Fondazione Marisa Bellisario

PERCHÉ REZA PAHLAVI RAPPRESENTA UN’OPZIONE ADEGUATA COME ALTERNATIVA ALLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN?

di Amir Amin Sharifi*

Per spiegare perché il Principe ereditario dell’Iran Reza Pahlavi possa essere considerato un’alternativa valida alla Repubblica Islamica, si può affrontare la questione da un’altra prospettiva. Ci possiamo chiedere: perché non Reza Pahlavi? Analizzando chi sono i suoi oppositori e, soprattutto, ponendosi una domanda ancora più importante: chi potrebbe sostituirlo? Questo cambio di paradigma ci porta da una semplice difesa ad un’analisi comparativa.

Nelle scienze politiche, nessuna alternativa viene valutata nel vuoto; al contrario, viene sempre misurata rispetto alle altre opzioni possibili. Per rispondere in modo preciso a questa domanda, è quindi necessario esaminare prima il reale panorama dell’opposizione iraniana, i suoi limiti strutturali e le opzioni esistenti. Questo punto di partenza è fondamentale. Nel contesto politico iraniano, molte opposizioni non nascono dalla proposta di un’alternativa concreta ma semplicemente da una posizione di negazione e rifiuto. In una situazione reale e di crisi, tuttavia, la questione principale non è negare una figura ma offrire un’alternativa pratica e realizzabile.

Se qualcuno afferma che Reza Pahlavi non sia un’opzione adeguata, deve rispondere a una domanda essenziale: chi, allora?

Prima opzione: riforma, negoziato e l’illusione del cambiamento dall’interno (riforma o negoziato con i residui del regime).

Attualmente, una delle possibilità talvolta proposte, in modo diretto o indiretto, è quella di continuare sulla strada del negoziato, della moderazione o della speranza in una riforma dei resti dell’attuale regime. Questa opzione è, in modo esplicito, la peggiore possibile. In un sistema teocratico e totalitario come la Repubblica islamica, che negli ultimi 47 anni ha costruito la propria struttura sulla repressione, sull’ideologia e sull’eliminazione degli oppositori, il concetto stesso di “riforma” perde qualsiasi significato reale. Le correnti politiche interne, sia di sinistra che di destra, sono tutte formate e cresciute all’interno della stessa struttura. Non sono forze indipendenti, ma due bracci di uno stesso meccanismo, che alla fine svolgono una funzione comune: la conservazione del sistema. Questa opzione si basa sull’idea che sia possibile ottenere cambiamenti significativi dall’interno della Repubblica Islamica o attraverso il negoziato con essa. Tuttavia, questa ipotesi si scontra con diversi problemi fondamentali:

  • l’assetto istituzionale della Repubblica Islamica, soprattutto dopo il consolidamento del sistema della Guida Suprema, è intrinsecamente non riformabile
  • tutte le fazioni interne al sistema restano, in ultima analisi, fedeli a un unico nucleo di potere
  • l’esperienza storica (dal periodo delle cosiddette riforme fino a oggi) dimostra che il riformismo in questo quadro è giunto a un punto morto

In un sistema totalitario religioso, le correnti interne rappresentano in realtà due lati della stessa struttura, non forze indipendenti, ma prodotti dello stesso sistema. D’altra parte, il comportamento del regime — caratterizzato da:

  • eliminazione fisica degli oppositori sia all’interno che all’estero
  • repressione violenta delle proteste
  • dichiarata contrapposizione all’ordine internazionale

dimostra che qualsiasi aspettativa di un negoziato efficace è, da un punto di vista analitico, priva di fondamento realistico. Anche l’esperienza storica lo conferma. Dalle diverse fasi definite come “riformiste” fino a oggi, il risultato è stato sempre lo stesso: creare aspettative nella società, guadagnare tempo per il sistema e, infine, tornare alla repressione.

D’altra parte, ci troviamo di fronte a un regime che:

  • ha una lunga storia di eliminazione degli oppositori sia all’interno che all’estero
  • ha represso ripetutamente e con violenza le proteste popolari
  • e si è posto apertamente in contrasto con il mondo

Di fronte a una struttura di questo tipo, qualsiasi ipotesi di negoziato o di cambiamento interno non è solo irrealistica, ma anche priva di giustificazione razionale.

Seconda opzione: opposizione di sinistra e forze frammentate fuori dal sistema

La seconda opzione è rappresentata da un insieme di correnti politiche di sinistra, da segmenti fuoriusciti dal sistema e da diversi gruppi dell’opposizione all’estero. Il problema principale di queste realtà non è solo di natura ideologica, ma soprattutto la loro incapacità di proporre un percorso chiaro e realizzabile. Questi gruppi:

  • non sanno esattamente cosa vogliono
  • non sanno come stabilire un rapporto con la società all’interno dell’Iran
  • e, soprattutto, non dispongono di una reale base sociale nel paese

Sanno più chiaramente cosa rifiutano, ma su ciò che propongono restano vaghi o contraddittori. Di conseguenza, non riescono a offrire un progetto politico positivo e concretamente realizzabile. Nelle scienze politiche, un’alternativa efficace deve essere:

  • una negazione dell’ordine esistente
  • ma anche un’affermazione di un nuovo ordine

Questi gruppi tendono a essere più forti nella prima dimensione e più deboli nella seconda. Nella pratica, molte di queste realtà si sono trasformate più in attori mediatici e propagandistici che in forze politiche reali, cercando di costruire visibilità senza riuscire a produrre un impatto concreto all’interno dell’Iran. Un punto fondamentale: un’alternativa senza popolo non è un’alternativa. Qualsiasi forza politica che si presenti come alternativa deve soddisfare un criterio essenziale: ha una reale presenza tra la popolazione all’interno dell’Iran oppure no? Senza una risposta positiva a questa domanda, qualsiasi pretesa resta soltanto una costruzione. La realtà è che molti di questi gruppi non sono presenti né nelle strade dell’Iran né nella percezione collettiva della popolazione.

Gruppi fuori quadro: il caso dei Mojahedin del Popolo

Alcune formazioni non rientrano nemmeno in questa classificazione. Ad esempio, l’organizzazione dei Mojahedin del Popolo o movimenti separatisti e simili, a causa di:

  • una struttura di tipo settario
  • un passato segnato da azioni violente
  • e l’assenza di legittimità sociale

Non possono essere considerati, nella pratica, come un’alternativa seria. Nell’analisi delle alternative, la “legittimità sociale” rappresenta una condizione minima, e questi gruppi ne sono privi. I Mojahedin del Popolo (MEK) non possono essere considerati un’alternativa. Questo gruppo:

  • ha un passato legato ad attività terroristiche
  • possiede una struttura chiusa e di tipo totalitario
  • e, in diversi momenti, ha agito persino contro la popolazione iraniana

Un gruppo che ha le mani macchiate del sangue del popolo iraniano e che è profondamente respinto dagli iraniani — sia all’interno che all’estero — non può nemmeno essere incluso nella lista delle possibili alternative.

Conclusione dell’analisi: un vuoto reale di alternative

Escludendo queste opzioni, si giunge a una conclusione fondamentale: attualmente non esiste un’altra alternativa organizzata e coerente alla Repubblica islamica. Questa non è un’opinione, ma un’osservazione della realtà. In una situazione del genere, qualsiasi forza che sia in grado di:

  • creare coesione
  • mobilitare la popolazione
  • e rappresentare un punto di riferimento per il cambiamento

tende naturalmente a emergere come opzione principale.

Nelle teorie della transizione (Transition Theory), l’esistenza di un “punto di convergenza” per la mobilitazione sociale è uno dei fattori chiave per il successo nel cambiamento dei regimi.

Il Principe Reza Pahlavi e la questione della coesione

Nelle condizioni attuali, al di là del figlio dello Shah d’Iran, gli altri gruppi risultano:

  • privi di coesione
  • senza un obiettivo chiaro
  • senza un programma operativo
  • e senza un reale sostegno tra la popolazione

Al contrario, si osserva che all’interno dell’Iran, in risposta a specifici appelli, cittadini in diverse città e persino in aree rurali sono scesi in strada. All’estero, in occasioni come il 14 febbraio, si sono svolte manifestazioni significative in città come Toronto, Los Angeles e Monaco. Questo livello di convergenza e coordinamento, in un contesto in cui l’opposizione iraniana è fortemente frammentata, rappresenta un fattore estremamente rilevante e determinante.

Perché la coesione è importante

In condizioni normali, la pluralità di opinioni può rappresentare un punto di forza. Ma in una fase di crisi e di transizione, la frammentazione diventa una debolezza. Per cambiare un sistema consolidato, soprattutto un sistema totalitario, sono necessari:

  • concentrazione
  • coordinamento
  • e un riferimento comune

Senza questi tre elementi, qualsiasi movimento di protesta, per quanto ampio, difficilmente porterà a un risultato concreto.

La priorità reale: il cambiamento del regime, non la forma del sistema

Uno degli aspetti più importanti da considerare è che nelle condizioni attuali, il dibattito sulla forma del futuro sistema politico — monarchia o repubblica — non rappresenta la priorità principale. La priorità è uscire da un sistema che:

  • ha represso la società per 47 anni
  • ha reso la vita estremamente limitata e difficile
  • e ha di fatto mantenuto il paese in una condizione di blocco e controllo

L’Iran di oggi si trova, nella pratica, sotto il dominio di una struttura ideologica. In questo contesto, il primo passo è porre fine a questa situazione.

Il ruolo di Reza Pahlavi in questo contesto

Il Principe ereditario dell’Iran ha dichiarato più volte in modo esplicito che il suo ruolo è guidare la fase di transizione e accompagnare il processo di cambiamento, non determinare la forma finale del sistema politico. Ha sottolineato che, dopo la caduta dell’attuale sistema, il futuro del paese dovrà essere deciso attraverso:

  • elezioni libere
  • referendum istituzionale e votazione di un’Assemblea costituente

Questa posizione è coerente con ciò che richiede una reale transizione democratica: un punto di riferimento per il cambiamento senza imporre il risultato finale.

La questione dell’unità: una condizione necessaria

Il cambiamento in Iran non può avvenire senza unità. Non si tratta di uno slogan, ma di una realtà politica. In un contesto in cui:

  • il sistema dispone di forti strumenti repressivi
  • l’opposizione è frammentata
  • e la società è sottoposta a forti pressioni

l’unica strada per il successo è la creazione di un minimo livello di coesione. E questa coesione non può formarsi senza un punto di riferimento.

Conclusione

Alla luce di questi elementi:

  • l’opzione della riforma interna risulta impraticabile
  • l’opposizione alternativa appare frammentata
  • e la società iraniana necessita di un punto di convergenza per il cambiamento

Il Principe Reza Pahlavi emerge non come un’opzione ideale in senso astratto, ma come l’unica opzione concreta e attualmente disponibile.

La questione centrale è capire chi, tra le opzioni esistenti, sia stato in grado di:

  • creare coesione
  • essere riconosciuto dalla popolazione
  • e agire come un vero punto di riferimento per il cambiamento

Il suo principale vantaggio consiste nella capacità di aggregare una parte significativa della società attorno a un obiettivo comune e di svolgere un ruolo di facilitatore nella fase di transizione.

In ultima analisi, la forma del futuro sistema politico dovrà essere decisa dal popolo iraniano.

Ma per arrivare a quel punto, è necessario un riferimento capace di coordinare il processo — e, nelle condizioni attuali, il Principe Reza Pahlavi appare come l’unica figura con questa capacità.

*Presidente dell’Associazione Voice of Integrity (VOI)

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