di Antonella Polimeni*
Perché il contrasto alla violenza maschile contro le donne richiede tempo, responsabilità e comunità.
La violenza maschile contro le donne non è un’emergenza, né un insieme di episodi isolati: è un fenomeno strutturale che affonda le sue radici in squilibri di potere, stereotipi e pregiudizi culturali, narrazioni e posture sociali che ancora oggi influenzano relazioni e comportamenti. Non può essere affrontata con strumenti occasionali o con isolate iniziative commemorative. È necessario un impegno quotidiano, paziente e collettivo, che coinvolga istituzioni, scuola, università, associazioni, media, famiglie e comunità educanti.
Contrastare la violenza maschile contro le donne significa prima di tutto riconoscerne la complessità. Significa vedere ciò che spesso rimane invisibile: le dinamiche psicologiche, le forme di controllo, i segnali nelle relazioni, la violenza economica e digitale, le discriminazioni che alimentano un terreno culturale fertile per l’abuso e i maltrattamenti. Significa anche costruire linguaggi nuovi, capaci di restituire dignità alle donne, di nominare la violenza senza attenuarla, di educare alla responsabilità.
In questo scenario, l’università ha un ruolo unico. È uno dei pochi luoghi in cui convivono generazioni, saperi, discipline diverse. Un luogo in cui si formano competenze ma anche visioni del mondo, dove si coltivano pensiero critico e autonomia. Per questo l’università è chiamata non solo a osservare il fenomeno, ma a contrastarlo attivamente: attraverso la ricerca, l’educazione, la prevenzione, la costruzione di nuove consapevolezze collettive. Le università possono generare cambiamento perché hanno la capacità di incidere contemporaneamente sugli individui e sulla cultura.
È in questa prospettiva che si colloca l’esperienza dell’Ateneo che mi onoro di guidare da cinque anni e che quest’anno a novembre, in vista della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, ha promosso l’iniziativa “Una giornata non basta. Sapienza contro la violenza di genere”. La scelta di dedicare un intero mese nasce dalla più profonda convinzione che per contrastare la violenza maschile contro le donne sono necessari tempo e continuità. Per questo, l’ateneo ha articolato un programma fatto di lezioni aperte, seminari, discussioni pubbliche, momenti di approfondimento interdisciplinare e attività di sensibilizzazione rivolte all’intera comunità.
Ma l’impegno di Sapienza va oltre il calendario degli eventi. Negli anni l’università ha costruito una rete concreta di strumenti: il Centro Anti-Violenza di Ateneo, aperto anche al territorio; la Consigliera di Fiducia; gli sportelli di ascolto psicologico e mediazione; procedure di segnalazione più accessibili; e percorsi formativi come “La Cassetta degli attrezzi contro la violenza di genere”, corso online aperto ad ogni persona che abita i nostri spazi.
A questo si aggiungono, più recentemente, l’approvazione del nuovo “Codice di condotta per la tutela delle dignità delle persone e per la prevenzione delle molestie” e di una misura di grande impatto sociale, “Libere di studiare”, che prevede l’esonero dal pagamento delle tasse universitarie per le persone vittime di violenza e gli orfani di femminicidio, perché lo studio possa diventare occasione di autonomia, riscatto e rinascita.
Il femminicidio di Ilaria Sula, studentessa del nostro Ateneo, ha segnato profondamente l’ateneo e ha reso ancora più urgente questo impegno. La scelta di proporre la costituzione dell’Ateneo come parte civile nel processo per il suo femminicidio va in questa direzione: è un segnale di responsabilità istituzionale, volto ad affermare che ogni violenza contro una donna rappresenta un attacco alla missione educativa e civile dell’università.
Sapienza, con le sue azioni, mostra che un’università può essere molto più di un luogo di formazione: può essere un presidio culturale, etico e sociale capace di contribuire alla costruzione di un futuro libero dalla violenza maschile contro le donne e fondato sulla cultura del rispetto, sulla parità e sulla giustizia sociale. Il compito delle università è formare persone che non solo sappiano conoscere, ma anche riconoscere: riconoscere l’altro, riconoscere la diversità, ma anche riconoscere la violenza e riconoscere la propria responsabilità.
*Rettrice Sapienza Università di Roma
