Fondazione Marisa Bellisario

UN’EUROPA CHE SA DI DOVER CAMBIARE PASSO

di Rita Lofano*

C’è un’Europa che scricchiola mentre il mondo cambia a velocità vertiginosa. E in questo crocevia geopolitico, tra guerre ai confini, sfide economiche globali e leadership politiche in bilico, la domanda non è più se l’Unione europea debba riformarsi, ma come farlo, prima che sia troppo tardi. Da qui è partito il nostro dibattito su “L’Europa tra oggi e domani”. Ha rotto il ghiaccio la vicepresidente del parlamento europeo Antonella Sberna, ponendo l’accento sulla necessità di riforme istituzionali urgenti per accelerare i processi decisionali, «perché la politica europea, basata sui valori originari di pace e libertà, deve rispondere alle esigenze reali dei cittadini, attraverso una maggiore attenzione alle specificità territoriali, un minore centralismo e un approccio più efficace che faccia meno e meglio».

Per Carlo Cottarelli, il nodo della sfida è economico: l’Europa «ha poteri regolatori, ma un bilancio minuscolo, circa 1 % del Pil», ovvero tante regole e pochi mezzi. Le divergenze fiscali (unite all’insufficiente integrazione del mercato interno, delle infrastrutture digitali, dell’energia e della finanza) restano una ferita aperta. Tra Paesi con debiti pubblici elevati e altri che godono di surplus, tra chi investe in welfare e chi punta tutto sulla competitività, tra chi tassa la casa in modo pesante e chi quasi la esenta, l’Unione resta una composizione irregolare. «Finché non avremo regole comuni — ha insistito Cottarelli — non potremo parlare di un’unione economica vera e propria. E senza unione economica, anche l’unione politica resta un miraggio».

Luca Bertalot (segretario EMF-ECBC, un’importante piattaforma che rappresenta gli interessi del settore del credito ipotecario e dei covered bond a livello europeo) ha segnalato l’importanza di integrare i fattori ambientali, sociali e di governance (ESG) nelle valutazioni immobiliari e nei finanziamenti, promuovendo un approccio che consideri la sostenibilità come elemento centrale nella creazione di valore a lungo termine nel settore immobiliare.

Il professor Sergio Fabbrini ha messo l’accento sul nodo dell’unanimità che andrebbe, a suo avviso, limitata a materie davvero sensibili. Per Daniel Gros, invece, il problema non è tanto l’unanimità quanto la necessità di pensare a un’Europa «a cerchi concentrici», un nucleo più integrato, capace di decidere e agire, e una periferia più flessibile, chi è pronto va avanti, gli altri seguiranno. «L’importante è non bloccare il cammino comune». Il dibattito è stato acceso con Fabbrini che ha rimarcato come «differenziazione e allargamento rischino di indebolire la coesione interna» e come «l’Unione non possa diventare solo un contenitore di accordi funzionali, ma debba mantenere una visione politica unitaria».

Prospettive diverse, ma unite da una constatazione: l’Europa di oggi non basta più a sé stessa.

La Germania resta, nel bene e nel male, la locomotiva dell’Ue, si muove tra prudenza e realismo, ha osservato il collega del Sole 24 Ore Beda Romano. La Francia, invece, appare politicamente indebolita, economicamente compressa da tensioni interne e da un ruolo europeo e geopolitico non più indiscusso. L’addio all’Africa non è solo una ritirata militare, ma il segnale di un cambiamento profondo nelle relazioni internazionali dove l’influenza della Francia è in declino e le sue alleanze devono essere rinegoziate.

E così, nel mosaico europeo, i vecchi confini, Nord e Sud, frugali contro spendaccioni, sembrano quasi superati. Al loro posto, si staglia una nuova frattura: quella tra Est e Ovest. Tra i Paesi fondatori e quelli di più recente ingresso, tra chi ha interiorizzato i principi comunitari e chi li maneggia con cautela, soprattutto in tema di diritti e parità di genere.

In questo scenario, le donne europee restano una cartina di tornasole: la misura di quanto l’Unione riesca davvero a tenere insieme sviluppo, democrazia e uguaglianza. «Non si tratta solo di quote o rappresentanza – ha affermato Serena Lippi, presidente dell’Associazione donne italiane diplomatiche – ma della capacità di fare politiche che includano prospettive diverse, competenze diverse, esperienze diverse».

Ma la distanza tra principi e attuazione resta ampia, soprattutto in materia di parità di genere.

Secondo Eurostat le donne guadagnano in media il 12% in meno degli uomini (solo per citare un esempio). Eppure le nuove regole Ue sulla trasparenza salariale (per rafforzare il principio della parità di retribuzione) stentano a decollare. La direttiva dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 7 giugno del 2026. Ad oggi solo la Spagna ha adottato leggi puntuali per obbligare le imprese a rendere pubblici i dati salariali e ridurre il gender pay gap. Nel resto d’Europa, la normativa resta sospesa tra promesse e ritardi.

Un’Europa che detta regole ma non le pratica, che parla di uguaglianza ma tollera differenze strutturali, non può dirsi davvero compiuta. E in questo, la questione femminile diventa la misura di una più ampia debolezza politica: quella di un’Unione che non sempre riesce a trasformare i valori in politiche concrete.

La tavola rotonda si è chiusa senza applausi, ma con un’energia che non ha bisogno di rumore: quella di un’Europa che sa di dover cambiare passo. Le riforme non possono più aspettare, la parità non può restare un titolo. Ma qualcosa sta cambiando: nelle stanze del potere europeo ci sono sempre più donne — competenti, decise, visionarie — pronte a spingere l’Unione oltre le inerzie.

*Direttore AGI Agenzia Giornalistica Italia

Iscriviti alla Newsletter

Torna in alto