Fondazione Marisa Bellisario

UNA MAGNIFICA TECNOLOGIA PER UNA MAGNIFICA UMANITÀ, AL FEMMINILE

di Carlo Alberto Carnevale Maffè*

Leggere l’enciclica di Leone XIV come un’occasione: l’intelligenza artificiale che mette al centro la persona libera, finalmente, una leadership che da troppo tempo aspettava di poter giocare le proprie carte migliori

C’è un modo poco noto di leggere la prima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas, e vale la pena adottarlo in queste pagine: quello che parla la lingua dell’impresa, della managerialità, della responsabilità di chi prende decisioni ogni giorno. Il documento è stato letto, nelle ultime settimane, soprattutto in chiave teologica, geopolitica, regolatoria. Ma sotto quella superficie c’è una mossa concettuale che riguarda direttamente il modo in cui dirigiamo le organizzazioni, sviluppiamo prodotti, costruiamo reputazione. Una mossa che – ed è la tesi di queste righe – apre spazi inediti proprio per la leadership femminile.

L’enciclica fa una cosa semplice e radicale: sposta il baricentro dell’intelligenza artificiale dal dominio alla cura, dalla potenza al servizio, dall’efficienza estrattiva alla custodia della persona. È un riequilibrio che capovolge la grammatica con cui la Silicon Valley più rumorosa ha raccontato sé stessa negli ultimi quindici anni — move fast and break things, blitzscaling, winner takes all, disrupt or be disrupted. Lessico bellico, postura predatoria, eroismo solitario del fondatore. Tutto, va detto con franchezza, un immaginario costruito su archetipi maschili. Non perché gli uomini siano per natura quello, ma perché quella retorica ha selezionato per decenni un tipo di leadership, premiando uno stile e respingendone altri. Le donne che hanno scalato le big tech lo hanno fatto, troppo spesso, contro quella grammatica, non grazie ad essa.

L’enciclica propone un’altra grammatica. Ne segnaliamo tre tratti, e per ciascuno il riflesso operativo che dovrebbe interessare ogni imprenditrice e ogni manager che legge.

Il primo tratto è la centralità della relazione. Il documento insiste su un punto che gli ingegneri faticano a digerire e i bilanci ancora di più: il valore di una tecnologia non si misura solo da ciò che produce, ma da come trasforma le relazioni tra le persone che la usano. Per anni la metrica unica del successo dei prodotti digitali è stata l’engagement: tempo trascorso sull’app, clic generati, dipendenza coltivata. Una metrica che, lo sappiamo ormai, ha prodotto piattaforme costruite per catturare l’attenzione anche al costo di erodere il benessere di chi le usa. L’enciclica chiede di sostituirla con un’altra logica: non quanto il prodotto cattura, ma come serve. È un cambio di paradigma che le manager esperte di customer experience, di prodotto, di marketing relazionale praticano da anni, spesso scontrandosi con board orientati al solo principo  “growth at all costs”. Oggi, per la prima volta, hanno un alleato in più nel pretendere che la metrica del successo includa la qualità del rapporto.

Il secondo tratto è la lunga durata. Magnifica Humanitas invita a misurare le decisioni tecnologiche su orizzonti che non sono quelli del trimestre. Parla di sostenibilità intergenerazionale, di filiere etiche, di responsabilità verso chi non è ancora cliente: i lavoratori invisibili che etichettano i dati, le comunità da cui si estraggono i minerali per i chip, le generazioni future che erediteranno gli impatti ambientali del calcolo. È un orizzonte che la finanza di breve termine ha sistematicamente schiacciato, ma che corrisponde a un modo di decidere – paziente, integrativo, attento alla rete delle conseguenze – che gli studi sulla leadership descrivono da tempo come tipico di un certo stile femminile di comando. Tendenza statistica, non natura: ci sono uomini che dirigono così e donne che non lo fanno. Resta che un’AI orientata alla custodia, anziché alla conquista, premia chi sa ragionare per cicli e non per sprint, per ecosistemi e non per silos.

Il terzo tratto è la responsabilità distribuita. Il documento rifiuta l’idea dell’innovatore solitario che decide per tutti, e propone modelli di governance in cui le scelte sull’AI siano discusse, contestabili, condivise. L’eco con un certo modo di intendere il management è immediato: meno comando-e-controllo, più orchestrazione; meno superuomo carismatico, più squadra che decide bene. I migliori studi di leadership degli ultimi anni convergono sullo stesso punto: la guida ad alte prestazioni nell’era complessa è quella che sa distribuire il potere senza diluire la direzione. È un’arte che molte donne hanno imparato per necessità prima ancora che per scelta, e che oggi diventa vantaggio competitivo principale in un mondo dove l’AI rende inutile il capo che sa solo dare ordini e indispensabile la leader che sa fare le domande giuste.

Mettendo insieme i tre tratti – relazione, lunga durata, responsabilità distribuita – l’enciclica disegna l’identikit di un’AI che ha bisogno di una altra leadership per essere governata bene. Non più la leadership della conquista del mercato a ogni costo, ma quella della costruzione paziente di valore condiviso. Non più il fondatore-eroe che impone la propria visione, ma la manager che orchestra competenze, ascolta, decide tenendo insieme conti e coscienza. È, in altre parole, il profilo che la Fondazione Bellisario ha sempre rappresentato e raccontato: il profilo che ha faticato a emergere quando la tecnologia parlava il linguaggio della potenza, e che oggi, in un mondo che comincia a parlare il linguaggio della responsabilità, può finalmente trovarsi al posto giusto.

Sia chiaro, non è automatico. L’enciclica indica una direzione, ma le organizzazioni la prenderanno sul serio solo se chi le guida saprà tradurla in scelte operative concrete: criteri di valutazione dei progetti AI che includano impatto sulle persone e non solo ROI, comitati etici che non siano specchietti per le allodole, formazione interna che renda l’intelligenza artificiale uno strumento di emancipazione del lavoro e non di sua mortificazione. Servono imprenditrici disposte a investire in modelli più lenti ma più giusti, manager capaci di difendere davanti al consiglio una metrica di successo a tre dimensioni invece che a una, sviluppatrici che insegnino agli algoritmi la differenza tra ciò che è efficiente e ciò che è degno. È un lavoro culturale prima ancora che tecnico, e ha bisogno di voci che per troppo tempo sono state lasciate ai margini del tavolo dove si decide il futuro della tecnologia.

La buona notizia è che il tavolo si sta allargando. Quando un Papa cita la dignità del lavoro accanto alla potenza degli algoritmi, quando un’enciclica chiede alle aziende di misurare il successo anche dalla qualità delle relazioni che generano, quando il magistero universale invita a «camminare insieme» con gli scienziati dell’intelligenza artificiale, succede una cosa che non capitava da decenni: il discorso pubblico riconosce che la tecnologia non è destino, è scelta. E le scelte richiedono qualcuno che le faccia. Questo qualcuno, in numero crescente, ha un nome e un cognome femminili.

Magnifica Humanitas, dunque, non è solo l’enciclica della custodia. Letta dal punto di vista che ci compete, è anche la legittimazione culturale, autorevole e tempestiva, di una leadership che era pronta da tempo. Adesso tocca a noi essere all’altezza dell’invito.

*Economic Advisor – Fondazione Marisa Bellisario

Iscriviti alla Newsletter

Torna in alto