di Anna Rita Germani*
Il World Economic Forum di Davos, appena concluso, ha posto al centro del dibattito globale i temi della crescita economica, della transizione verde e dell’instabilità geopolitica. Tuttavia, al di là delle priorità dichiarate, una questione strutturale ha continuato a rimanere sullo sfondo del confronto tra leader politici ed economici: l’esplosione delle disuguaglianze economiche. È proprio su questa questione che sia il World Inequality Report (2026) sia il Rapporto Oxfam “Nel Baratro della Disuguaglianza” (2026), offrono una diagnosi scomoda. Quest’ultimo, presentato proprio in apertura del World Economic Forum di Davos 2026, rafforza ulteriormente il legame tra l’agenda economica globale e il tema delle disuguaglianze. La tesi condivisa è che le disuguaglianze non sono più solo un problema sociale, ma un fattore di fragilità democratica e di instabilità sistemica.
Il World Inequality Report 2026 fornisce un quadro di lungo periodo: in quasi tutte le regioni del mondo, l’1% più ricco possiede una quota di ricchezza superiore a quella detenuta dal 50% più povero. Quasi 60.000 individui “ultra-ricchi” controllano oggi una ricchezza pari a circa tre volte quella detenuta da 2,8 miliardi di persone a livello globale. In molti paesi, la metà più povera della popolazione possiede meno del 5% della ricchezza nazionale. Questi dati non descrivono una fase congiunturale, ma una tendenza strutturale che si consolida dagli anni Ottanta in poi, come mostrato, da ormai più di un decennio, da economisti quali Piketty (2014) e Atkinson (2015).
Il Rapporto Oxfam 2026 sulle disuguaglianze rende questa tendenza ancora più tangibile, collocandola nell’attualità politica. Nel solo 2025, la ricchezza dei miliardari globali ha raggiunto i 18.300 miliardi di dollari, crescendo del 16% in termini reali in un anno e dell’81% rispetto al 2020 (Oxfam, 2026). Allo stesso tempo, la riduzione della povertà globale è sostanzialmente ferma da sei anni, mentre circa un quarto della popolazione mondiale vive in condizioni di insicurezza alimentare. La distanza tra chi accumula e chi resta indietro non si reduce, quindi, ma si amplia.
La chiave del Rapporto Oxfam risiede nell’interpretazione della disuguaglianza come un problema di potere, non solo di distribuzione: la concentrazione della ricchezza altera le regole del gioco politico ed economico, riducendo la capacità delle istituzioni democratiche di rappresentare interessi diffusi e accrescendo il potere di condizionamento di pochi attori sulle decisioni pubbliche. Le conseguenze (i.e., frammentazione sociale, disaffezione politica e derive autoritarie) appaiono così come esiti sistemici di un modello che concentra risorse e potere. Il rapporto Oxfam (2026) sulle disuguaglianze trova un naturale complemento in “Resisting the Rule of the Rich: Protecting Freedom from Billionaire Power” (Oxfam, 2026) che analizza il modo in cui la concentrazione della ricchezza si traduce in concentrazione del potere. Basato sullo studio di Rau e Stokes (2025) citato nel rapporto, questo grafico mostra la correlazione tra l’alto coefficiente di Gini (disuguaglianza economica) e la probabilità di declino della democrazia. I paesi più diseguali hanno un rischio fino a sette volte maggiore di subire un’erosione democratica rispetto a quelli più equi.

Il caso italiano, analizzato in dettaglio da Oxfam, rafforza questa lettura e descrive una povertà assoluta stabilmente elevata, un disagio abitativo in crescita e un mercato del lavoro segnato da precarietà e stagnazione salariale – nonostante i buoni dati occupazionali che, tuttavia, non si traducono automaticamente in benessere diffuso. Per Oxfam, questo riflette l’assenza di una strategia coerente: politiche frammentate, categoriali, incapaci di ricostruire meccanismi di protezione universali. È in questo contesto che le disuguaglianze di genere affiorano lungo più dimensioni: lavoro povero, sostegni pubblici limitati e carenze nei servizi concorrono a spostare l’onere dell’aggiustamento economico sulle famiglie, e in particolare sulle donne, attraverso il ricorso al lavoro di cura non retribuito. La disuguaglianza di reddito e quella di potere si intrecciano così con una disuguaglianza di tempo e opportunità che resta in larga parte invisibile.
Le raccomandazioni di policy avanzate da Oxfam insistono su politiche universali di contrasto alla povertà, sul rafforzamento dei meccanismi di fissazione dei salari minimi, su una maggiore progressività fiscale, sulla ristrutturazione del debito dei Paesi più poveri e sulla definizione di uno standard internazionale di tassazione dell’estrema ricchezza.
Il messaggio che emerge è politico prima ancora che economico: senza una riduzione significativa delle disuguaglianze, la democrazia resta fragile. La scelta non è tra equità e crescita, ma tra un modello di sviluppo inclusivo e uno che concentra ricchezza, potere e instabilità. La direzione non è scritta: è il risultato di scelte di policy.
*Professoressa di Economia Politica, Sapienza Università di Roma
