Inevitabile dedicare la mia riflessione di oggi all’Afghanistan. L’attentato che ha preso di mira una scuola femminile di Kabul è un segnale troppo forte, una tragedia con troppi risvolti, anche personali, per passare sotto silenzio. Sessanta ragazze hanno perso la vita: giovani donne che, grazie alle battaglie delle loro madri, sorelle e amiche, avevano conquistato il diritto all’istruzione. Un diritto scontato per noi, non per uno dei Paesi meno sicuri per le donne e più ostili alla loro emancipazione. Il segnale è chiaro e rende ancora più spaventosa la prospettiva del ritiro delle truppe americane dal Paese annunciato per il prossimo 11 settembre. La comunità internazionale non può abbandonare le donne afghane in balia della violenza brutale e noi ci batteremo come in passato per aiutare quella che considero una delle popolazioni femminili più forti e tenaci conosciute nel corso delle mie missioni in giro per il mondo.

Il lungo filo rosso con l’Afghanistan nasce nel 2001, quando il Ministero degli Affari Esteri accoglie il nostro progetto «100 borse di studio per 100 donne afghane». La guerra si era appena conclusa e la mia idea era di formare le donne perché potessero dar vita a micro-imprese artigianali e partecipare attivamente allo sviluppo socio-economico di un Paese in ginocchio. Andai a Kabul a selezionarle in base ai settori d’intervento che avevamo individuato e arrivarono al Centro Internazionale di formazione dell’ILO di Torino, partner del progetto. In totale formammo 60 donne in Italia e altrettante in due corsi locali: imprenditrici che ancora oggi mi scrivono e mi raccontano successi e traguardi allora per loro impensabili.

Fu la loro “fame” di libertà e indipendenza a convincermi che dovevo proseguire il mio impegno in Afghanistan. Così nel 2003 lanciai la campagna «Un tetto per le donne» per costruire un rifugio per le afghane vittime di violenza domestica che scappavano da casa e che spesso, in mancanza di un altro posto dove andare, venivano incarcerate. In poco tempo raccolsi 30mila euro e partii per Kabul, dove li consegnai personalmente ad Habiba Sorabi, allora Ministro per la tutela delle donne afghane. Con lei firmai un protocollo, in cui si stabiliva anche che il frutto della nostra generosità si sarebbe chiamato «Shelter Marisa Bellisario». Quella fu anche la prima occasione in cui girai il Paese per rendermi conto della reale condizione delle donne. Vidi tanti computer ancora imballati e macchine da cucire mai usate e mi resi definitivamente conto che gli aiuti internazionali senza la formazione erano inutili: il 95% delle donne non sapeva ancora né leggere né scrivere.

Purtroppo l’ultimo ricordo che ho di Herat – città dell’Afghanistan occidentale, capoluogo dell’omonima provincia – mi conferma quanto gli osservatori internazionali denunciano da anni. Tornata con una delegazione italiana d’imprenditori e imprenditrici (tra le quali la nostra amica Tiziana Prevedello Stefanel), ho trovato un Paese e una popolazione cambiati: l’entusiasmo negli occhi delle donne all’indomani della liberazione aveva lasciato il posto a una muta rassegnazione.

Restavano le “eroine”, che non avevano rinunciato a combattere per i diritti delle loro donne e che mi raccontarono cosa stava realmente avvenendo in Afghanistan. Soraya Pakzad, per esempio, fondatrice e direttrice di «Voice of women» – Associazione non governativa per la difesa dei diritti delle donne, premiata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e definita dal «Time» come una delle cento persone più influenti al mondo – mi confermò quanto la situazione femminile fosse peggiorata. Maria Bashir, il primo e unico procuratore generale donna di tutto l’Afghanistan, mi parlò dell’enorme discriminazione che vige ancora, soprattutto nelle campagne, dove le donne vengono considerate esseri inferiori e capita spesso che le famiglie vendano le proprie figlie per denaro e molte ragazze reagiscano con il suicidio o sfigurandosi. Era d’accordo con me e credo lo sarebbe ancor più oggi: l’Afghanistan cambierà solo se l’istruzione si diffonderà dovunque, nelle città ma anche nei villaggi, tra uomini e donne.

Per questo l’attentato dei giorni scorsi assume un significato preciso e richiede una reazione risoluta da parte di tutta la comunità internazionale.