di Catia Polidori*
Mentre riordino le idee e ripercorro il mio 25 novembre denso di incontri e di eventi per riaffermare, ancora una volta, l’impegno a combattere ogni forma di violenza contro le donne, mi tornano alla mente le ragazze e i ragazzi del grande istituto romano a cui le amiche di Azzurro Donna della città hanno donato la panchina rossa, divenuta, al pari delle scarpette, simbolo di questa lotta globale. Mentre assistevo alle loro performance musicali e ne ascoltavo ammirata le riflessioni sul tema, sentivo ancora più forte la responsabilità di esortarli a tessere sin da ora relazioni sane, improntate al rispetto e all’ascolto reciproci, perché – mi sono detta osservandoli – è qui, all’interno dei nostri luoghi di incontro, che devono concentrarsi le prossime nostre iniziative in difesa della libertà e contro le prevaricazioni di genere.
Sì perché la violenza contro le donne non è un fatto privato, non è un destino cieco e nemmeno una tragica fatalità alla quale è impossibile sottrarsi. La violenza perpetrata nei confronti delle donne è la forma più estrema di ogni sorta di discriminazione, angheria fisica e psicologica e di ricatto di natura economica, esercitati da fidanzati, mariti, ex partner e finanche da padri proprio nell’ambito di rapporti sociali. È un crimine vile ed efferato profondamente radicato nelle nostre società e come tale va perseguito e adeguatamente punito. È, infine, una gravissima violazione dei diritti umani in ambito pubblico e privato, come sancito dalla Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha ratificato e che è fortemente impegnata ad applicare, promuovere e tutelare in Europa e nel mondo dai crescenti attacchi di quei Paesi, anche aderenti, che oggi la mettono in discussione, rischiando di generare un pericoloso effetto contagio.
Per tutte queste ragioni, oltre che per i numeri che continuano ad essere impietosi, nonostante l’impianto normativo all’avanguardia e a dispetto degli sforzi comuni per estirpare il fenomeno, ha origine l’ultima reazione dello Stato, la più forte, su questa particolare materia: l’introduzione nel Codice penale del delitto di “femminicidio” punito con l’ergastolo, votata all’unanimità dalla Camera dei Deputati proprio in occasione di questo 25 novembre.
Riconoscere una sua propria specificità a un fenomeno tanto complesso, qual è il femminicidio, che reca in sé motivazioni e dinamiche completamente differenti da altri reati, i quali pure attentano alla sacralità della dignità e della vita umane, significa voler incidere in misura sempre crescente sul fronte della repressione dei delitti nell’ottica di potenziare la sicurezza, senza però trascurare il valore culturale della pena. La sicurezza, infatti, non è una mera questione di ordine pubblico. Essa attiene ai diritti ed è strettamente correlata alla partecipazione ed all’uguaglianza sostanziale delle cittadine. Ergo implica permettere a ogni componente donna della società di autorealizzarsi per contribuire al proprio e all’altrui benessere e concorrere alla crescita sociale ed economica della nazione. Insomma, non una modifica normativa di poco conto, quella che ha visto fare fronte comune Governo e Parlamento, ma un provvedimento destinato a segnare un passaggio culturale fondamentale per la nostra democrazia.
Il 25 novembre 2025 lo Stato italiano si è fatto prossimo a tutte le cittadine e, in memoria delle vittime, ha abbattuto il muro del silenzio che per troppo tempo ha avvolto i delitti di donne in quanto tali, assumendo su di sé l’onere della responsabilità di chiamare le cose con il loro proprio nome e di affermare che nessuna donna sarà più lasciata sola e che le vittime e le loro famiglie potranno avere giustizia! Che l’amore non è mai possesso, né cagione di dolore e morte! Che la libertà delle donne è un bene non negoziabile.
La guerra alla violenza di genere – resta inteso – non si vincerà nei tribunali e nelle carceri, ma nel cuore pulsante delle nostre piccole e grandi comunità: nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, in strada, nei linguaggi che utilizziamo e nei modelli che trasmettiamo ai nostri bambini e nostri giovani. La prossima nostra sfida di donne e uomini civili consisterà proprio in questo: aiutare ciascun cittadino ad assumere su di sé la responsabilità collettiva che deriva da questa consapevolezza.
*Deputata e Presidente Commissione Uguaglianza e Non Discriminazione, Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa
