Fondazione Marisa Bellisario

1° MAGGIO: IL LAVORO DELLE DONNE È LEVA STRATEGICA DI SVILUPPO

«Oggi più di ieri l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro» ha detto Giorgia Meloni presentando il decreto legge definito come «un tassello di una strategia più ampia per sostenere la creazione di occupazione stabile e di qualità». Non una “misura bandiera” in vista del 1° maggio ma un serio tentativo di colmare divari: i giovani e le donne, le regioni del Sud e i nuovi protagonisti del lavoro povero, insieme a una pax, «punto di partenza di un’alleanza, un patto con i corpi intermedi, con le organizzazioni sindacali e datoriali». Tra le misure previste, si conferma la proroga dei bonus per le assunzioni di giovani, donne e lavoratori nell’area Zes, torna un esonero contributivo dell’1% (nel limite massimo di 50mila euro) per spingere la conciliazione vita-lavoro, si rafforza il pacchetto di incentivi per sostenere la stabilizzazione dei contratti a termine e si prevedono misure per prevenire lo sfruttamento del lavoro sulle piattaforme digitali. Il provvedimento di 19 articoli stanzia circa 1 miliardo di euro ma la novità è che agli incentivi si potrà accedere esclusivamente se si riconosce e si applica ai propri lavoratori quello che viene definito il «salario giusto», ossia il trattamento previsto dai contratti firmati dai sindacati più rappresentativi.

Il lavoro di donne e giovani resta certamente la sfida più urgente di un mondo del lavoro che cambia velocemente, creando nuove disuguaglianze e rischiando di amplificare quelle mai sanate. La premier con orgoglio parla degli occupati creati da inizio legislatura, un tasso di occupazione che a gennaio 2026 sale al 62,6%. Una media alquanto squilibrata, però, in tema di genere e geografia. L’occupazione femminile, infatti, si ferma al 53,7%, contro il 71,2% di quella maschile, e nelle regioni meridionali oscilla tra il 37 e il 40%. Sempre al Sud, i tassi di inattività femminile superano quelli di occupazione e il part time involontario riguarda il 63,6% delle lavoratrici, contro il 40,7% del Centro-Nord. Anche le retribuzioni segnano una forbice netta: nelle aree più produttive del Paese gli uomini percepiscono 120 euro al giorno contro gli 88 delle donne, nelle regioni del Sud il divario si attesta intorno ai 90 euro maschili contro i 65 femminili. Dati che confermano la nostra posizione di fanalino di coda nell’UE a 27, con un gender gap doppio rispetto alla media dei Paesi Europei. Eppure, secondo il Fondo Monetario Internazionale, una piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro potrebbe aumentare il Pil di alcuni Paesi europei fino al 10%.

Non c’è dubbio che qualche passo avanti è stato compiuto e lo certificano anche i dati, in sensibile miglioramento. Stiamo provando a cambiare le cose, coinvolgendo in primo luogo le aziende. La certificazione di parità di genere, per esempio, è stata un successo straordinario e inaspettato: 12.349 aziende certificate parlano di un primo passo verso un modo diverso di concepire l’organizzazione del lavoro che tende all’equità retributiva, incentiva la crescita professionale delle donne e favorisce la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Seppure di natura volontaria – e non coercitiva come la mia legge sulle quote – la scommessa è che inneschi un percorso virtuoso e contagioso come quella norma prima osteggiata e oggi invocata. Un ambiente di lavoro più inclusivo favorisce il benessere, la creatività e, in definitiva, la competitività e produttività delle imprese. Come le quote, la sfida è che testare i vantaggi, anche economici, della parità, la renda “necessaria” e non più un atto di buona volontà.

Certo, le imprese da sole non possono colmare il divario. Diciamo da anni che serve un cambio di paradigma che coinvolga tutti. Lo Stato, che deve fare la sua parte nel favorire la conciliazione. Con gli asili prima di tutto: 32 strutture ogni 100 bambini sotto i tre anni sono troppo poche. E ai posti che mancano si aggiungono lunghe file di attesa e rette elevate nei servizi privati con il risultato che l’Italia non solo non assicura continuità tra fine del congedo parentale e accesso ai servizi dell’infanzia ma ha il gap temporale tra i più ampi in Europa. Serve un approccio strutturale che inizi dall’asilo e prosegua lungo tutto il ciclo di studi, assicurando una maggiore compatibilità tra mondo del lavoro e gestione dei figli. Orari scolastici lunghi, chiusure estive brevi: la conciliazione si costruisce anche così.

Ma a cambiare deve essere anche la cultura, in famiglia, nella società, nel sistema economico. Se il lavoro di cura resta sulle spalle delle donne, se la maternità continua a essere considerata un ostacolo nel percorso di carriera, se il lavoro femminile è “sacrificabile” sull’altare della natalità, nessun incentivo riuscirà a invertire la rotta.

Il rischio non è una mediocre stabilità ma un pesante e drammatico arretramento. Perché c’è un nuovo e gigantesco attore che rischia di incrementare l’esclusione delle donne: quell’IA che sta trasformando rapidamente il mercato del lavoro, automatizzando compiti e ridefinendo le competenze richieste. Secondo stime dell’OCSE e della Commissione Europea, circa il 25-30% dei lavori attuali presenta un alto rischio di automazione parziale, con un impatto significativo sui settori amministrativi, del commercio e dei servizi, quelli a maggiore presenza femminile. Dunque da una parte, le donne sarebbero le più esposte ai rischi di sostituzione e trasformazione del lavoro e dall’altra sono ancora sottorappresentate nei settori STEM, i più resilienti e in crescita nell’economia digitale. Insomma, un saldo a perdere.

Per farsi un’idea della portata dei rischi, basta guardare all’analisi McKinsey “Women in tech and AI in Europe” pubblicata a fine dicembre. Se le studentesse che scelgono studi Stem sono il 32% – appena il 20,6% nel caso degli studi in Ict -, le occupate in ruoli tecnici scendono a meno di un quinto del totale, le manager di società impegnate tecnologiche precipitano al 13% e le dirigenti all’8%. Nella sola Europa va ancora peggio: le professioniste dell’Ict erano il 19% nel 2025, tre punti percentuali in meno rispetto all’anno precedente. Come ha confermato il primo rapporto Women in Digital finanziato dall’Unione europea, gli ostacoli alle carriere femminili in questi settori iniziano presto e coprono tutti i passaggi fino alle posizioni di vertice e sono legati ad abitudini radicate e stereotipi persistenti più che a competenze o interessi effettivi. In Italia, ad esempio, le imprese femminili rappresentano il 22,2% del totale ma solo il 14,26% delle startup innovative è guidato da donne: un dato che riflette le persistenti barriere strutturali, dall’accesso limitato ai capitali e alle reti, ai pregiudizi culturali e al deficit di fiducia.

In conclusione, occorre agire e subito se non vogliamo che i divari si acuiscano. È il momento di investire in programmi di reskilling e upskilling fondamentali per accompagnare la transizione digitale e al contempo di coltivare una mentalità digitale nelle giovani donne. Tecnologie e IA stanno ridisegnando le competenze e i mestieri del futuro e le ragazze hanno tutto il potenziale per guidare da protagoniste il cambiamento.

Ricordiamolo tutti giorni e ancora di più il 1° maggio: il lavoro femminile non è solo una questione di diritti ma è una leva strategica per la crescita e lo sviluppo economico e sociale del Paese. Investire nel lavoro delle donne significa investire nel futuro, nell’innovazione e nella coesione sociale. E celebrando questa giornata, non dimentichiamo che il lavoro, per essere davvero dignitoso, deve essere equo, inclusivo e accessibile a tutti. Anche nell’era dell’Intelligenza Artificiale.

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