Altro giro di boa, un numero che fa tremare i polsi. Perché, riflettendoci, sono 37 estati – un ottobre in epoca Covid, perché nemmeno in quel terribile momento ho pensato di fermarmi – che davanti ai miei occhi increduli si dispiega una vera e propria “magia”. La vedrete sabato, in seconda serata su Raiuno.
I mesi di preparazione non la fanno presagire.
C’è il lavoro serio, appassionato, scrupoloso che ci impegna a “scovare” le migliori, che non sempre sono le più visibili, quelle di cui i giornali parlano. C’è il confronto in Commissione, serrato. Si respira un grande senso di responsabilità, tutti i membri, il Presidente Gianni Letta in primis, affrontano con severità il loro ruolo, e li ringrazio. Meriterebbe registrarle le riunioni che portano all’assegnazione delle Mele d’Oro per comprendere il rigore con cui andiamo in cerca dell’eccellenza, valutando ogni aspetto del percorso delle candidate ma non solo. C’è la consapevolezza del “messaggio” lanciato dal Premio, per esempio nella scelta di un settore – come possono essere quelli poco battuti dalla presenza femminile – o la sottolineatura di un primato che può aprire una breccia significativa.
C’è poi la trasmissione e anche là è un lavoro che toglierebbe il fiato non fosse per la splendida squadra Rai, guidata dal Vicedirettore Intrattenimento Prime Time Claudio Fasulo. Mesi di riunioni, considerazioni, riflessioni perché il “contenitore sia degno del contenuto”, perché le storie di ordinaria e straordinaria eccellenza prendano corpo e sprigionino emozione pura.
C’è la location, anche quest’anno lo scenario mozzafiato del Tempio di Venere. È il secondo anno ma non si fa mai l’abitudine alla bellezza limpida e potente. È così coerente, in una connessione tanto perfetta con lo spirito del Premio e delle sue protagoniste che sembra sia il suo scenario naturale da sempre. E però, anche lì, trasformare la storia in un palcoscenico televisivo che la valorizzi e non la fagociti non è scontato.
Ci sono 650 persone che varcano i cancelli, più di mille e cinquecento le richieste ogni anno, una fatica improba come con tutti i grandi numeri. E – ancora la magia – anche quei nomi (personalità, associate, amiche ma anche uno stuolo di accompagnatori per ognuna delle premiate) diventano “il” pubblico. Smettono di essere singoli, estranei, spettatori e si trasformano in co-protagonisti, partecipi, un corpo unico che lascia fuori la disarmante quotidianità per diventare, per qualche luminosa ora, parte di un racconto che incanta.
E poi il gran giorno arriva, ogni anno atteso e temuto. E si apre al Quirinale, con il Presidente Mattarella e un incontro che non smette mai di emozionare. Le Mele d’Oro prima di tutto. Di fronte al Presidente della Repubblica sembriamo tornare tutte “scolarette”, non tanto intimorite da un luogo simbolo come il Quirinale né da un protocollo sempre perfetto in cui ogni nostro passo è previsto, calcolato, misurato. È la trepidazione di incontrare una figura che si ammira e stima assieme al pensiero che quell’onore sia frutto dei propri meriti. Non è mai un rito ingessato e artefatto, né una consuetudine forzata. C’è sempre verità e gratitudine, ed è inaspettatamente reciproca. È sempre un privilegio esserci e assistere. Così come sentire dalla viva voce del Presidente parole autentiche di riconoscimento e riconoscenza per un impegno che non si ferma a quella giornata ma continua incessante e appassionato da 37 anni. Non si dedica ogni fibra del proprio essere per una pacca sulle spalle, per una pubblica ricompensa ma quando arriva – vera, sentita, non di circostanza – è uno di quei momenti che ripaga e appiana tutto e conferma il coraggio di ogni scelta.
E infine loro, le Mele d’Oro. Sulla carta, sono profili eccellenti, donne che hanno raggiunto vette impensabili, determinate e motivate a trarre dal loro genere la forza, la costanza e l’energia per compiere un destino di successo. Poi le conosci, stringi loro la mano, le guardi negli occhi e le ascolti. E sono tutte così disinvolte su un palco che incuterebbe timore a qualsiasi persona avveduta e anche a loro, prima di calcarlo. Poi salgono su ed ecco la magia! In un attimo, la carica – che impressiona sempre – il primato raggiunto, la posizione e il ruolo che occupano vengono spazzate via dalla luce dei loro occhi, dalle parole sempre adeguate, ispiratrici, vere e visionarie. È una sicurezza che ha messo radici nel percorso più che nel traguardo ed è il candido stupore di riconoscersi nella diversità.
Pochissimi “io” si ascoltano dal palco del Tempio di Venere, tantissimi “noi”. Nessuna è sola nella sua torre d’avorio, nella fortezza dei propri successi, tutte sono protese alle altre, grate alla sorte, memori degli inciampi, prodighe di consigli, sinceramente desiderose di avere compagne di viaggio. Nessuna arroganza o solitudine dei numeri primi ma l’accorata ricerca di una condivisione reale, per spianare la strada a chi viene dopo, per lasciare un terreno di gioco migliore. Il futuro delle altre le riguarda, sta loro a cuore, davvero.
Ed è forse questo che mi porto a casa da questa edizione 2025. Il senso di una missione riuscita. Nemmeno questo era scontato 37 anni fa, anzi era proprio inimmaginabile. Era solo un’idea, frutto di un’ispirazione, un’intuizione. Era una speranza visionaria, l’utopia di una piccola donna ostinata che credeva nella forza di sogni e ambizioni. Che potesse trasformarsi in un messaggio tanto potente, che avesse la forza di prender vita e forma diventando un “manifesto” che oggi accomuna non solo oltre le 600 straordinarie donne premiate ma milioni di donne, questo proprio non l’avevo previsto. E come tutte le cose belle e impreviste è una carezza dell’anima.
