Il sorpasso femminile nella magistratura è a rischio. E con le donne rischia di andarsene anche grande contributo che in termini qualitativi ha portato la loro sempre più massiccia presenza.
Iniziamo dai fatti: nell’ultimo biennio sono 56 le donne che hanno scelto di appendere la toga al chiodo prima dei 70 anni, la deadline stabilita da Renzi per la pensione, in ossequio al “ricambio generazionale”. In quattro casi la scelta è maturata addirittura tra i 52 e i 59 anni, più spesso (33 casi) tra i 60 e i 65 anni, mentre, per 19 di loro, si colloca tra i 66 e 69 anni. Né, a frenare l’esodo, è servito l’aumento (scontato) delle nomine femminili a incarichi direttivi e semidirettivi (rispettivamente il 25% e il 37% del totale, nel biennio): la prospettiva di una poltrona non sembra attirare particolarmente le donne né invogliarle a restare in servizio.

Sia chiaro: l’esodo non risparmia neanche gli uomini (114 le uscite anticipate, in prevalenza tra i 66 e i 69 anni) ma quello delle donne, pur numericamente inferiore, è complessivamente più significativo, considerati sia la maggiore “anzianità” di servizio dei colleghi uomini sia, soprattutto, il trend della progressiva femminilizzazione di questa categoria professionale nella fase dell’ingresso. Le donne, ammesse in magistratura soltanto nel 1963, oggi già sono il 52% delle toghe in servizio e aumentano ad ogni concorso. Ecco perché è importante non sottovalutare il loro esodo volontario ma, anzi, fare una riflessione seria sul suo significato.
Da una parte, senza dubbio, le motivazioni personali che però diventano sociali: quando si lascia il lavoro perché non si riesce a conciliarlo con la famiglia si tira in campo un’incapacità del sistema di welfare pubblico e privato. Dall’altra, quest’esodo chiama in causa la progressiva burocratizzazione del lavoro, che ha spostato il baricentro dall’attività giurisdizionale a quella amministrativa e organizzativa (in perpetuo affanno): uno squilibrio a quanto pare digerito con maggiore fatica dalle donne. L’opinabilità delle scelte del Csm, poi, crea sfiducia anche in chi avrebbe in tasca la nomina a un direttivo o semidirettivo: la base dei magistrati (composta in gran parte da donne) a stento riconosce le logiche seguite dal Consiglio ora che l’anzianità è diventata un criterio meno stringente. Dunque una deriva carrierista e burocratica del mestiere di giudice che fa fare a molte donne – per le quali la magistratura non era scelta di lavoro ma di vita – un passo indietro.
Alla fine, però la riflessione più importante non è tanto sulle cause quanto sulle conseguenze: quel valore aggiunto che le donne hanno portato in magistratura e che oggi rischia di rifluire con loro.