di Benedetta Cosmi*
È più difficile diventare Miranda Priestly, un magazine come «Runway», essere il giornale (d’inchiesta) di Andy? Dovremmo chiederci cosa siamo disposti a difendere.
Le nuove generazioni di donne hanno meno ostacoli (forse), ma non farebbe a cambio la scrittrice Oriana Fallaci, che preferiva comunque la declinazione al maschile. Infatti, dove sono finiti i bei settimanali con cui è venuta su lei? Perché l’insopportabile leggerezza dell’essere irrilevanti, e sciatti, non ha eguali.
«Potete arrivare dove volete» ma «come ci arrivano se quella posizione non esiste più!?».
Il calcolo delle probabilità: un tempo le donne erano escluse. Ora che fine hanno fatto le cose a cui non hanno avuto accesso per tanto? Semplicemente, spesso, non ci sono quasi più. Per nessuno. È meglio o peggio? Le poltrone e le stanze dei bottoni con quelle viste, citate non a caso nel film «Il diavolo veste Prada 2»; si dirà «simboli», rinunciabili. Provate a riproporre i budget per fare le cose bene, poi vediamo se le ragazze vi rispondono che preferiscono lo «smart working» e la palestra. Avete consegnato ai giovani un mondo del lavoro mangiato all’osso e vi stupite della loro apparente inappetenza. Oggi è infinitamente più difficile «proteggere Runway» che diventare Miranda Priestly.
Proprio quando le minoranze arrivano a reclamare i simboli del potere (il segretario, la vista sulla città, il potere di impaginazione, l’autista), il mondo del lavoro inizia a dirci che quei simboli sono «tossici», «superati» o «maschilisti». Prima il potere è un ufficio magnifico con vista su Manhattan ora che potresti averlo tu, Andy, è uno sgabuzzino. (Un dovere civico, ridimensionato). Tanto il potere è sentirsi bene con se stessi, lì hai la fermata della metropolitana. Tocca un punto che va oltre il costume. I cancelli diventano finalmente permeabili e quel mondo che hanno tanto amato, ambito, desiderato viene dichiarato loro fuori moda, o peggio, smantellato.
C’è una forma di ipocrisia, tutta contemporanea, nel descrivere come rinunciabili quegli status che per decenni hanno rappresentato non solo il successo individuale, ma la solidità di una «funzione». L’ufficio emblematico di un direttore, o la libertà di un grande inviato non erano privilegi: erano il perimetro fisico di una responsabilità. Se pian piano togliamo tutto, anche il senso del dovere è più liquido.
Prendiamo l’amministratore delegato il cui valore oggi è legato più alla velocità di uscita che alla capacità di restare e seminare.
Ma l’autorevolezza non è un vezzo. La libertà di arrivare diventa la trappola del non avere più un posto che valga la pena di essere occupato, e così l’eterna stagista non vuole diventare Miranda (il leader), è inutile, se Runway (l’istituzione) non esiste più. C’è chi ambisce a non far finire con sé tutto. Una generazione sottovalutata. Che ha fatto lo stage, 15/20 anni fa (appunto). Spesso intenzionalmente si confonde il privilegio con la struttura. Proprio quando quei posti stanno per essere lasciati a chi viene dopo, salta «la missione culturale». È un disinvestimento nel capitale umano.
Si sgonfia. La posizione conquistata, l’auto di rappresentanza, il ruolo: non hanno più lo stesso valore. Non è di per sé un risparmio aver ridimensionato i propri sogni. Un mondo del lavoro così è un «incubo». La sindrome da burnout è all’ordine del giorno.
Il vero lusso, oggi, è salvare il mondo del lavoro.
«Come fate a non vedere che vi stanno castrando il successo?». Ci immaginiamo Oriana Fallaci che direbbe questo. A donne e uomini.
Oggi la fatica è proteggere il giornalismo. «Il terreno sotto i vostri piedi si è fatto liquido, melmoso, inconsistente». Non vi sembra di sentire le sue parole? Per ora immaginarie.
«Io me lo ricordo l’orgoglio di quell’operaio di cinquant’anni fa. Aveva un senso di appartenenza che oggi non trovi nemmeno nel più tronfio degli Amministratori Delegati. Quell’uomo sapeva dove stava. Voi, invece, dove siete?», immaginate di dover rispondere alle domande di quelle donne scrittori e capi azienda.
L’Italia dovrebbe aumentare le tirature (all’estero) delle proprie riviste, anche gli umanoidi (di tutto il mondo) ambirebbero a sfogliarle (tradurrebbero alla velocità della luce la nostra lingua) per imparare lo stile e l’eleganza.
*Scrittrice, opinionista Corriere della Sera
