Fondazione Marisa Bellisario

COLLEGARE L’EUROPA SIGNIFICA DARE FUTURO AI TERRITORI

di Antonella Sberna*

In questi mesi ho seguito come relatrice per parere della Commissione per lo Sviluppo regionale del Parlamento europeo il nuovo Connecting Europe Facility, il programma europeo che finanzierà le grandi infrastrutture di trasporto e di energia per il periodo 2028-2034.

Sulla carta potrebbe sembrare un dossier molto tecnico. Numeri, articoli, reti TEN-T, corridoi europei, tassi di cofinanziamento, programmi di lavoro. In realtà, dietro queste parole ci sono scelte che incidono direttamente sulla vita delle persone e sul futuro dei territori. C’è il tempo che un’impresa impiega per portare le proprie merci verso un porto. C’è la possibilità per uno studente di raggiungere un’università senza dover cambiare città. C’è la capacità di un’area interna di non restare isolata. C’è la sicurezza dell’approvvigionamento energetico. C’è, in fondo, il diritto di un territorio a non essere considerato periferia permanente.

Il punto di partenza del mio lavoro è stato proprio questo. Il CEF non può essere visto soltanto come uno strumento per finanziare grandi opere europee. Deve essere anche una leva per rafforzare la coesione, ridurre i divari e rendere più competitivo il mercato unico. Perché un’Europa connessa solo tra le sue capitali e i suoi grandi centri urbani è un’Europa incompleta. L’Europa funziona davvero quando anche le città intermedie, le aree rurali, le zone montane, insulari, periferiche e meno collegate possono accedere alle grandi reti europee.

Il risultato politico più importante di questo percorso è stato l’approvazione all’unanimità del parere in Commissione REGI. È un dato che considero molto significativo, perché dimostra che su un tema così strategico siamo riusciti a costruire una posizione larga e condivisa. Non era scontato. Abbiamo lavorato per mesi con i gruppi politici, con i colleghi, con gli uffici tecnici, cercando una sintesi che tenesse insieme ambizione europea e concretezza territoriale.

Il primo punto di forza inserito nel testo riguarda la coesione economica, sociale e territoriale. Abbiamo voluto richiamare in modo esplicito l’articolo 174 del Trattato, che impegna l’Unione a ridurre le disparità tra i livelli di sviluppo delle diverse regioni. Può sembrare un riferimento giuridico, ma è molto di più. Significa dire che ogni grande investimento infrastrutturale deve essere letto anche attraverso il suo impatto sui territori. Una ferrovia, un porto, un collegamento energetico non sono soltanto opere. Sono strumenti per creare opportunità, attrarre investimenti, mantenere vive le comunità.

Abbiamo poi rafforzato l’attenzione alle aree più fragili e meno connesse. In particolare, abbiamo inserito il riferimento alle regioni rurali, periferiche, insulari, meno collegate e alle aree che vivono sfide demografiche. Qui entra un tema a me molto caro, quello del diritto a restare. Oggi molti giovani lasciano il proprio territorio non perché lo desiderano, ma perché mancano collegamenti, servizi, opportunità. Se una persona impiega ore per raggiungere una stazione, un aeroporto, un porto, un’università o un luogo di lavoro, quella distanza diventa una forma di disuguaglianza. Investire nella connettività significa anche combattere lo spopolamento.

Un altro passaggio importante riguarda il concetto di progetto transfrontaliero. La proposta iniziale guardava soprattutto alle grandi tratte tra Stati membri. Noi abbiamo chiesto di riconoscere anche il valore dei collegamenti nazionali quando sono decisivi per far funzionare un corridoio europeo. Penso ai collegamenti tra porti e retroporti, alle connessioni di primo e ultimo miglio, agli snodi urbani, ai tratti che eliminano colli di bottiglia e permettono alle reti TEN-T di essere davvero accessibili.

Un esempio concreto, che ho richiamato anche nel lavoro parlamentare, è il collegamento tra Orte e Civitavecchia. È un’infrastruttura che riguarda il Lazio, ma non solo il Lazio. Significa migliorare l’accesso a un porto strategico della rete europea, collegare meglio l’entroterra al mare, rafforzare la logistica, rendere più competitivo un intero quadrante territoriale. Questo è esattamente il senso che abbiamo voluto dare al CEF: non finanziare solo la grande tratta visibile sulla mappa, ma anche ciò che permette a quella rete di funzionare davvero.

Abbiamo insistito anche sul ruolo delle autorità locali e regionali. Le infrastrutture non si realizzano nel vuoto. Si realizzano nei territori, incidono sulle comunità, attraversano città, aree produttive, porti, zone interne. Coinvolgere chi quei territori li governa ogni giorno significa migliorare la qualità dei progetti, anticipare i problemi, velocizzare le procedure e rendere più efficace l’uso delle risorse europee.

Nel testo abbiamo inoltre rafforzato il legame tra trasporti, energia e sicurezza. Le crisi internazionali degli ultimi anni ci hanno insegnato che dipendere troppo dall’esterno rende l’Europa più vulnerabile. Collegamenti energetici più solidi, reti più resilienti, infrastrutture capaci di servire sia la mobilità civile sia, dove necessario, la mobilità militare, sono ormai parte della competitività europea. Anche qui abbiamo voluto essere chiari: il duplice uso deve produrre benefici concreti anche per cittadini, imprese, logistica e territori.

Cosa potrà significare tutto questo nel prossimo futuro? Potrà significare un CEF più attento alle esigenze reali delle comunità. Più capace di sostenere opere che accorciano le distanze, rafforzano i collegamenti tra aree interne e grandi reti europee, migliorano l’accesso ai porti, rendono più resilienti le infrastrutture energetiche, aiutano i territori a non restare indietro.

Per me questo è il cuore del lavoro svolto. Collegare l’Europa non vuol dire solo unire punti su una mappa. Vuol dire costruire condizioni di libertà, sviluppo e permanenza. Vuol dire permettere a una ragazza di studiare senza sentirsi costretta a partire per sempre. A un’impresa di crescere senza essere penalizzata dalla distanza. A un territorio di essere competitivo senza rinunciare alla propria identità.

Il voto unanime in Commissione REGI dimostra che questa visione può essere condivisa. Ora il lavoro continuerà nelle prossime fasi legislative, ma un messaggio è già chiaro: le infrastrutture europee del futuro dovranno servire non solo a muovere persone e merci, ma a tenere insieme l’Europa. E a dare a ogni territorio la possibilità di sentirsi parte piena del progetto europeo.

*Vicepresidente del Parlamento europeo

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