Fondazione Marisa Bellisario

SERVONO PERCORSI DI PREVENZIONE E RECUPERO DEGLI UOMINI ABUSANTI

di Virginia Raggi*

Da pochi giorni sono usciti dati parziali dell’indagine ISTAT denominata “Sicurezza delle donne 2025” e la fotografia che emerge, per quanto non ancora competa, ci mostra un quadro gravissimo: sono oltre 6 milioni e 400 mila (il 31,9%) le donne tra i 16 e i 75 anni che hanno subito almeno una volta nella vita una violenza di genere, fisica o sessuale! Questo già significa, per avere un metro di paragone, che una donna su tre è stata vittima di violenza di genere.

A peggiorare il quadro, vi è il dato secondo cui il 63,8% degli stupri e dei rapporti non desiderati è commesso a opera del partner o dell’ex partner, ossia proprio da coloro che dicono di “amarci”.

L’unico dato che può essere considerato come un “segno di speranza” in questa tragica relazione, è l’accresciuta consapevolezza delle donne (adulte) rispetto al fenomeno e la maggiore propensione alla denuncia e all’avvio di percorsi di fuoriuscita dalla violenza attraverso i CAV, il Codice Rosa degli Ospedali e altri canali “sicuri”. In altri termini, le donne, grazie anche alle ormai costanti iniziative di sensibilizzazione, all’apertura di nuovi servizi, a una legislazione più favorevole, hanno iniziato a distinguere l’amore dall’amore tossico. E questo è senza dubbio un passo fondamentale per sottrarsi al proprio aguzzino.

Il punto dolente resta, tuttavia, la stabilità dei dati sulle violenze da parte di ragazzi (sempre più giovani) e uomini: non ci sono giustificazioni o scusanti che possano attenuare la gravità degli atti, non ci può essere mai una “provocazione” giustificatrice da parte delle vittime. Su questo occorre essere chiari. Il “no” è “no”, in qualunque momento arrivi.

E per questo, ritengo non più rinviabile l’apertura di una discussione seria sui percorsi di prevenzione e recupero degli uomini abusanti o maltrattanti: non possiamo pensare di ridurre il fenomeno solo aumentando i servizi per le vittime, sia perché qualunque misura viene attivata sempre dopo l’atto violento (di qualunque gravità esso sia), sia perché questo significa deresponsabilizzare gli autori, ossia gli uomini abusanti, lasciando intendere che per tali tipologie di devianze non sia possibile che intervenire ex post con strumenti repressivi di condanna.

Se non vi è dubbio che la responsabilità di questo fenomeno sia tutta maschile, credo però che in questa battaglia occorra fare squadra proprio con gli uomini (la cui stragrande maggioranza è composta da persone non abusanti) affinché possano mostrare ai loro pari un modello di relazione affettiva equilibrata e sana.

Mi rifiuto, infatti, di pensare che queste tendenze non possano essere intercettate “prima”, magari attraverso l’esame di comportamenti “sentinella” (e non mi riferisco solo ai c.d. “reati-spia”) che possono già essere rivelatori di una concezione malata e prevaricante del rapporto uomo-donna.

Penso ai numerosi video che circolano in rete di giovanissime coppie che normalizzano rapporti in cui il ragazzo mette in atto comportamenti di controllo della fidanzatina, dal cellulare, all’abbigliamento, alle uscite, sino a vere e proprie limitazioni: la facilità con la quale questi atteggiamenti vengono descritti, tollerati e persino giustificati, lascia intendere  che vi sia ancora una scarsa consapevolezza tra i giovani (da entrambi i lati) di quanto questo potrebbe essere il primo gradino di una serie più complessa, e grave, di condotte deviate.

Ed è proprio qui che le famiglie (qualora ne siano al corrente) e la scuola in modo generalizzato, dovrebbe a mio avviso intervenire avviando percorsi che educano al rispetto delle differenze andando ad intercettare quei casi che già forniscono qualche indizio di distorsione nelle relazioni per prevenire, il più possibile, fenomeni ben più gravi.

Come secondo step, occorre davvero avviare un percorso serio, esteso in ogni regione provincia e comune, di recupero per tutti gli uomini abusanti, nella speranza che possano comprendere la gravità del comportamento e non abbiano a ripeterlo in futuro mietendo nuove vittime.

Non basta più lavorare solo per potenziare i servizi che accolgono, curano e supportano le donne vittime di violenza: per contrastare il fenomeno occorre agire sui responsabili che sono sempre ed esclusivamente uomini malati. Solo così smetteremo di essere tutte “potenziali vittime”.

*Consigliere Assemblea Capitolina

 

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