di Valentina Marchei*
Le Olimpiadi insegnano una lezione potente: il risultato è pubblico, il percorso è privato. Tutti vedono il punteggio, ma pochi conoscono gli anni di lavoro invisibile che lo hanno preceduto. Ogni quattro anni accade qualcosa di curioso: diventiamo tutti esperti di sport che magari non seguiamo, costruendo narrazioni su ciò che un atleta “dovrebbe” provare o su come “avrebbe dovuto” reagire. Eppure, nessuna analisi esterna può spiegare cosa significhi avere meno di vent’anni sotto la pressione più grande del mondo, né alcuna statistica può restituire il peso di un’occasione che potrebbe non tornare mai più.
Anche i numeri, se isolati, restano incompleti. Nella storia, circa 22.000 persone hanno partecipato ad almeno un’edizione dei Giochi Olimpici Invernali: lo 0,00026% della popolazione mondiale. Coloro che ne hanno vissuti almeno due sono circa 8.400: appena una persona ogni milione. Dentro queste cifre quasi invisibili pulsano vite intere fatte di tempo, rinunce, famiglie e resilienza. Essere parte di quel numero non è un titolo, ma una responsabilità.
La mia esperienza di atleta olimpica, con le partecipazioni a Sochi 2014 e Pyeongchang 2018 in due discipline diverse, racconta proprio questo: la capacità di evolversi e rimettersi in discussione senza perdere la direzione. Non è la celebrazione di un traguardo, ma la dimostrazione che l’eccellenza è un processo, non un momento. Questa consapevolezza guida oggi il mio impegno come Presidente della Commissione Atleti del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, la cui missione è dare voce a chi è il cuore pulsante del movimento.
Dopo la carriera agonistica, il mio percorso si è trasformato in racconto e progetto. Narrare lo sport per Warner Bros. Discovery ai Giochi di Tokyo, Pechino e Parigi ha significato tradurre la complessità tecnica in linguaggio accessibile, restituendo profondità all’umanità degli atleti. Perché comunicare non è commentare: è creare contesto, restituire profondità, proteggere la dignità del percorso.
Dal 2020, il lavoro con la Fondazione Milano Cortina 2026 ha aggiunto un’ulteriore dimensione: quella della legacy.
Costruire i Giochi non significa solo organizzare un evento di due settimane, ma lavorare anni prima per lasciare un’eredità che resti “dopo”: infrastrutture, competenze e, soprattutto, coesione culturale.
Anche la Fiamma Olimpica racconta questo passaggio: non è solo un simbolo, ma un trasferimento di responsabilità. Nei volti dei tedofori si legge l’orgoglio di rappresentare una comunità. Qui la comunicazione diventa strumento di legacy, trasformando un gesto individuale in un significato collettivo.
La legacy non è automatica: va progettata, accompagnata e raccontata. È la differenza tra ospitare un evento e generare un patrimonio comune.
Alla chiusura dei Giochi, la Presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Kirsty Coventry, ha parlato di un’esperienza capace di unire e superare le aspettative; quelle parole ricordano che il vero successo si misura nella capacità di creare un impatto positivo e duraturo.
Lo sport Olimpico insegna a dare valore al processo quanto al risultato: significa accettare la lentezza della preparazione e la gestione delle cadute. Questa mentalità di lungo periodo impone visione, pazienza e responsabilità. L’eccellenza è fragile e potente allo stesso tempo; va protetta e raccontata con cura. La comunicazione consapevole diventa così parte del legame che si sviluppa con le persone e con i territori: crea memoria, consolida identità e genera fiducia.
Il valore dei Giochi non risiede solo nella rarità statistica di chi vi partecipa, ma nella capacità di trasformare profondamente individui e contesti. Dietro numeri minuscoli si muove qualcosa di immensamente umano e ciò che resta, alla fine, non è soltanto il risultato. È l’eredità che scegliamo di costruire insieme.
*Presidente Commissione Atleti – Comitato Olimpico Nazionale Italiano
