Non può che scuotere l’appello di Un Women per la pace in Medio Oriente. L’Agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere chiede «una pace duratura e giusta nella regione, che tuteli i diritti, la sicurezza e la dignità di tutte le donne e ragazze». Lo fa alla vigilia della Giornata internazionale delle donne per la pace per il disarmo, il 24 maggio, e lo fa con un report che descrive e quantifica le conseguenze delle crisi mediorientale sulle donne. Di cui nessuno parla, troppo impegnati a calcolare gli effetti, pesantissimi certamente, sulle economie mondiali e sugli equilibri geopolitici. Come al solito, il tema femminile derubricato, salvo poi indignarci quando leggiamo cosa sta accadendo alle donne afghane, salvo poi timidamente appoggiare gli sforzi delle donne iraniane per la libertà. Per non parlare delle donne ucraine, cadute nel dimenticatoio.
Eppure, come in tutte le guerre, sono le donne e le ragazze a pagare il prezzo più caro. L’escalation militare in Medio Oriente sta rimodellando le loro vite, i loro diritti e il loro futuro, con conseguenze immediate e a lungo termine.
Cosa accade oggi. Nel primo giorno dell’escalation, 168 ragazze sono state uccise da un attacco che ha colpito la scuola primaria a Minab, in Iran. Da allora, secondo le autorità sanitarie nazionali, le vittime femminili nella regione si contano a centinaia. In Iran, si stima che 1,6 milioni di donne e ragazze siano state sfollate internamente, in Libano sono circa 620mila, quasi un quarto della popolazione femminile del Paese, e l’85% vive al di fuori di rifugi formali. Anche lo sfollamento non è neutrale rispetto al genere, con le donne maggiormente esposte a violenza, sfruttamento e abusi. Dall’escalation, 38mila afghani senza documenti sono tornati in Afghanistan dall’Iran, il 17% sono donne, catapultate in un Paese dove i talebani hanno sradicato ogni libertà.
L’escalation sta esercitando anche una grave pressione su sistemi sanitari già sotto stress, con gravissime ripercussioni sulla salute femminile e materna. Si prevede che la maternità adolescenziale aumenterà del 45% e la mortalità materna di almeno il 50% entro il 2026 mentre le crescenti spese militari, combinate con il calo dell’assistenza allo sviluppo, stanno ulteriormente riducendo le risorse già limitate dedicate ai servizi salvavita per donne e ragazze. Nel frattempo, 24 milioni di donne e ragazze in Siria, Yemen, Libano, nel territorio palestinese occupato e in Iraq affrontano una crescente insicurezza alimentare, causata dalla volatilità dei prezzi, dalle catene di approvvigionamento interrotte e dal calo del potere d’acquisto in una regione fortemente dipendente dalle importazioni alimentari.
In tutta l’Asia, gli shock economici colpiscono in modo più virulento le donne, maggiormente occupate in settori informali, poco retribuiti e più sensibili come il turismo, il lavoro domestico, i servizi ma anche la manifattura e l’agricoltura. Questo limita il loro reddito, la mobilità, l’accesso ai servizi e la partecipazione alla vita pubblica ma anche il loro tempo, con un aumento del lavoro di cura non retribuito che grava soprattutto sulle ragazze, a scapito della loro istruzione.
Cosa accadrà domani. Nei Paesi colpiti da conflitti e crisi, i progressi verso l’uguaglianza di genere rallentano, si fermano e ancor più spesso regrediscono. Le crescenti restrizioni finanziarie hanno una vittima prevedibile e designata: i finanziamenti per favorire la parità, incluso il sostegno alle organizzazioni che ne sostengono i diritti. Gli sforzi locali di prevenzione, partecipazione e protezione vengono sabotati proprio nel momento in cui sono più necessari. Senza contare che l’escalation sta restringendo le condizioni in cui le donne possono esercitare i loro diritti, organizzarsi, accedere alle informazioni e partecipare al processo decisionale. E questo avviene in un contesto globale di diminuzione della conformità alle norme e ai trattati internazionali. All’inizio del 2025, uno su quattro Stati membri che attuano la Piattaforma d’Azione di Pechino ha segnalato una “reazione negativa” contro i diritti delle donne.
Anche prima di questa escalation, si stima che 676 milioni di donne e ragazze in tutto il mondo vivessero entro 50 chilometri da un conflitto: una su sei persone a livello globale, la percentuale più alta dagli anni ’90.
Paghiamo il prezzo più caro di guerre che non siamo noi a decidere e che non abbiamo facoltà di disinnescare. Quante volte abbiamo letto che coinvolgere le donne nei processi di pace aumenterebbe la probabilità del loro successo? Eppure siamo qui, sull’orlo dell’ennesimo burrone aperto da uomini. Sordi alle lezioni che la storia ci ha impartito. Perché le più grandi esperienze collettive di opposizione alla guerra, di costruzione della pace, di affermazione della dignità umana, sono da sempre guidate da donne. È storia, sono nomi, Gandhi fu originariamente ispirato dal movimento suffragista; la grande stagione di lotte nonviolente del movimento per i diritti civili in America fu iniziata da una donna di nome Rosa; una donna ha scritto il più importante programma politico antimilitarista, antifascista e di liberazione dell’umanità, “Le tre ghinee”; donne hanno guidato le lotte più decisive e intransigenti contro il razzismo, il colonialismo, l’imperialismo e il totalitarismo.
Ricordiamolo il 24 maggio. Non una celebrazione sterile ma la memoria del “Potere delle Donne per la Pace”. Una memoria viva che si faccia azione, spazio, empowerment.
