Fondazione Marisa Bellisario

SI APRE UNA NUOVA FASE

Inevitabile dedicare la riflessione di oggi all’esito referendario. Un esito non previsto in questa misura da nessuno. Sapete come la penso e quale il mio voto nell’urna ma non da questo voglio partire se non premettendo che una sconfitta politica non è una resa morale. Il fatto che una riforma venga bocciata non significa che il problema non esista. Esiste eccome!

Ma prima di questo, credo che la considerazione più importante la meriti il voto: massiccio, inaspettato, folgorante nella sua ampiezza. E ancor prima la campagna elettorale. L’abbiamo detto, letto e scritto. È stata una campagna spesso fuori dalle righe, aspra, senza riguardi, puntellata da semplificazioni brutali, slogan fuorvianti, paure agitate con troppa leggerezza. Ma anche questo, in fondo, fa parte del gioco democratico. Perché quando la politica esagera, anche sbagliando i toni, quando si sporca, quando entra nelle case, negli uffici, nelle associazioni e crea scompiglio e disaccordo, allora significa che è ancora viva. E in un tempo in cui si ripete che i cittadini sono lontani, disillusi, anestetizzati, assistere al riaccendersi della discussione pubblica, ancor più attorno a un tema complesso come la giustizia è già di per sé una piccola vittoria. E se alla fine una parte consistente del voto non si sia espressa sul merito, anche questo fa parte del gioco. Purtroppo è stato un test sul governo. Una campagna che ha rimesso al centro una parola importantissima: responsabilità. Responsabilità dei magistrati, certo, ma anche della politica, dei media, dell’opinione pubblica. Si è discusso di potere, ed è sempre salutare farlo e non occultarlo. Si è assistito a uno scontro vero, non quello spesso simulato dei talk show, ma una battaglia di visioni, di letture contrapposte ed entrambe radicate in pezzi reali del Paese.

I numeri del voto. Innanzitutto ci dicono che la politica, quando smette di essere solo amministrazione e torna a essere scelta, può ancora appassionare. E che la democrazia non è mai un esercizio scontato, ma un gesto da rinnovare ogni volta. Ci rivelano che i giovani non sono quei soggetti apatici e disinteressati che dipingono. Nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 28 anni, quella che rappresenta la generazione Z, ha votato il 67,1% degli aventi diritto, oltre otto punti percentuali in più della media nella popolazione generale (58,9%). Se si guardano i dati sull’affluenza alle ultime elezioni europee del 2024, l’astensione per questa generazione era stata del 54,1%, in linea con quella registrata per le altre generazioni. Qualcosa si muove, ed è una gran bella notizia per il futuro della democrazia italiana.

Quanto alla sostanza del voto, i numeri dicono che siamo un Paese diviso in due, e non è affatto male come pensiamo, anche questo dipinge un’Italia non anestetizzata, cittadini che vogliono partecipare, avere facoltà di scelta e che danno un peso alle strutture della democrazia. E ci dicono anche che gli elettori sono pronti uscire dai ranghi dei partiti di “appartenenza”, a esprimere idee diverse, a non allinearsi. All’interno di Forza Italia, per esempio, ha votato No l’8% degli elettori: numeri grandi per il partito di Berlusconi che più si è speso per raggiungere la vittoria è alla fine è stato quello che ha visto più defezioni, registrando inoltre il 32% di astensione. Un elettorato mobile e pensante, lontano dalla fedeltà perpetua e che pertanto va riconquistato a ogni piè sospinto e mai dato per scontato. Anche questa non è una cattiva notizia né per i partiti né per il gioco democratico.

I segnali del voto. Dopo una campagna elettorale tanto aspra e un risultato che consegna un’Italia spaccata a metà, è compito della politica cercare una mediazione che da troppo tempo non si vede in Parlamento. Innanzitutto rispettando l’altra metà, lo schieramento avversario, e cercando insieme di aprire una nuova fase in cui non si parli di vincitori e vinti ma di Paese e del suo benessere.

Il No alla riforma non ha sepolto i problemi che l’hanno motivata. E sinceramente e personalmente non credo he il voto abbia espresso un plebiscito a favore della magistratura. Al di là di quanti hanno votato “contro” la premier e il suo governo, una tale corsa al voto – ricordiamoci che all’ultimo referendum era andato a votare meno del 30% della popolazione – fa pensare piuttosto a quello che in tanti hanno chiamato bonariamente “patriottismo costituzionale” e meno bonariamente “feticismo costituzionale”. Non è un caso se nei 5 referendum costituzionali degli ultimi decenni si sono salvati solo la riforma del Titolo V voluta dal governo Amato nel 2001 – ma in tutt’altro clima politico e con un’affluenza del 34% – e la riduzione del numero dei parlamentari nel 2020 che era praticamente trasversale. Un insegnamento definitivo: un referendum costituzionale non può essere proposto da una sola parte politica. Che poi gli stessi padri costituenti fossero molto più aperti all’idea di riformare e ammodernare la Carta è forse questione poco nota. «La Costituzione sarà gradualmente perfezionata… Noi stessi – i nostri figli – rimedieremo le lacune e i difetti, che esistono e sono inevitabili». Così Meuccio Ruini, il presidente della Commissione dei 75 che la redasse. Ancora una volta, la Costituzione esibita come salvaguardia delle libertà individuali ha avuto buon gioco nei confronti di un elettorato sostanzialmente conservatore, che diffida della politica. E perciò non riconosce a nessun attore il potere di smuovere le fondamenta del sistema. Se non è questo un segnale ai partiti, nessuno escluso.

Certo il fattore Costituzione non appanna la vittoria dei magistrati o almeno di quella parte che ha salutato il risultato con balli, canti, champagne e “Bella Ciao” e non a casa propria ma in un Tribunale, un luogo delle istituzioni. Da parte mia, con il dovuto e sacrosanto rispetto per i vincitori, la vittoria del No è un duro colpo all’affermazione di un’idea di stato di diritto in cui il garantismo non è un’eresia, in cui la difesa delle libertà non è una battaglia di parte, in cui i partiti non affidano ai magistrati il compito di esercitare un potere di supplenza contro la parte politica avversa. Non tutti coloro che hanno votato No, naturalmente, partivano da questi presupposti ma la conseguenza di quel voto rischia di essere questa: una Caporetto del garantismo, la legittimazione dell’esondazione delle procure.

Ma il fronte del Si in questi mesi ha lasciato sul terreno alcuni sassolini preziosi che potrebbero aiutare a non disperdere le energie positive accumulate. Sabino Cassese all’indomani dell’esito referendario ha invitato il governo a prendere atto della vittoria del No occupandosi dei veri problemi della giustizia italiana, indicati proprio dall’Anm nella campagna referendaria: geografia giudiziaria, risorse, distribuzione del personale. Mettendo alla prova il fronte del No, che ha passato la campagna elettorale a ripetere che “i problemi sono altri”: l’efficienza dei processi, la rimodulazione degli uffici giudiziari, con l’accorpamento dei piccoli uffici di procura, la questione del personale amministrativo, non solo insufficiente ma anche caratterizzato da un’età avanzata, il tema dell’informatizzazione. I 4.4 milioni di casi pendenti, il rinvio delle decisioni persino a 10 anni dopo sono quei problemi reali di cui si è parlato tanto in questi mesi e che non dovrebbero cadere nel vuoto.

Un’occasione insomma, per tutti, magistrati e cittadini. La campagna referendaria ha aperto al pubblico giudizio e ragionamento temi fin qui rimasti appannaggio di pochi. La meritocrazia nella designazione dei vertici degli uffici giudiziari, per esempio, che abbiamo sottolineato nel nostro appello per il Sì non può essere un tema divisivo e dovrebbe trovare l’avvallo della stessa magistratura. Sono gli stessi magistrati a chiedere criteri di nomina oggettivi, trasparenti e verificabili – ma senza tornare al vecchio principio di anzianità senza demerito che mortifica la meritocrazia – in modo tale da ridurre il livello di discrezionalità e quindi il rischio che le nomine avvengano sulla base di criteri di appartenenza. Ecco questo sarebbe un buon modo per ripartire e per farci pensare, a noi cittadini, che questi mesi di dibattito non finiscano nel macero ma siano germoglio di un cambiamento.

P.S. Festeggiamo il numero 100, cui vanno aggiunti i tanti speciali. Un altro piccolo miracolo di resistenza!

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