Fondazione Marisa Bellisario

AMMINISTRATIVE: LA SCONFITTA DELLE DONNE

Erano 743 comuni in tutta Italia e più di sei milioni gli italiani chiamati alle urne per la scelta dei nuovi sindaci e il rinnovo dei consigli comunali. Un appuntamento elettorale importante, di cui si è scritto tanto alla ricerca dei segnali politici per la maggioranza e per il campo largo. Pochi commenti sull’affluenza, calata di cinque punti percentuali, quasi nulla sulle autentiche sconfitte di questa tornata: le donne.

Partiamo dai comuni più grandi: i capoluoghi. Su 18 città al voto, solo Andria avrà una sindaca donna: Giovanna Bruno eletta con oltre il 77% delle preferenze. E non avremo fauste sorprese dai sei ballottaggi di giugno, tutti al maschile. D’altronde, insieme alla città pugliese, solo altri due comuni, Fermo e Pistoia, avevano una candidata nelle liste più importanti e votate. Un dileguamento geograficamente neutro: 9 comuni su diciotto, non avevano alcuna candidata donna, dal Sud al Nord (Mantova, Venezia, Prato, Macerata, Chieti, Crotone, Reggio Calabria, Agrigento ed Enna). In totale, le candidate sindache erano 9 contro 77 uomini: il 10,5%, la percentuale più bassa dal 2021 a oggi. Alle comunali del 2025, per esempio, le candidate erano il 28% – con 30 Comuni amministrati per la prima volta da una donna – e nel 2021 circa il 18%.

Si dirà che è andata meglio nei piccoli comuni. Macché. Nel 61% dei casi a guidare le liste c’erano solo uomini. Non bastasse, e questo è forse il dato politico più rilevante, quasi la metà dei piccoli comuni al voto (48%) non ha rispettato le quote di genere. Sì perché, come spesso accade, una legge che prova a correggere un disequilibrio endemico della rappresentanza femminile, esiste. Per i comuni con oltre 5mila abitanti, nelle liste elettorali è prevista una quota di almeno un terzo del genere meno rappresentato e la facoltà dell’elettore di esprimere una doppia preferenza, purché su candidati di sesso diverso. Per i centri con meno di 5mila abitanti, le liste elettorali devono obbligatoriamente includere candidati di entrambi i sessi e grazie alla storica Sentenza n. 62/2022 della Corte Costituzionale, l’esclusione della lista è automatica qualora non sia assicurata la parità di genere. Eppure, quasi un piccolo comune su due non ha trovato nemmeno un terzo di donne da inserire in lista, neppure nelle ultime posizioni, quelle riservate ai candidati “di facciata”.

E che accadrà ora con le giunte? Perché anche in quel caso, la legislatura e la giurisprudenza, sono chiare. La Legge Delrio impone che nelle giunte dei comuni con popolazione superiore a 3mila abitanti nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura inferiore al 40%. Per i comuni sotto i 3mila abitanti, non si applica automaticamente il vincolo matematico del 40% ma resta vincolante il principio costituzionale di parità di genere e richiede che lo statuto comunale adotti misure idonee a promuovere le pari opportunità e la rappresentanza bilanciata. Delle due una: o le donne non rinvenibili in sede di compilazione delle liste elettorali spunteranno come funghi al momento della formazione delle giunte o i Tar avranno un bel da fare…

Una sconfitta che brucia ancora di più nell’anniversario degli ottant’anni della Repubblica e di quel primo, emozionante esercizio del voto universale. Ottant’anni fa, il coraggio di sole sei pioniere — Margherita, Ninetta, Ada, Ottavia, Elena e Lydia — apriva una strada che allora sembrava stretta e impervia e che invece ha portato alla guida di piccoli e grandi comuni migliaia di donne. I Comuni sono stati, e sono tuttora, la prima linea dell’evoluzione della partecipazione femminile in politica. È nei Municipi che il cambiamento si fa realtà: è qui che si difendono i diritti, che si promuove l’equilibrio tra vita e lavoro, che si costruiscono spazi sicuri e inclusivi. La crescita della presenza femminile nelle amministrazioni non è solo una questione di cifre.

Eppure i numeri parlano e descrivono un’evoluzione reale, lenta e, come dimostrano queste amministrative, passibile di marce indietro. L’Anci ci racconta che negli ultimi 40 anni il numero delle sindache è cresciuto di più di 8 volte: nel 1986 erano appena 145, nel 2026 sono 1.187. Sembrerebbero tante, non fosse che rappresentano ancora il 15.4% dei primi cittadini: i sindaci uomini sono 6.545, l’84.6%.

La distribuzione territoriale sembra speculare ai divari di genere in tanti altri ambiti – dall’occupazione ai servizi di welfare. Il 43.7% delle prime cittadine, infatti, è al Nord Ovest, solo il 12.6% al Centro e il 21.1% al Sud. E sono più numerose nei piccoli comuni: dalle 641 prime cittadine nei centri con meno di 3mila abitanti, si passa alle 91 tra 15 e 50mila e sono appena 8 le sindache di città con più di 100mila abitanti. Ancora non un caso: più è il potere esercitato, meno le donne a esercitarlo.

I numeri migliorano quando dalle cariche elettive di passa alle nomine… Sono 29.6% le Presidenti del Consiglio di regione, il 32.3% le Vicesindaco, il 44.5% gli Assessori donne. Più numerose nei centri più grandi (46.8% nei comuni con più di 3mila abitanti) e quasi il 40% in quelli più piccoli.

Un ruolo, quello nelle giunte, che ancora risente di stereotipi. Nel 2026, il 23.7% delle deleghe assegnate alle donne assessore nei capoluoghi riguarda “casa, famiglia, scuola, politiche sociali, pari opportunità” ma, rispetto a 10 anni fa, cresce lentamente la loro presenza in ambiti strategici come ambiente e territorio (+8.6%), lavori pubblici (+8.4), risorse strategiche e patrimonio (+6.2) e, seppur in misura più contenuta, mobilità e trasporti (+3.7).

Eppure -come accade in tanti altri ambiti, CdA in primis – le donne amministratrici sono mediamente più giovani e più istruite dei colleghi uomini: il 49% ha una laurea o un titolo postlaurea (tra gli uomini sono il 34%) e l’età media è di 49 anni (52 per gli uomini). Anche questo, un segnale chiaro e che ribadisce il principio enunciato da Marisa Bellisario cinquant’anni fa: noi donne non abbiamo diritto alla mediocrità. Per accedere ai vertici dobbiamo essere più brave, performanti, istruite, determinate. Tre volte di più!

Una notazione a margine: la delega alle Pari Opportunità. Perché i nomi, le etichette non sono esaustive di un pensiero, di uno spirito dei tempi ma qualche indizio lo suggeriscono. Se avete la briga di andare a cercare gli assessorati alle Pari opportunità nelle giunte di comuni piccoli e grandi non le troverete mai come ambito autonomo ma quasi sempre accorpate alle politiche sociali, alla famiglia, all’inclusione e al welfare. Legittimo se si pensa alle pari opportunità come una “tutela” e non come una leva strategica di governo e di sviluppo.

Chiudo questa riflessione amara con un appello alle pochissime sindache elette. I numeri vi raccontano quasi come un fronte della resistenza, resiliente ma in affanno. Sta a voi dimostrare il contrario, a voi rendere palese come la leadership femminile in politica rappresenti visione e futuro. A voi, nei piccolissimi comuni e nelle grandi città, diventare esempio e modello di impegno politico e civile. Perché le bambine non continuino a pensare che esistano ancora ruoli e lavori da uomini. Perché le donne non facciamo un passo indietro rispetto all’impegno in politica. Perché il percorso della democrazia non abbia arretramenti.

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