Fondazione Marisa Bellisario

NON MOLLIAMO!

Anche quest’anno abbiamo voluto dedicare un numero alla violenza. E lo abbiamo fatto dopo aver presentato alla Camera dei Deputati “Era mia figlia” di Irene Vella, un libro che lacera perché racconta il “dopo” di quelle tragedie che occupano solo per qualche giorno le cronache dei quotidiani ma riempiono di vuoto e silenzio la vita intera di chi è sopravvissuto.

Leggeteli tutti, gli interventi di questo speciale, ne vale davvero la pena. Perché tracciano un quadro chiaro e una rotta precisa.

I numeri, li diamo tutti. Li ho letti attentamente. I femminicidi diminuiscono un po’ ma le donne continuano a morire nelle loro case, per mano dei “loro” uomini. Aumentano le chiamate al 1522, i braccialetti elettronici e raddoppiano in 10 anni le donne che si rivolgono ai centri antiviolenza. C’è più consapevolezza, una maggiore attenzione a riconoscere i comportamenti violenti ma restano stabili le denunce, la fiducia nelle istituzioni è da rafforzare.

Le leggi, parliamo di quelle che ci sono e di quelle che, si spera, arrivino. Abbiamo un quadro normativo corposo e non immobile, che ha riconosciuto l’emergenza e sta provando ad adeguarsi alle mutate condizioni sociali. Mentre il legislatore interviene, però, la violenza già si sposta oltre e corre sul web, aggiornando quotidianamente la lista degli abusi online: cyberstalking, doxing (la pratica di cercare di diffondere informazioni private), deepfake, hate speech, body shaming.

La violenza digitale si sta diffondendo a una velocità allarmante, alimentata dall’Intelligenza Artificiale, dall’anonimato, dalla “facilità” con cui colpisce. L’Italia è tra i pochi Paesi al mondo a prevedere il reato di deepfake ma occorre fare di più. La dimensione digitale è una delle più pericolose frontiere di espansione della violenza: non facciamoci trovare impreparati, agiamo subito tutti insieme, attraverso strumenti di tutela rapidi, educazione digitale avanzata, alleanze con le piattaforme, monitoraggio costante. Il futuro, anche nella violenza, è già qui.

La cultura, il linguaggio, la prevenzione, l’educazione, l’indipendenza economica, i sostegni alle vittime e ai loro figli. Parliamo di tutto e di molto altro in questo numero speciale, affrontiamo la violenza da ogni angolazione. I femminicidi sono solo l’epilogo tragico, dietro ci sono mille variabili, considerazioni, strumenti. Siamo realiste ma manteniamo accesa la speranza e la volontà, perché cambiare si può, si deve.

Di mio, aggiungo qualche considerazione. Primo: i giovani. A proposito di dati, in dieci anni il numero delle ragazze tra i 16 e i 24 anni che subiscono violenza è passato dal 17,7% al 30.8. Un’enormità. Lì stiamo fallendo, come genitori, come Paese. Perché il tema del patriarcato, dell’ostilità maschile al nuovo potere femminile appartiene a noi, alla nostra generazione. Il cambiamento epocale – la donna da angelo del focolare a soggetto che pretende indipendenza, economica e sociale – lo abbiamo vissuto noi, non loro. La cosiddetta generazione Z sta crescendo in un universo già mutato. Siamo noi che abbiamo trasmesso loro codici, stereotipi, pregiudizi, luoghi comuni fuori dal tempo presente. Fa paura pensarlo ma è la misura di quanto i modelli valoriali e culturali siano più pervicaci di qualsiasi realtà. I rapporti, le relazioni sono come li immaginiamo, come ci hanno insegnato a interpretarli, come li abbiamo vissute in famiglia, nel rapporto tra i nostri genitori. Il loro presente porta il fardello del nostro passato.

Tocca a noi, quindi, costruire un nuovo racconto che innanzitutto dia sostanza a quello che abbiamo costruito. Spetta a noi donne spiegare quanto è costato e quel che ha significato uscire da un ruolo che non avevamo scelto. Sta a noi – uomini, donne, istituzioni, imprese, all’Italia – fare in modo che lavoro, stipendi, opportunità siano distribuiti in misura paritaria: non per genere ma per meriti e talenti. Compete a noi, uomini e donne adulti, risolvere un conflitto durato troppo a lungo, fare pace con l’oggi perché indietro non si torna.

Tocca a entrambi, sì. Gli uomini, è arrivato il tempo che si rassegnino: non siamo più cose da disporre a proprio piacimento, non un possesso. Possiamo prendere il loro posto in ogni ruolo, essere più brave, più simpatiche, più amate, più potenti persino. Possiamo anche diventare avversarie nel lavoro, competitrici nella supremazia familiare. Combatteteci ad armi pari, dimostrate di esser migliori, ne abbiamo da guadagnarci tutti, come Paese, economia, società, persino dentro le famiglie. Lealtà e rispetto, non dipendono da DNA e se non te li hanno dati insieme al latte c’è tempo per apprenderli, esercitarsi, farli propri.

Esistono uomini abusanti e uomini veri e ragionevoli, che amano senza chiedere sottomissione, che ci stimano e ci guardano come pari. A loro chiedo di non voltarsi dall’altra parte, di non assolversi. Chiedo di parlare ai loro figli maschi, di spiegare, di non dare per scontato che il loro esempio basti: i ragazzi, i nostri figli, vivono in una società intrisa di maschilismo e di modelli di machismo. A loro chiedo di non ridere alle battute sessiste, di prendere posizione nelle chiacchierate tra amici e nei convegni pubblici, in televisione e sui giornali, di combattere e vigilare sulla pornografia online, di prendere posizione non solo pubblicamente ma quotidianamente.

Ma tocca anche a noi donne. Perché un’emancipazione a metà non è mai una cosa buona, per noi e per chi ci guarda e costruisce il proprio immaginario sui nostri gesti. Lavorare e non avere un conto corrente è un’emancipazione a metà. Rinunciare a un lavoro che si ama e che garantisce indipendenza economica perché si è madri è un’emancipazione a metà. I figli sono di entrambi i genitori, nemmeno loro sono cosa nostra. Servono servizi, certo, welfare pubblico e privato, aiuti, ma è anche la nostra mentalità che deve cambiare. La sicurezza in noi, la consapevolezza di dove possiamo e vogliamo arrivare, di cosa ci spetta, del nostro valore. Alle donne chiedo di non lasciar perdere e correre, pubblicamente e quotidianamente.

Siamo stanche, lo capisco. Siamo stanche di dover esserci sempre per tutti, di dover assolvere a mille ruoli, sempre una marcia in più. Stanche di puntualizzare, di pretendere che ci sia data la giusta carica quando ci presentano come Signora, di chiedere al collega o all’amico di non interromperci, di esigere collaborazione dal compagno, dal marito, dai figli, di sottolineare che le parole hanno un peso, di denunciare e non essere credute.

Siamo esauste, lo so, ma non molliamo. Non smettiamo di crederci, di insistere, di scendere in piazza anche, di essere intransigenti con noi stesse e con gli altri, di pretendere il ruolo che ci spetta, lo stipendio che meritiamo. Sono quei piccoli e grandi gesti privati e pubblici a costruire il cambiamento che vogliamo e meritiamo. Ogni nostro silenzio, ogni nostra sconfitta, ogni rinuncia, ogni cedimento rallenta il processo e aggiunge un nuovo lutto.

Non sarà ora, non sarà subito magari ma insistiamo, passo dopo passo, giorno dopo giorno. È questo il tempo.

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