di Monica Lucarelli*
In Italia una donna su due lavora. Nell’Intelligenza Artificiale le donne sono appena il 22%. Solo il 14% arriva ai ruoli dirigenziali senior. Tra le CEO, siamo al 4%.
Non sono numeri: sono freni a mano tirati. Sono talento sprecato. Sono crescita mancata. E fanno emergere un paradosso assurdo: le donne hanno competenze alte, ma un sistema che non sa ancora cosa farsene.
E ogni volta che il talento femminile viene disperso, si disperde anche sviluppo.
A Roma questo tema è particolarmente decisivo. Ci sono quasi 100.000 imprese femminili nell’area metropolitana. Sono filiere che si muovono, posti di lavoro che nascono, innovazione che accende territori.
E anche i dati globali lo confermano: le imprese guidate da donne hanno una produttività maggiore (+14%); crescono di più quando investono in formazione manageriale (+8–9%); e quando accedono all’innovazione performano fino al 30–40% in più. È chiaro cosa significa: il gender gap non è un tema sociale. È un limite di competitività nazionale.
Roma sta affrontando questa sfida con una visione precisa: crescita, equità e innovazione non sono tre binari paralleli, ma parti della stessa strategia. Il riconoscimento ottenuto allo Smart City Expo World Congress 2025 di Barcellona, con il progetto “Rome: the City is transforming”, dimostra che esiste un nuovo paradigma globale: le città non sono smart perché installano più tecnologia, ma perché la usano per migliorare la vita delle persone. La capitale è stata premiata per un modello di innovazione dal volto umano: servizi digitali più accessibili, mobilità intelligente, sostenibilità ambientale, sicurezza urbana, governance trasparente. A Barcellona è stato chiaro che la tecnologia crea futuro solo quando genera fiducia.
È per questo che Roma sta investendo in un modello di innovazione aperta, partecipata, concreta. La Casa delle Tecnologie Emergenti ha mobilitato più di 6 milioni di euro per sperimentazioni, competenze e imprenditorialità; ha coinvolto 35.000 persone; ha fatto nascere e crescere startup come Bufaga, Lit, LotzArt, Nando, Ristobox, ShoptheLook.
Un segnale chiaro: l’innovazione funziona quando nasce dalle comunità, non quando viene calata dall’alto.
Dentro questa traiettoria la parità non è un corollario. È un acceleratore.
Roma Capitale ha ottenuto la certificazione per la parità di genere e nel prossimo bando una premialità sarà riservata ai progetti guidati da una capoprogetto donna. Non è un favore. Non è un gesto simbolico. È una strategia industriale: dove c’è leadership femminile, c’è crescita del sistema.
Gli investitori globali non guardano solo alla tecnologia. Guardano alla qualità dell’inclusione. Guardano se una città investe anche sul suo capitale umano, sulla fiducia, sull’equilibrio del potere. Dove c’è equità, arriva sviluppo. Dove c’è futuro, arrivano investimenti. Dove c’è una rete che sostiene il talento, il talento resta.
E Roma?
Roma ha una grande occasione davanti. Ma non la coglierà se metà della città deve ancora reclamare spazio.
Il punto non è “includere le donne”: è riconoscere che senza il talento femminile l’economia non si muove, l’innovazione non accelera, la città non cresce.
Le donne – imprenditrici, professioniste, ricercatrici, innovatrici, creatrici di reti – stanno già spingendo Roma in avanti.
Adesso tocca a noi, come istituzione, togliere ogni ostacolo.
Perché Roma sarà davvero competitiva, internazionale, forte, solo quando sarà una città a leadership paritaria.
*Assessora alle Attività Produttive, alle Pari Opportunità e all’Attrazione Investimenti di Roma Capitale
