Fondazione Marisa Bellisario

AMBROSIA, DA LUNEDÌ SMETTO

di Federica Celeste*

Spesso c’è qualcosa che accomuna le nostre giornate: quel prurito che non passa. Ci mantiene ancorati alla scrivania durante il giorno e ci fa affondare nel divano la sera mentre scorriamo lo schermo senza neanche sapere cosa stiamo cercando. Noia, incertezza, inquietudine. Il malessere della domenica sera e la farsa del lunedì mattina: ‘’mi iscrivo in palestra, smetto di fumare, mi metto a dieta, cambio lavoro, riprendo la psicoterapia’’. Un manifesto di buone intenzioni che, puntualmente, sfiorisce entro mercoledì.

«Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei»

Così suggerisce il filosofo tedesco Byung-chul Han ne La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite (2021), squarciando il mantello dell’invisibilità dell’insofferenza contemporanea.

Questa lettura è arrivata a me in un momento di autocoscienza. Sconosciuti a cerchio che pescano nel cilindro degli irrisolti. Liberi dalle lenti rosa per inumidire lo sguardo di alterità spinose. La mia federazione di pensieri, forse la tua stessa solitudine.

Nutriti a doverismi, iper produzione e consumismo. Bisognosi di una asintotica ricerca del piacere. Performanti con gli psicofarmaci. Narratori positivi sui social, assonanti nello stesso disarmo. Sintonizzati sulla medesima frequenza: non riusciamo più a riconnetterci col vero e doloroso.

E no, non è vero che sto bene. Perché piacere e dolore hanno stessa radice ma direzioni differenti. Se rifuggiamo uno, finiamo per sminuire anche l’altro.

Anestetizzati dall’intrattenimento e ipnotizzati dal mito della positività, travestiamo la tristezza da produttività. Drogati di piacere immediato e allergici alla frustrazione. Meditazione su YouTube, sessioni di respiro guidato tra una call e l’altra. Ma siamo davvero presenti? O stiamo solo sedando il disagio per renderlo più gestibile, più socialmente accettabile?

E così aspettiamo il venerdì come anime in pena. Sopravviviamo alle settimane come se fossero pedaggi da pagare in attesa di qualcosa di indefinito. Schiavi mansueti del prossimo weekend che non basterà mai. Repressi e procrastinatori, pieni di fantasie di fuga senza il coraggio di partire.

Alla ricerca della nuova chimera, che presto normalizzeremo con rassegnazione pur demonizzandola. Pronti a cambiare lavoro, ma non a lavorare sul cambiamento.

Delegittimati alla vulnerabilità, nell’illusoria narrativa occidentale dei palliativi di frontiera. Persi nei dolori antichi e silenti delle nostre nuove malattie. Impermanenti nell’anima ma stabili nelle onde piatte. Incensi e tanto ego, ma poca eco. Non scendiamo più in piazza a manifestare, non chiacchieriamo più per strada. Siamo nel lato di mondo più privilegiato ma cerchiamo rimedi per gestire meglio ‘’il capo (o la capa)’’. Non una ricerca di senso, bensì viatici per ansia e depressione.

‘’La stanchezza dell’Io è la migliore profilassi contro la rivoluzione’’, ma la trasformazione nasce dalla rabbia o dalla speranza? E quanto impatta il nostro senso di appartenenza flebile sull’agire sociale?

Non siamo più indignati per le ingiustizie comunitarie. Al più apriamo una segnalazione, da spettatori forti e sorridenti, in una piattaforma dominabile entro cui qualche entità ha già calcolato il rimedio. E ci stupiamo delle tragedie umanitarie orientali, noi che abbiamo perso il valore del ballo solidale e della musica popolare, rituali ancestrali per mettere in luce senza alienare.

Non abbiamo anestetici per passare attraverso l’esistenziale senso di vuoto e apatia, per questo silenziamo le notifiche degli amici grilli parlanti. Così abituati all’agio da stare male anche per molto poco, come tante principesse sul pisello (Hans Christian Andersen, 1835).

Come creare dal dolore? Considerando neutra la realtà, risignificando la sua doppia valenza positiva e negativa. Possiamo riconoscere e tollerare lo smarrimento nostro e altrui – non solo nelle professioni di cura

– affrontandolo ed elaborandolo come responsabilità culturale dell’intelligenza collettiva?

Una terapia d’urto costruttiva autorizza il malessere a generare nuove forme di presenza. Autoassolviamoci in uno spazio più esteso, affidandoci a molteplici commistioni di velocità e tempi.

La svolta non arriva con un libro di self-help, né con un mantra positivo ripetuto allo specchio. Il rinnovamento è sporco, faticoso e richiede una certa dose di disobbedienza interiore. Ecco tre esercizi pratici per smettere di galleggiare:

  1. 1. Stai nel disagio. Quando arriva quel senso di malinconia, non riempirlo subito con uno scroll, una chiamata, una birr Fermati. Esplora. Scrivi cosa provi, senza filtri. Il disagio è eloquente.
  2. 2. Sperimenta l’inversione. Se ogni volta che sei stanca accendi Netflix, prova a premiarti con una passeggiat Se sei ansiosa e cerchi distrazioni, immergiti nel silenzio. Cambiare abitudini sconvolge i circuiti neuronali e sblocca la creatività.
  3. 3. Pratica l’azione imperfetta. Aspetti il momento giusto per iniziare qualcosa? Ecco la verità: quel momento non arriva m Scrivi quell’articolo, iscriviti a quel corso, parla con quella persona. Fallo male, ma fallo. Perché solo facendo scopri.

Nessun antidoto magico all’anedonia, ma fare qualcosa, anche piccola, rompe il ritmo del torpore. A volte basta cambiare il percorso per tornare a casa per accorgersi del mondo con sguardo rinnovato. Senza pressioni sociali né ambizioni indotte. Desideri consapevoli, non bisogni.

Oppure un’altra dose di Ambrosia, nettare purificatore e unguento riparatore di ferite? Al subdolo prezzo della sopravvivenza da weekend, avverando le derive distopiche di Fahrenheit 451 (Ray Bradbury, 1953):

La vita priva di dolore e munita di costante felicità non sarà più una vita umana. La vita che perseguita e scaccia la propria negatività elimina sé stessa. La morte e il dolore sono fatti l’uno per l’altra. Nel dolore, la morte viene anticipata. Chi vuole sconfiggere ogni dolore dovrà anche abolire la morte. Ma una vita senza morte né dolore non è umana, bensì non morta. L’essere umano si fa fuori per sopravvivere. Potrà forse raggiungere l’immortalità, ma al prezzo della vita”.

 * Ricercatrice al Politecnico di Milano e a Parigi sulla sostenibilità sociale, Pedagogista e consulente nelle Risorse Umane

Iscriviti alla Newsletter

Torna in alto