Fondazione Marisa Bellisario

GOVERNARE IL PRESENTE, GENERARE FUTURO

Venticinque anni fa siamo partiti da Padova con un format che OSAVA accostare tre termini ritenuti allora molto distanti: DONNE, ECONOMIA E POTERE. Oggi mettere insieme quelle tre parole non solo non è più un azzardo ma è un imperativo. Una scommessa vinta che abbiamo voluto celebrare ancora una volta nella bellezza eterna di Roma.

Cosa significa per noi “Governare il presente, generare futuro”? È prima di tutto imparare a leggere la complessità del nostro tempo con le sue contraddizioni, le sue fragilità, le sue promesse. Significa affrontare tensioni, compiere scelte, guidare trasformazioni, aprire strade per chi verrà dopo. Non è servire interessi ma custodire il bene comune. Generare futuro richiede visione e cuore, concretezza e metodo. È un atto collettivo di fiducia, è una comunità che decide di camminare insieme. Le due giornate di lavoro della 25ª edizione di Donna Economia & Potere nascono da qui: dal tentativo di far dialogare mondi diversi attorno a un’idea semplice ma potente. Il futuro si costruisce giorno dopo giorno, non si attende e il nostro obiettivo non è solo celebrare o criticare ciò che siamo ma progettare ciò che possiamo e vogliamo diventare.

Ai tavoli abbiamo parlato di Europa, di welfare e demografia, di intelligenza Artificiale e di giovani, di imprese e di transizione ecologica, di donne e territori, di medicina di genere, di finanza e inclusione e anche della nuova era di Papa Leone. Temi diversi ma capitoli di uno stesso racconto: la ricerca di un nuovo equilibrio tra sviluppo, coesione, sostenibilità.

Viviamo un’epoca che cambia con una velocità inaudita. La geopolitica ridisegna gli equilibri mondiali, l’economia e la società si trasformano sotto la spinta di transizioni epocali, le imprese affrontano sfide di competitività e sostenibilità, e le nuove generazioni cercano identità e posto in un tempo che appare incerto e ostile. L’Europa stessa si interroga sulla propria identità. Un continente nato dal coraggio di superare le divisioni, oggi è chiamato a riscoprire la propria missione. A trovare una sintesi tra i tempi lunghi delle sfidanti decisioni comunitarie e l’urgenza delle rivoluzioni in atto, tra interesse individuale e solidale, tra innovazione e memoria, tra uomo e natura. Mario Draghi ci ricorda che il nostro modello di crescita sta svanendo, le vulnerabilità aumentando. L’Europa è in ritardo e l’inazione minaccia non solo la nostra competitività ma la stessa sovranità. Innovazione, decarbonizzazione, sicurezza sono le direttrici che indica. E il nuovo fronte della guerra ibrida apre scenari che richiedono unità e fermezza oltre ogni unanimità.

L’inerzia non è più un’opzione. La nostra forza sarà nei numeri certo ma anche nella capacità di difendere quella cultura dei diritti che dà senso e sostanza alle forme più avanzate e mature di democrazia. Che genera pace. Per fare tutto ciò abbiamo bisogno di imprese che sappiano rigenerarsi, di famiglie che restino radici e futuro, di giovani e donne non ai margini ma costruttori del cambiamento. Di governi responsabili, di una politica in grado di pensare in grande e di guardare oltre le urne.

I destinatari non siamo noi ma le nuove generazioni. I numeri parlano chiaro: tra i 2011 e il 2024 più di 630mila giovani hanno trasferito la loro residenza all’estero. Una perdita netta di capitale umano che indebolisce il nostro potenziale di crescita, penalizza la produttività e riduce la sostenibilità del nostro welfare. Un welfare che deve tornare ad essere ponte, non costo: sostenere la famiglia, facilitare la natalità, garantire conciliazione, integrare politiche attive e preventive.

L’invecchiamento demografico non è solo una statistica ma una sfida che investe ogni campo, è la vera emergenza del XXI secolo ed è mondiale. L’Italia da qui al 2050 perderà più di 4 milioni di abitanti. Oggi gli over 65 sono quasi il doppio degli under 15 e tra meno di 15 anni saranno più del triplo.

In questo scenario, il patto tra generi e generazioni è la chiave di tutto.

Perché anche dalle donne dipende il crollo del tasso di fecondità: 10 mila nati in meno rispetto allo scorso anno in un decremento inarrestabile. Una donna su cinque lascia il lavoro dopo il primo figlio e il 49% di quelle che restano al lavoro è costretta a ripiegare in un impego part time. Mettere al mondo un figlio significa ancora rinunciare alla libertà di volere tutto: famiglia, carriera, tempo da vivere. I Paesi di tutto il mondo si stanno impegnando per invertire la rotta, una priorità che il nostro governo dimostra di aver ben chiara. Dall’incremento del bonus nido al potenziamento dei congedi parentali fino alla decontribuzione per le mamme lavoratrici, le misure fin qui varate vanno nella direzione di un sostegno deciso alla genitorialità. E la finanziaria appena varata prosegue in questa direzione. Nonostante i progressi, il gap di genere continua a misurarsi in numeri ma anche in bias, pregiudizi, nella violenza che nemmeno leggi più dure riescono ad arginare, nel maschilismo ancora imperante. Mi auguro che Giorgia Meloni, che sta svolgendo un lavoro straordinario, con la forza della sua leadership possa aiutare a completare il percorso.

Ma per generare futuro proviamo anche a cambiare la narrazione. Mettiamo al centro le donne che guidano imprese, che innovano, che investono, che curano, che amministrano i territori. Le donne che sono qui oggi. Donne che portano capitale e visione nei luoghi dove si decide e si costruisce il domani. Perché parlare di “venture capital” o di “politica” è parlare di potere, di possibilità, di spazio. E uno spazio che include le donne genera sempre futuro. Immaginate un’impresa familiare e femminile che investe in una start-up innovativa guidata da una giovane donna: è un patto che intreccia competenze, merito, equità, innovazione, che crea valore. Quel che proviamo a fare con la quinta edizione di B Factor, protagoniste giovani donne che hanno buttato il cuore oltre l’ostacolo.

Perché anche dai giovani dipende la nostra capacità di tenere i piedi nel futuro.

Siamo secondi in Europa per tasso di NEET, oltre 2 milioni di giovani tra i 15 e i 34 anni che non studiano e non lavorano. A loro dobbiamo offrire strumenti, opportunità, spazi decisionali, progetti che li leghino al territorio, prospettive per tornare e per restare senza rimpianti. La Ministra Bernini sta facendo tanto e bene in questa direzione. Sono stati già investiti 11 miliardi in infrastrutture di ricerca su temi innovativi, come il supercalcolo o le tecnologie quantistiche per garantire un futuro tecnologico sicuro e competitivo. L’obiettivo è creare un ecosistema che attragga cervelli e competenze per affrontare l’altra vera sfida di questo secolo: la transizione digitale.

In un recente discorso il premier inglese Starmer ha pronunciato una frase apparentemente scandalosa: l’intelligenza Artificiale, la tecnologia ci renderanno più umani. Perché ci libereranno da compiti ripetitivi e alienanti, lasciandoci più tempo per pensare, creare, empatizzare, essere umani e in quanto tali capaci di trasformarci. Marisa Bellisario lo sosteneva 40 anni fa! Il problema è che nella maggioranza dei casi quei lavori a basso valore aggiunto sono femminili. Secondo l’Ilo, già oggi il 41% dei posti occupati da donne è esposto all’impatto dell’Intelligenza Artificiale. Il punto è allora risolvere la segregazione orizzontale e colmare tutti i gap dell’occupazione femminile e giovanile. Costruire un mondo del lavoro dove le competenze relazionali, narrative, pedagogiche – che nessuna macchina può sostituire – diventino centrali. Il ministro Valditara sta spingendo molto nella direzione di una scuola capace di innovare, sperimentare ed essere un ponte solido verso un mondo del lavoro in continua trasformazione. Bisogna insegnare a usare l’Intelligenza Artificiale non solo come strumento ma come opportunità per sviluppare pensiero critico, creatività, capacità di giudizio. E poi iniziare a correre.

Ai giovani però non dobbiamo solo opportunità, ma fiducia. Siamo di fronte a una generazione iperconnessa ma disconnessa dal mondo reale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità 1 ragazzo su 7 dai 10 ai 19 anni vive disturbi mentali. Ragazzi che non mangiano e si fanno del male, distratti e depressi, ansiosi e violenti. Ragazzi che sul web si documentano su come uccidere i genitori, come il quattordicenne di pochi giorni fa a Ravenna. Ragazzi che di fronte a una pressione sociale insostenibile si rifugiano in un virtuale tossico che recide legami e capacità relazionali, aumentando il loro senso di inadeguatezza. Ragazzi orfani di una famiglia intesa come spazio di appartenenza e di educazione affettiva, luogo di trasmissione di valori e di costruzione dell’identità. Fermiamoci a guardarli e ascoltarli, impariamo a decifrare il loro linguaggio, tradurre le loro paure e solitudini. Perché se la connessione digitale è istantanea, quella umana richiede lentezza, attenzione, relazione viva, tempo condiviso. Restituiamo loro un contesto di legami veri, dove la famiglia torni a significare non solo origine ma orizzonte.

Per generare davvero futuro dobbiamo riconciliare economia e umanità.

La finanza e il credito, quando si mettono al servizio dell’impatto sociale, diventano strumenti di libertà.

Le imprese, quando da meri attori economici si trasformano in poli sociali e culturali, diventano agenti di coesione e crescita dei territori.

La sanità, quando guarda al genere e alla persona, diventa cura e salva vite.

E la transizione ecologica, se vissuta come giustizia climatica, si trasforma in ricchezza e in un nuovo patto tra generazioni. Perché non ereditiamo la Terra dai nostri padri, ma la prendiamo in prestito dai nostri figli.

Pace, democrazia, progresso, sicurezza, parità, crescita, solidarietà vanno difese, scortate, illuminate, ripensate e costruite giorno dopo giorno. Con lucida consapevolezza. Con fatica, lavoro e impegno. Con entusiasmo.

Nel suo primo discorso, Papa Leone ha detto che “Pace non è semplicemente il silenzio delle armi, ma la presenza del giusto ordinamento”. Una pace giusta e duratura che nasce dalla giustizia, dall’equilibrio fra diritti, doveri e dignità. Le immagini di festa e gioia, gli abbracci, le lacrime, che hanno segnato il ritorno a casa degli ostaggi israeliani dopo 738 di inferno ma anche dei Palestinesi a Gaza rappresentano un salto della storia. Speriamo sia «l’alba di un nuovo Medio Oriente» come ha detto il Presidente Trump. Dobbiamo crederci, confidare in un processo di pace nato dalle pressioni di un’America che ha messo da parte ogni minaccia di isolazionismo ma abbracciato anche dai Paesi arabi. L’augurio è che con la guerra finisca anche la stagione del terrore e del terrorismo. Trump ha promesso che ora sarà la volta della guerra in Ucraina. È il più grande augurio, mio e di quanti credono e sperano in una pace giusta.

Non sarà ora e non sarà facile, gli orrori non smetteranno domani. E sono sempre le donne a pagare il prezzo più alto di fanatismi ed estremismi, le prime vittime delle autocrazie. Pensiamo alle donne afghane o iraniane ma anche alle donne di Gaza e a quel velo da cui non si sono potute liberare nemmeno per festeggiare la fine della guerra.

Ma il nostro dovere di donne è far sì che la scintilla di pace non si spenga. Siamo sempre state la forza silenziosa ma determinante della pace, le tessitrici della riconciliazione. E in un tempo in cui sembra dominare la voce del più forte, è lo sguardo femminile sul mondo, la nostra leadership ferma e gentile che sola può aprire un nuovo orizzonte. Donne e giovani insieme per generare futuro.

 

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