di Maria Rita Parsi*
L’educazione sessuale nelle scuole non è – e non deve mai essere – un capitolo marginale, un’aggiunta facoltativa, un argomento da sfiorare con timidezza. È, al contrario, uno degli assi fondamentali della crescita integrale della persona.
Perché parlare di sessualità significa parlare di corpo, emozioni, identità, desideri, rispetto di sé e dell’altro. Significa, soprattutto, offrire ai bambini e agli adolescenti gli strumenti per conoscere, scegliere, autodeterminarsi, proteggersi e amare in modo autentico e responsabile.
Quando parliamo di educazione sessuale, parliamo di educazione all’affettività, alla relazione, alla consapevolezza. Parliamo di prevenzione delle violenze – da quelle più visibili a quelle più subdole – e della capacità di riconoscere i propri limiti, i propri diritti, i propri bisogni. Parliamo della possibilità di crescere giovani e adulti capaci di costruire legami sani, paritari, rispettosi. E questo non può essere lasciato al caso, alla rete, all’amico più grande o ai modelli distorti che oggi arrivano con prepotenza dagli schermi.
La scuola, nella progettualità che porto da sempre avanti, dovrebbe e deve essere un centro culturale polivalente, aperto dalla mattina al tardo pomeriggio. E, dunque, essere luogo vivo, pulsante, all’interno del quale, ben oltre e senza la pressione di voti e scrutini vanno organizzati percorsi educativi curriculuari ai quali affiancare laboratori scientifici, creativi , teatrali, musicali e, ancora, lezioni offerte dalle realtà culturali, sanitarie, sportive. E, pertanto, una comunità educante in cui famiglie, docenti, studenti e territorio condividono responsabilità e visione.
Dentro questa idea di scuola, l’educazione sessuale trova naturalmente il suo posto: non come disciplina isolata, ma come parte del grande patto educativo che sostiene la formazione della persona.
L’educazione sessuale non è un “intervento d’emergenza”, ma un processo, che inizia dalla prima infanzia con il linguaggio del corpo e dell’emozione, e prosegue nell’adolescenza con temi come identità, orientamento, consenso, rispetto, gestione delle pressioni sociali e digitali. Ogni età ha il suo linguaggio. Ogni tappa ha le sue domande. E la scuola deve essere pronta ad ascoltarle, accoglierle, rispondere con competenza e delicatezza.
Quando si evita di parlare di sessualità, non si protegge nessuno. Si lascia spazio all’ignoranza, al senso di colpa, ai messaggi distorti. Si consegna la formazione emotiva e corporea dei ragazzi ai modelli del web, ai social, alla pornografia, alle dinamiche tossiche delle relazioni non educate.
Al contrario, un percorso strutturato, scientifico, rispettoso e partecipato offre ai giovani la possibilità di sviluppare intelligenza del cuore, capacità empatica, pensiero critico e competenze emotive.
Educare alla sessualità significa educare alla libertà, alla responsabilità, alla ricerca della felicità e dell’equilibrio. Significa insegnare che il corpo non è un territorio di vergogna ma di dignità. Che il desiderio non è colpa, ma energia vitale. Che la relazione non è possesso, ma incontro. Che il consenso non è una formalità, ma la base di ogni legame sano. Che il rispetto di sé è il primo passo per rispettare gli altri.
In questa prospettiva, la scuola deve farsi promotrice di un dialogo costante con le famiglie, superando timori, tabù e resistenze culturali. Deve aprirsi a filosofi, psicologi, pedagogisti, medici, educatori, forze dell’ordine e dello sport, costruendo percorsi condivisi che tengano insieme scienza, emozioni, sviluppo e protezione.
Perché la sessualità non è un tema privato, ma un tema sociale: fonda il benessere, la salute mentale, la prevenzione degli abusi, la parità di genere, la capacità di costruire rapporti non violenti.
Per questo, infine, abbiamo bisogno di una scuola che, come centro culturale polivalente, sappia generare consapevolezza. Una scuola che non trasmetta solo informazioni, ma formi coscienze, sostenga il coraggio di conoscersi e il diritto di esistere nella propria identità. Una scuola che insegni a bambini e adolescenti a coltivare le proprie “radici ed ali”: radici nella conoscenza e nel rispetto di sé; ali per spiccare il volo verso relazioni mature, piene, non violente.
L’educazione sessuale data con le competenze adeguate alla contemporaneità non è mai un rischio. È semmai una protezione. È un investimento sul futuro emotivo, affettivo e relazionale delle nuove generazioni. Ed è un atto d’amore verso il mondo che verrà.
* Psicologa e psicoterapeuta, Presidente della Fondazione Movimento Bambino Onlus,
