di Anna Cinzia Bonfrisco*

Senza parità di genere avremmo un’Italia, un’Europa e un Mondo che rinuncia alla parte migliore della società, del suo potenziale più talentuoso nelle idee e nelle energie. Per questo motivo è necessario mettere in campo in tutta l’Unione europea politiche di primo piano che riequilibrino le regole del gioco. Un esempio di azione concreta ed efficace è la direttiva Women on boards, adottata il 7 giugno tramite l’accordo tra Parlamento europeo, il Consiglio e la Commissione, il cui obbiettivo è entro il 2026 il raggiungimento nelle grandi aziende di almeno il 40% dei posti di amministratore senza incarichi esecutivi o almeno il 33% dei posti di amministratore con e senza incarichi esecutivi occupato da donne.

Un traguardo arrivato non senza ostacoli: dalla prima proposta della Commissione, datata 2012, è solo a marzo dell’anno scorso che il Consiglio Europeo dei Ministri del Lavoro e degli affari sociali ha adottato un “orientamento generale”.

In Italia al contrario siamo arrivati a uno storico risultato, dieci anni prima della direttiva europea, grazie al coraggio delle parlamentari guidate da Lella Golfo che si unirono con trasversale determinazione in una battaglia senza precedenti e riscurino a votare un testo che sul fronte privato e su quello pubblico garantiva pari opportunità. Quell’esito consente oggi all’Italia di non essere annoverata tra i fanalini di coda dell’Europa, almeno su questo.

Sono pertanto molto felice che sia stato infranto ovunque nell’Unione europea il tetto di cristallo che condizionava da troppo tempo le donne nel mondo del lavoro, a partire dal ruolo di apripista svolto dall’Italia grazie alle legge voluta da Lella Golfo e da tutte noi. La direttiva inoltre supererà la modifica introdotta successivamente dal Governo italiano che riduce solo alle società quotate lo spazio da garantire all’empowerment femminile.

A gennaio 2021 avevo presentato una mozione di risoluzione sul vincolo, negli statuti delle società dell’Unione quotate e nelle controllate pubbliche, volto a garantire l’equilibrio di genere e di trattamento negli organi di amministrazione e di controllo. Come avevo ricordato in un mio articolo precedente la mia iniziativa affonda le sue radici nell’esperienza della Legge Golfo-Mosca approvata nel 2011 dal Parlamento Italiano, che ebbe tanto riscontro a livello europeo da parte della Commissaria Europea e vice-presidente della Commissione Viviane Reding, dello sforzo compiuto dall’Italia, primo stato membro a dotarsi di una legge così avanzata.

Rimangono tuttavia alcune questioni aperte. La direttiva europea, applicabile alle aziende con più di 250 dipendenti, prevede dei provvedimenti nei confronti di coloro che non ne rispetteranno le previsioni; infatti, spetterà ai singoli Stati membri definire la natura o l’entità delle sanzioni. Il rischio è di un’applicazione a macchia di leopardo della normativa, come spesso avviene per le direttive. D’altro canto sono certa che Women on boards consentirà all’Italia un ulteriore scatto in avanti, ad esempio nel ribaltare quel dato che in Italia vede solo il 4% delle donne Ceo, contro il 33% della Norvegia.

Pertanto, in conclusione, ritengo necessario continuare la nostra lotta per una società egalitaria e promotrice dei diritti delle donne. È garanzia di un futuro prospero per le donne, per gli uomini, per le imprese, per i lavoratori.

*Deputata al Parlamento europeo

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