Fondazione Marisa Bellisario

OLIMPIADI: LE IMMAGINI E LE STORIE CHE RESTANO

Uno Speciale dedicato alle Olimpiadi: voci e prospettive diverse che riassumono quel che è capitato in quest’avventura italiana che ci ha fatto sognare e riempito d’orgoglio. Le medaglie, i simboli e messaggi, quel che rimane e che ci portiamo a casa dall’Olimpiade invernale più paritaria e vincente, per l’Italia, di sempre.

Leggerete di nomi e numeri e non sono solo statistiche ma il racconto di un mondo che cambia – con i suoi progressi e contraddizioni, con le sue nuove consapevolezze – e in cui le donne sono sempre più protagoniste. E forse vale la pena ricordare da dove siamo partite perché le Olimpiadi moderne, anno 1896, iniziano con un rifiuto, quello del barone de Coubertin che – pur convinto che lo sport potesse rappresentare un mezzo di educazione e di unione tra i popoli e ridurre i conflitti – giudicava lo sport femminile come «la cosa più antiestetica che gli occhi umani potessero contemplare». Per non indispettirlo, alle donne fu impedito di partecipare ai Giochi. E chissà cosa penserebbe guardando a questa edizione in cui non solo le donne l’hanno fatta da padrone ma la sua poltrona come Presidente del Cio era occupata da un’ex campionessa olimpica, una bionda signora dello Zimbabwe. Una che ha osato piangere in pubblico e che ha introdotto tra i pilastri dell’Agenda Olimpica 2020+5 l’aumento delle competizioni miste: stesso programma, uguale attenzione e responsabilità. Si vince solo insieme, e già questa è una lezione che non serve spiegare, la forza dello sport come parabola di vita e futuro.

Perché il bello delle Olimpiadi, di questo spettacolo del mondo, sono le storie, le immagini che restano e che ci riguardano, sempre. Tutti, non solo appassionati o esperti. Io, per esempio, capisco poco di sport invernali, eppure ho assistito con trepidazione a discipline di cui prima ignoravo l’esistenza. Non serve saper giudicare le qualità tecniche per entrare nella bellezza dei gesti, per commuoversi davanti alla gioia e alla disperazione, per appassionarsi alle biografie, alle cicatrici e alle aspettative di un catalogo tanto variegato e bello di giovani donne e uomini.

Le due scandinave, venute da dove lo sci s’impara con l’abecedario, che dopo la loro discesa stanno sedute sui carboni ardenti, in attesa dell’ultima tra le migliori, Federica Brignone, e poi, con gioia e naturalezza si inchinano alla Tigre. Genuflesse e felici. Ma che immagine è??? Come si fa a pensare alle guerre, alle brutture del mondo, al machismo che distrugge dopo un gesto così? E lei, il nostro Germoglio d’Oro! Per giorni, i titoli roboranti dei quotidiani sembravano in contrasto con la tranquillità serena con cui lei rispondeva alle interviste. «Se fossi venuta qui per l’oro, sarei tornata a casa senza medaglie. Sono venuta a Cortina per essere felice. Ed ero già felice di essere qui». Senza pressione e aspettative. Con alle spalle pochissime prove per testarsi, a dieci mesi da un infortunio che aveva messo a rischio tutto e che non è ancora superato. L’immagine di Federica che diventa leggenda senza gridare, che rende normale una finale olimpica, che abita la pista con leggerezza, che trionfa senza teatralità e con uno splendido sorriso è il simbolo moderno – e femminile – di questi Giochi. Ed è un messaggio potente: non c’è nulla di vietato alla volontà umana e femminile. E non conta come e quando cadi ma se e come ti rialzi. Da un infortunio, un lutto, un disamore o una disgrazia, un fallimento o un cambiamento repentino e non voluto. È la reazione che dice chi siamo e chi vogliamo essere, che ci definisce. Nello sport e nella vita. Con la sua impresa Federica non ha chiarito solamente chi è lei ma dove chiunque può arrivare, se lo vuole. Con determinazione, sacrificio e fiducia, senza mai piangersi addosso.

Che emozione e orgoglio vedere Francesca Lollobrigida che corre ad abbracciare il piccolo Tommaso! Un’immagine che dice a tutte le giovani donne che si può, che la maternità non è un ostacolo, non è la tomba di ogni ambizione ma una fonte di energia e motivazione che apre le porte dell’Olimpo!

Ancora donne. La bellissima atleta cinese Eileen Gu, tra le più vincenti dello sci freestyle che scoppia a ridere in faccia al giornalista che le chiede se le due medaglie al collo fossero due argenti vinti o due ori persi. «Vincere una medaglia alle Olimpiadi già ti cambia la vita. Farlo cinque volte è esponenzialmente più difficile, perché ogni medaglia è ugualmente difficile ma le aspettative degli altri aumentano, giusto? Quindi questa idea delle ‘due medaglie perse’, a essere del tutto sincera, penso sia una prospettiva un po’ ridicola. Sto facendo cose che letteralmente non sono mai state fatte prima. Penso che questo sia più che sufficiente. Ma grazie». Come non applaudire, come non segnarsela questa risposta per riproporla a tutti quelli uomini che ci hanno detto e ci diranno di non essere mai abbastanza. E il confronto tra il suo splendido sorriso e le lacrime del pattinatore, uomo, che cade tragicamente dopo aver tentato il salto mortale e sui social prima scrive e poi cancella «Non sono mai abbastanza» rivolto al padre che lo allena e lo guarda crollare. Plasticamente, senza retorica né parole, sono immagini che raccontano la rivoluzione copernicana negli equilibri di genere. Che parlano delle donne che stiamo diventando, della consapevolezza che stiamo conquistando, della pasta di cui siamo fatte.

L’ultima immagine: le lacrime della presidente Kirsty Coventry e lo sguardo del campione di skeleton ucraino che rifiuta di togliere il casco su cui sono raffigurati i volti di 24 atleti suoi connazionali uccisi dall’inizio dell’aggressione russa. «Se per questo devo essere squalificato, è il prezzo della nostra dignità». Ed è forse l’unico fallimento di questi magnifici Giochi: non essere riusciti a rispettare la tregua olimpica facendo tacere le armi.

Chiudo con pragmatismo, come è nel nostro dna. Ai giochi di Milano Cortina abbiamo osannato le nostre atlete, riconosciuto il loro contributo fondamentale: 6 delle 8 medaglie d’oro italiane al femminile; delle 22 medaglie complessive, 10 sono vinte da donne, 7 da uomini e 5 da squadre miste. Oltre a ringraziarle, diamo seguito a questo innegabile protagonismo femminile. «Le campionesse devono essere ovunque e anche ai vertici decisionali, ai vertici delle federazioni e dei comitati nazionali», ha detto Nawal El Moutawakel, Vicepresidente del Cio e numero due dello sport mondiale. Ecco, una medaglia che ancora ci manca. Nel quadriennio 2025-2028, a capo delle Federazioni nazionali sportive ci sono solo due donne su un totale di 40; nei Comitati regionali del Coni, solo una presidente su 21, nelle giunte regionali le donne sono 50 su 168, nei consigli regionali la presenza femminile è al 14%, con 174 donne e 1.114 uomini. Troppo poche. E allora, dopo aver dimostrato di che stoffa sono fatte, mi auguro che si cominci seriamente a pensare al ruolo che meritano ai vertici, in ogni ambito.

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