di Sara Di Mario*
La rigenerazione urbana non è solo una questione di edifici, infrastrutture o tecnologie. È una leva di trasformazione che incide sulla qualità della vita, sull’accesso alle opportunità e sul modo in cui le persone abitano lo spazio. Per questo non può essere considerata neutra: le città riflettono le priorità, i modelli e le visioni di chi le progetta.
I dati aiutano a inquadrare il contesto. In Italia il tasso di occupazione femminile resta significativamente inferiore alla media europea. Secondo ISTAT ed Eurostat, in Italia lavora poco più della metà delle donne in età attiva, contro una media europea che supera il 70%. Ancor di più, se ci spostiamo nel settore dell’imprenditoria scopriamo che è solamente il 30% il numero delle imprese gestite da donne. A questo si aggiunge un carico di lavoro di cura ancora fortemente sbilanciato: la gran parte del lavoro familiare e assistenziale non retribuito continua a essere svolta dalle donne.
Questi dati non riguardano solo il mercato del lavoro. Riguardano direttamente lo spazio urbano. Tempi frammentati, spostamenti frequenti, necessità di servizi di prossimità rendono evidente come l’organizzazione della città possa facilitare o ostacolare la partecipazione economica e sociale, soprattutto femminile. Quartieri monofunzionali, grandi distanze tra casa, lavoro e servizi, scarsa accessibilità amplificano le disuguaglianze esistenti.
La rigenerazione urbana può intervenire su questi nodi, ma solo se è guidata da una visione ampia. Servizi integrati, mobilità accessibile, spazi pubblici continui e di qualità contribuiscono a ridurre i tempi di spostamento e a migliorare l’equilibrio tra vita e lavoro. Non si tratta di interventi astratti: incidono concretamente sull’autonomia delle persone e sulla possibilità di partecipare pienamente alla vita economica e sociale.
Esiste però un livello meno visibile, ma decisivo, che riguarda chi progetta la trasformazione delle città. In Italia, meno del 20% degli iscritti agli Ordini degli Ingegneri è composto da donne, con una presenza ancora più ridotta nei ruoli decisionali e nei grandi progetti di rigenerazione urbana. Questo non è solo un tema di rappresentanza, ma di qualità dei processi decisionali.
La progettazione urbana è un’attività complessa, che richiede la capacità di leggere bisogni diversi, usi quotidiani dello spazio e impatti sociali che non sempre emergono dai soli dati tecnici. Team poco diversificati tendono, anche inconsapevolmente, a riprodurre modelli standardizzati, meno sensibili alla pluralità delle esperienze. Non per mancanza di competenza, ma per assenza di punti di vista differenti.
Numerose analisi internazionali mostrano come gruppi di lavoro più equilibrati per genere e competenze siano più efficaci nell’affrontare problemi complessi e nel produrre soluzioni più inclusive. Applicato alla rigenerazione urbana, questo significa progettare spazi più attenti ai tempi di vita, alla sicurezza, alla prossimità dei servizi e alla qualità dell’abitare.
Inserire una prospettiva di genere nella rigenerazione urbana non significa progettare “per le donne”, ma progettare meglio. Significa riconoscere che lo spazio incide sulle opportunità e che la qualità di una trasformazione si misura anche nella sua capacità di ridurre le disuguaglianze.
Rigenerare uno spazio non è mai solo un intervento edilizio. È una scelta culturale e strategica. E la qualità di quella scelta dipende anche da chi siede al tavolo della progettazione.
*Ingegnera, Ceo Hazel New Energy
