di Manuela Di Centa*
Sono giorni intensi, carichi di emozioni, e mentre scrivo siamo alla chiusura di un’Olimpiade che per molti aspetti resterà nella storia. Abbiamo appena conquistato un altro bronzo, quello straordinario del team sprint maschile nello sci nordico, e da donna che proviene da quella disciplina non posso nascondere un orgoglio speciale. Ogni medaglia è una storia, ma quando arriva dal tuo mondo, dalle tue radici sportive, la senti ancora più tua. Con quest’ultima siamo arrivati a ventiquattro medaglie, e non è ancora finita. Il bilancio non è soltanto positivo: è bello. È un’Olimpiade che racconta un Paese vivo, maturo, capace di fare squadra.
Questi Giochi sono stati straordinari sotto tanti profili, ma uno in particolare mi sta a cuore: il protagonismo femminile. È un’Olimpiade delle donne, delle ragazze, delle mamme. Senza nulla togliere ai nostri atleti uomini, che hanno dato prova di talento e determinazione, ma è innegabile che le donne abbiano espresso qualcosa di speciale. Non è un caso. È il frutto di anni di lavoro, di programmazione, di una visione più equilibrata tra maschi e femmine all’interno del sistema sportivo.
Quando parlo di sistema, penso alle federazioni, alla loro capacità di accompagnare atlete e atleti in un percorso che non è solo agonistico ma di vita. Prima di essere campioni siamo persone. E oggi finalmente si sta affermando un modello che permette a una donna di essere madre e vincere una medaglia olimpica. Penso a Francesca Lollobrigida: la sua vittoria non è solo un successo sportivo, è una conquista culturale. È il segno di un Paese che cresce nella consapevolezza dell’equilibrio di genere, che smette di chiedere alle donne di scegliere tra carriera e maternità.
Negli anni abbiamo lavorato molto, anche a livello internazionale. Il mio impegno nel Comitato Internazionale Olimpico è stato orientato proprio a questo: cambiare prima di tutto le regole del gioco dentro le istituzioni. Oggi in Italia esistono quasi cinquanta federazioni, olimpiche e non olimpiche, che rappresentano l’architrave del nostro sistema sportivo. Eppure, fino a poco tempo fa, solo due erano guidate da donne. È evidente che il talento femminile in pista non era ancora pienamente rappresentato nei luoghi decisionali.
Per questo abbiamo insistito sulla formazione, sui programmi, sull’introduzione di competizioni miste, sulla scelta dei portabandiera uomo e donna insieme. Una decisione simbolica, certo, ma i simboli hanno un peso enorme: chi guarda percepisce un messaggio chiaro di rappresentanza equilibrata. In Italia abbiamo compiuto un passo decisivo nel 2018, quando una modifica allo statuto del CONI ha introdotto una quota minima garantita di presenza femminile negli organismi sportivi. È stato un salto di qualità che ci ha collocati tra le nazioni più avanzate sotto questo profilo. Non abbiamo finito il lavoro, ma la direzione è quella giusta.
Anche sul piano organizzativo questi Giochi ci hanno messo sotto una lente mondiale. Essere osservati da tutto il mondo comporta responsabilità enormi. Da sportiva ho imparato che si può sempre fare meglio. È una filosofia che non ti abbandona mai. Abbiamo fatto bene, ma possiamo crescere ancora.
Abbiamo presentato una squadra Italia forte, unita, consapevole. La presenza del Presidente della Repubblica ha dato un segnale potente di coesione istituzionale. Lo sport è riuscito a unire governo, ministeri, territori. Le infrastrutture sono state realizzate con uno sforzo straordinario, anche grazie a strumenti speciali come la corsia preferenziale che ha permesso di rispettare tempi strettissimi. Penso allo sliding center di Cortina: doveva essere pronto quel giorno, a quell’ora. E lo è stato. Nello sport non esistono rinvii, la gara parte comunque.
Ma accanto alle istituzioni e agli atleti ci sono i volontari, l’anima silenziosa dei Giochi, e le famiglie. Le famiglie sono fondamentali: sostengono, aspettano, soffrono, gioiscono. Senza di loro molti di questi risultati non esisterebbero.
Tra le tante medaglie conquistate, alcune mi hanno toccato nel profondo. Ho già citato Lollobrigida, perché rappresenta un’immagine potente del nostro tempo: una madre che vince e che dimostra come lo sport possa essere inclusivo e rispettoso delle scelte di vita. Ma mi sono commossa anche davanti alla prima medaglia di Federica Brignone. Conoscevo il suo percorso, il dolore, i dubbi, le incertezze. Sapevamo tutti che fosse una grande campionessa, ma vederla tornare, concentrata e serena, quasi a dimenticare l’infortunio che pure era lì, presente, è stata un’emozione che difficilmente dimenticherò. In quei momenti capisci che le atlete e gli atleti, nelle occasioni speciali, riescono a trovare energie che vanno oltre il fisico, oltre la tecnica. È qualcosa che nasce dentro.
Questa Olimpiade ci lascia medaglie, record, immagini indimenticabili. Ma soprattutto ci lascia una consapevolezza: lo sport può essere motore di cambiamento, specchio di una società che evolve. Se sapremo custodire e sviluppare ciò che abbiamo costruito, questi Giochi non resteranno un episodio isolato, ma diventeranno un punto di partenza. Ed è questo, forse, il risultato più grande di tutti.
*Campionessa olimpica, membro onorario CIO
