accanto a queste quattro direttrici, si colloca l’intervento sul lavoro povero. Esclusa la strada del salario minimo legale, il governo punta a rafforzare la contrattazione collettiva, introducendo un meccanismo di tutela nei periodi di vacanza contrattuale: un’indennità legata all’inflazione, pari al 30% dopo sei mesi e al 60% dopo dodici. Una soluzione che mira a compensare la perdita di potere d’acquisto, ma che solleva interrogativi rilevanti sia sul piano delle coperture sia su quello degli equilibri tra le parti sociali, soprattutto per la scelta di fare riferimento ai contratti “più applicati”.

Questo pacchetto di misure è stato anticipato alla Camera da Giorgia Meloni in un momento politicamente sensibile. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, l’obiettivo della premier è stato quello di ricostruire un’agenda riconoscibile, capace di parlare a un elettorato ampio e di rilanciare l’azione di governo su temi concreti. Per marcare una direzione.

Questa strategia si confronta, però, con un contesto sempre più complesso. Le tensioni internazionali, con la guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz, stanno alimentando i rischi di uno shock energetico, con effetti immediati su inflazione e crescita. Per un Paese importatore come l’Italia questo significa margini di manovra più ristretti proprio mentre si tenta di sostenere occupazione e redditi.

A questo si aggiunge il vincolo dei conti pubblici. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti lo ha chiarito: le risorse sono limitate e devono essere concentrate su poche priorità. Il deficit/Pil, in attesa della prossima revisione, resta sopra il 3% mantenendo il Paese in procedura di infrazione e il rallentamento economico rende più difficile qualsiasi intervento espansivo.

Da qui la pressione su Bruxelles. La richiesta all’Ue di sospendere il Patto di stabilità, come già avvenuto durante la pandemia, risponde alla necessità di liberare spazio fiscale. Ma l’Ue ha per ora alzato un muro: flessibilità selettiva, nessuna deroga generalizzata. Significa che potrà spendere di più solo chi ha i conti in ordine. E l’Italia non è tra questi Paesi.

In questo scenario la ripartenza – che però Meloni non vuole chiamare così (“perché il governo non si è mai fermato”) – si gioca su un equilibrio sottile. Le priorità sono definite, le misure delineate. Ma la messa a terra dipenderà da variabili che vanno oltre il perimetro nazionale. Se la guerra dovesse proseguire determinando uno scenario fortemente recessivo, allora – e solo allora – l’Ue potrebbe decidere di allentare le regole del Patto. Per ora, tuttavia, i mercati restano relativamente stabili: lo spread è sotto controllo e la Banca Centrale Europea mantiene un approccio prudente sui tassi. Dunque, il governo può muoversi esclusivamente in uno schema predeterminato di risorse date proseguendo nel percorso di riduzione del deficit.

Resta però un dato politico: Giorgia Meloni ha bisogno di una sponda europea. Una necessità resa ancora più evidente da un contesto internazionale in cui l’Italia non può contare né su un pieno allineamento con gli Stati Uniti né su una totale condivisione di vedute con la maggioranza che sostiene Ursula von der Leyen. Uno scenario reso ancor più complesso dall’indebolimento dell’ala destra di Bruxelles dopo la sconfitta di Viktor Orbán.

*Scrittrice e Giornalista MF- Milano Finanza

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