Fondazione Marisa Bellisario

IL SALARIO GIUSTO PER LIBERARE IL TALENTO DELLE DONNE

di Marina Calderone*

Per troppo tempo il dibattito sul lavoro femminile in Italia è rimasto prigioniero di una contrapposizione ideologica che ha prodotto slogan più che soluzioni. Si è parlato di diritti senza riuscire a costruire condizioni concrete perché una donna potesse lavorare, crescere professionalmente, avere figli, fare impresa, guidare un’azienda o uno studio professionale. Oppure farlo ma costretta ogni volta a scegliere cosa sacrificare.

Anche da questa consapevolezza nasce il Decreto Primo Maggio 2026 e, dentro quel provvedimento, il principio del salario giusto che cambia il modo in cui guardiamo al valore del lavoro, specie quello femminile. La vera sfida è il lavoro di qualità che troppe donne non riescono ad avere.

Si chiede il salario minimo come se bastasse fissare una cifra oraria uguale per tutti e risolvere così il problema delle retribuzioni basse. Ma il lavoro reale è più complesso. E il lavoro delle donne lo è ancora di più. Perché dentro una busta paga non ci sono solo numeri: ci sono tutele, tempi di vita, welfare, stabilità, possibilità di crescita, protezione della maternità, prospettive future. Ridurre tutto a una soglia rigida avrebbe il risultato di appiattire verso il basso proprio i sistemi contrattuali che garantiscono più diritti e più qualità del lavoro.

Con il Decreto Primo Maggio, invece, abbiamo assunto come riferimento il Trattamento Economico Complessivo almeno pari a quello previsto dai contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative su scala nazionale. Non solo il minimo tabellare, ma l’insieme delle voci che determinano la dignità economica di una lavoratrice o di un lavoratore: premi, welfare, tredicesima, TFR, strumenti di conciliazione. La differenza è sostanziale. Il salario minimo è un numero, il salario giusto è un progetto complessivo di qualità del lavoro.

Questo approccio parte da una considerazione di fondo. In Italia esiste una tradizione di contrattazione collettiva che ha garantito nel tempo tutele, equilibrio sociale e crescita. Difenderla serve a impedire che il mercato del lavoro venga schiacciato verso il basso dal dumping salariale, dai contratti pirata e dalle retribuzioni formalmente corrette ma sostanzialmente insufficienti.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento che riguarda nel dettaglio il lavoro femminile e il suo ruolo nella nostra società.

Come se fosse solo una necessità e mai uno spazio di partecipazione alla nostra società. Come se il lavoro, per le donne, potesse essere considerato residuale, comprimibile, subordinato agli equilibri familiari. Ancora molte donne rinunciano ai loro percorsi professionali perché la maternità è vissuta come un ostacolo, non come una dimensione naturale della vita sociale ed economica.

È qui che il pragmatismo conta più delle parole d’ordine, e le persone più di un’idea astratta. Il Decreto Primo Maggio non si ferma agli incentivi occupazionali, ma introduce un metodo. Le imprese che investono in welfare aziendale, flessibilità organizzativa, genitorialità condivisa e continuità di carriera possono ottenere una nuova certificazione dedicata alla conciliazione tra vita e lavoro, con accesso a un esonero contributivo fino a 50 mila euro: la conciliazione come investimento produttivo.

Le aziende che trattengono talenti femminili, valorizzano competenze e riducono l’abbandono del lavoro dopo la maternità diventano imprese più forti e competitive. Il talento femminile è una delle grandi risorse inutilizzate del Paese: nessuna economia può prosperare se metà del proprio capitale umano resta bloccato in una zona grigia di part time involontari, carriere interrotte, differenziali retributivi, ruoli apicali in numero molto ridotto. Dare spazio a una contrattazione collettiva di qualità, tanto più in un paese in cui abbiamo introdotto la legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese, significa ampliare il perimetro di un dialogo negoziale che può, per certi versi dovrebbe, tener conto dei cambiamenti della nostra società e delle nuove esigenze emerse. Tra queste anche la revisione di alcuni modelli gestionali con l’obiettivo di aumentare la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro per donne e uomini, con un approccio inclusivo.

La partecipazione delle donne al mondo del lavoro non è una questione femminile: è un tema di giustizia sociale, di produttività, innovazione e capacità competitiva dell’Italia. Quindi è un tema che riguarda tutti noi.

Un dato che dovrebbe farci riflettere: dove cresce l’occupazione femminile, cresce anche la qualità complessiva del sistema economico. Aumentano i consumi, migliorano la natalità e i percorsi educativi, si stabilizzano le famiglie.

Il lavoro delle donne è una questione strategica nazionale. Per questo abbiamo concentrato molte misure su donne, giovani e Mezzogiorno, con strumenti selettivi e misurabili. Gli incentivi per le assunzioni femminili prevedono fra l’altro un esonero contributivo totale fino a 24 mesi per le donne prive di impiego regolarmente retribuito, con condizioni ancora più favorevoli nel Sud, dove il tetto massimo dell’importo sale fino a 800 euro mensili per i percorsi professionali più qualificati e stabili.
I dati mostrano segnali incoraggianti: il divario di genere si sta lentamente riducendo al Sud. Ma resta troppo ampia la distanza dalle regioni del Nord Europa e Nord Italia. Liberare il potenziale delle donne del Sud significa liberare il potenziale dell’intero Paese. In un certo senso, è questa la più grande riforma economica e sociale italiana.

C’è poi la tendenza di molte giovani donne a cercare opportunità all’estero. È un fenomeno reale, ma raccontato spesso in modo parziale. Pesano salari bassi, carriere lente e rigidità burocratiche. Ma esiste anche un patrimonio di garanzie costruito negli anni attraverso il sistema della contrattazione collettiva italiana, che è sottovalutato o addirittura ignorato: maternità tutelate, welfare integrativo, strumenti di conciliazione, protezioni economiche e percorsi di crescita professionale che non sempre trovano equivalenti automatici altrove.

Una società moderna deve aiutare le donne non solo a entrare nel mercato del lavoro, ma anche a creare lavoro. Le misure previste dal decreto Coesione e dagli strumenti collegati prevedono incentivi per le start up, percorsi di accompagnamento e di formazione, a cui si aggiungono gli strumenti digitali creati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

La dignità del lavoro non si misura soltanto dal numero scritto in busta paga, ma dalla possibilità concreta di costruirsi una vita libera, stabile e partecipata: su queste basi nasce l’idea di “salario giusto”. Per una donna, questa libertà coincide spesso con la possibilità di non dover rinunciare a una parte di sé: alla maternità per lavorare o al lavoro per la maternità.

Il dibattito pubblico ha confuso il minimo indispensabile con ciò che è giusto. Una soglia minima serve a sopravvivere, mentre un salario giusto serve a vivere, a crescere e costruire futuro.

*Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali

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